CHRISTINE ANGOT, L’INCESTO

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“L’incesto e la merda”

In questo breve romanzo di Christine Angot, il titolo svela fin da subito l’argomento nella narrazione: l’incesto. Un tema tabù. La scrittrice stessa ne è consapevole; tanto da definirsi, a testo finito, come una grossa merda. “L’incesto è davvero il libro nel quale mi presento come una grossa merda, ogni scrittore deve farlo, almeno una volta, poi si vedrà”. Ma perché questo epiteto? Basta leggere le prime pagine per averne un’idea. Il lettore viene immediatamente travolto in un vortice di nomi, eventi e relazioni nel quale fatica a trovare un filo conduttore. La Angot parla in prima persona, un io narrante colto in flusso di pensiero; apparentemente senza logica. Un altro tabù: il disagio psichico. La confusione manifesta; la confusione e la sua esposizione. Da qui, il passo è breve: psicopatica = emarginazione sociale (convenzionalmente approvata) = colpevole; quindi merda. In questa scrittura delirante è importante non perdersi; tutto ha un significato. L’incesto e la merda. L’incesto e il senso di colpa. Uno dei primi compiti di uno psicoterapeuta è quello di rendere consapevole il bambino/ragazzo molestato del torto che ha subito, e per arrivare a questo obiettivo deve liberarlo dal senso di colpa che lo attanaglia. Non è un caso, infatti, che buona parte delle vittime non denuncino i propri carnefici, proprio in quanto convinti di essere state loro stesse la causa dell’abuso. Aspetto, questo, che ritroviamo pienamente nel libro dell’Angot. Un po’ come se, definendosi una grossa merda, la scrittrice dicesse: “sono stata molestata da mio padre, ma in fondo mi piaceva. Provavo piacere. Piacere fisico, ma non solo. Questo rapporto mi rendeva importante ai suoi occhi, nei quali mi specchiavo. Sono stata io a portare avanti (provocare?) questa relazione. Tant’è che, persino quando la notizia è arrivata alle orecchie di mia madre, ho continuato a cercare quella figura che tanto desideravo, della quale ero gelosa e che, “a modo suo” mi amava: mio padre”. In questo romanzo, anche la punteggiatura, nella sua discontinuità, è significativa. Talvolta è quasi del tutto assente, altre volte, al contrario, impone un ritmo che scandisce parola per parola; in altre, invece, segue un andamento coerente con le convenzioni grammaticali. Ne consegue una musicalità che porta il lettore a sentire le diverse voci del personaggio; non stupisce, infatti, ad un certo momento, domandarsi chi stia parlando… attraverso la sua bocca. La figlia abusata? La ragazza molesta? Il padre? Un io che lotta per la propria libertà? Non è sempre possibile dare una risposta, ma è evidente che la vera vittima la si riconosce perché “porta in sé i tratti del carnefice”. Difatti, la stessa protagonista, nella relazione con la compagna, mette in atto tutta una serie di atteggiamenti e parole che la rendono insopportabile. La Angot è stata vittima, ma dal proprio carnefice ha imparato a torturare. Attraverso i suoi atti, la donna non spezza quella catena che la condanna alla ripetitività; che è poi l’incubo principale del soggetto abusato. Fortunatamente però, come già in precedenza accennato, in questo malsano gioco di volti e di voci, emerge anche la trentanovenne che ha intrapreso – da tempo – un percorso psicanalitico al fine di riconoscersi come un individuo che è stato manipolato e reso schiavo. La donna ha una figlia, Léonore, che ama molto. Anche se la Angot non lo dice esplicitamente, è possibile supporre che sia proprio in questa relazione sana “madre-figlia” che la vittima riesca, fortunatamente, a trovare la forza di porsi davanti ad uno specchio. Vede i propri lividi, ne sente il dolore e l’amarezza. Ripercorre gli eventi che l’hanno portata alla follia, tentando così di rompere le catene che la inchiodano in un presente vorticoso.

Luca Perrone

La chiamo Marie, lei si chiama Marie-Christine. Ieri, il mio psicanalista: Chi le ha dato il suo nome? In Christine allusione al Christ (Cristo). Gli parlavo della mia missione salvatrice, salvare gli altri, far scoppiare le loro abitudini “salvavita”, che si salvino con me o tramite loro stessi. Qui le ha dato il suo nome, «mio Dio!» ho detto. Iniziavo a comprendere. Suo padre o sua madre? Mio Dio. Mia madre mi avrebbe voluto chiamare Marie-Christine. Mio padre ha detto: niente Marie. Mi sono sposata ed in seguito separata. Un marito, vitelli, vacche, maiali, o una Marie. Nessun marito, nessun padre, nessun uomo, nessun salvavita, tutte queste pentole, la cugina Nadine, NC, odio è, la compagna, che gli si sono agganciate. Sono stata ieri a trovarla e la chiamavo «tesoro mio». Quando era piccola, era nella sua stanza che c’era la cassaforte. I diamanti di sua madre, i contanti. In una piccola cintura sul ventre per acquistare un appartamento. Un venditore di diamanti a Parigi, prendere appuntamento, stimare i diamanti. Una casa grande casa per noi due grazie a loro. «Li dovresti vendere», gli diceva ND. Sua cugina aveva fatto la conoscenza di un venditore di diamanti. Lei mi aveva reso i libri dei conti di suo padre. Mi sarei dovuta chiamare anch’io Marie-Christine, in una di quelle famiglie, che gettavano il denaro dalle finestre, che la domestica raccoglieva ai piedi delle vigne. Il frutto del lavoro. Dei quadri ai muri. Léonore, amore mio, oro mio. Oggi sono nella mia camera, seduta a tavola, quella verde, il tavolo da gioco, sul quale scrivo. Dalla finestra percepisco il giardino, i lauri, le palme, la magnolia. Al fondo del giardino, mio padre guarda la strada di Clermont, che costeggia il giardino. Tesoro mio, amore mio, mio oro. Léonore. Mia Léonore, tesoro mio. Tesoro mio, mio oro. Nessuna Marie, nessun matrimonio, niente oro. La cassaforte era nella sua stanza. All’epoca i medici erano pagati in contanti. Suo padre dava i soldi a sua madre, che li deponeva con i gioielli e gli oggetti di valore nella cassaforte tutte le sere. Questa casa mi fa esplodere, è stata costruita da mio nonno, medico a Canet, lui stesso figlio di un medico, così di seguito per generazioni.

Christine Angot, L’Inceste, Stock, Traduzione Luca Perrone

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