Il video della domenica. Leonard Bernstein prova La sagra della primavera (grande lezione di musica)

https://www.youtube.com/watch?v=XgGdiskqA68

Narrativa. Virginia Despuentes, Game over (frammento)

In un angolo, un giovane appollaiato su uno sgabello gioca a un videogioco. Accanto a lui una ragazza guarda le forme e i colori che salgono e scendono. Lui l’ha salutata appena, è concentrato sulla sua partita. Lei tenta di parlargli: – Sai, sono appena andata dall’assistente sociale, dice che dovresti passare da lei.
– Non mi rompere le palle.
Dopo una breve pausa lei riprende, tenacemente ma anche scusandosi:
– A casa c’è della posta per te, vuoi che te la porti?
Sembra che lui non abbia sentito. Lei insiste, più dolcemente che può, perché sa che lui non vuole essere disturbato quando gioca, ma è più forte di lei: – Sono cinque giorni che non torni a dormire, se non vuoi più che abitiamo insieme non hai che dirlo. Ha fatto del suo meglio perché nella sua voce non ci fosse né tristezza né rimprovero, perché sa che la tristezza e il rimprovero gli danno fastidio. Lui dà un breve sospiro per farle capire che è esasperato:
– Ieri sera abbiamo festeggiato fino a tardi, questo non significa che voglio traslocare. Smettila di rompere, cazzo!
La risposta non tranquillizza per niente la ragazza. È affranta ma non protesta. Guarda lo schermo, le forme e i colori che vanno sempre più in fretta. Il ragazzo sta manovrando i comandi con un’agilità bestiale. La macchina annuncia: “Game over”; il viso della ragazza s’illumina:
– Vieni, ho dei soldi, ti pago da bere, è tanto che non parliamo un po’. Fa del suo meglio perché la sua voce sia entusiasta e non supplichevole, perché sa che a lui piace l’entusiasmo, mentre il tono supplichevole lo infastidisce.
Lui chiede: – Hai dei soldi?
– Sì, te l’ho detto, offro io. Dove ci sediamo?
– Passameli, faccio un’altra partita.

Virginie Despuentes, Baise-moi, Grasset

Alla luce del sole

Femmes et feministes insoumises

Afin de redonner toute sa dimension à la pression qui repose sur les épaules des femmes actives ayant des enfants et des mères au foyer, un collectif espagnol a décidé d’installer cette statue de street art à l’air libre durant quelques jours. Une façon de déconstruire les préjugés autour du rôle de mère de famille et de donner à réfléchir aux passants.

Per dare piena dimensione alla pressione esercitata sulle spalle delle donne attive con bambini e casalinghe, un collettivo spagnolo ha deciso di installare per qualche giorno questa statua di street art all’aperto. Un modo per decostruire i pregiudizi sul ruolo di madre di famiglia e dare ai passanti qualcosa su cui riflettere.

Le figurine di Radiospazio. L’onda di Proust

Colette: – Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso…
Paul Reboux: – Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio?
Colette: – No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…

Julia Kristeva, Colette, Donzelli Editore

Narrativa. Henry Fielding, Un tragico incidente (frammento)

Partridge entrò vacillante nella stanza, con una faccia pallida come un morto e con gli occhi fissi. Pareva insomma che avesse visto uno spettro o che fosse addirittura lui stesso uno spettro. Tom fu impressionato da quell’aspetto ed egli pure impallidí domandandogli che cos’era successo. “Spero, signore,” disse Partridge, “che non si metterà in collera con me. Io non ho ascoltato ma son dovuto restare nell’altra stanza. Cosí fossi stato lontano cento miglia, piuttosto d’aver udito quel che ho udito!” “Insomma, che cosa c’è?” “Oh Dio mio! La donna che è uscita era quella che era con lei a Upton?” “Sí, Partridge.” “E lei, lei è stato realmente a letto con quella?” domandò tutto tremante. “Temo che quello che c’è stato fra me e lei non sia un segreto.” “Ma faccia il favore, per amor del Cielo, mi risponda!” “Ma sí, voi lo sapete.” “Ah! Allora… il Signore abbia misericordia dell’anima sua! Allora, mi perdoni, ma com’è vero ch’io sono vivo, lei è stato a letto con sua madre!” A queste parole Tom divenne per un momento un’ancor peggiore pittura dell’orrore che Partridge stesso. Tutti e due restarono muti guardandosi con occhi stravolti. Finalmente Tom balbettò: “Come! Cos’è che mi dite?” “Non ho abbastanza fiato per dirglielo. Quella donna è sua madre. Che disgrazia è stata per lei, signore, ch’io non l’abbia vista a Upton, per impedirglielo! Certo è il diavolo stesso che ha fatto in modo che questo avvenisse!” “Ah, la fortuna,” gridò Tom, “non la finirà con me se non quando m’abbia fatto impazzire? Ma perché biasimo la fortuna? Sono io stesso la causa della mia infelicità. Tutti i terribili guai che mi sono toccati sono conseguenze delle mie follie e dei miei vizi. Dunque la signora Waters era… Ma inutile ch’io domandi, perché voi la dovete certo conoscere. Se avete un po’ d’affetto per me, io vi supplico andate e riconducetemi qui quella disgraziata! Oh Dio buono, l’incesto! con mia madre! a che cosa ero riserbato!”

Henry Fielding, Tom Jones, Feltrinelli, Traduzione Decio Pettoello

Le figurine di Radiospazio. Fantasmi musicali

Lui suona la sua nota, la mattina, appena sveglio e fino a sera. Crab suona la sua nota lunga, è insopportabile. I vicini impazziscono, sempre la stessa nota, né falsa né stridente ma ripetitiva, con qualche interruzione di varia durata; gli intervalli fra due note sono imprevedibili, possono durare anche alcuni minuti, alcune ore. Poi Crab suona due o tre volte di seguito la nota e si ferma un istante, riprende, si ferma di nuovo e più a lungo. È questo che fa uscire di testa. Si arriva a desiderare la fine di questi intervalli di silenzio minaccioso. Ci si sorprende a fischiettare la nota di Crab. Tutto il quartiere ne è coinvolto. Dalle prime luci del giorno fino a sera, in ogni casa c’è qualcuno che ripete la nota di Crab ­– il quale peraltro non abita più lì da molti anni, forse oggi è già morto, con ogni probabilità.

Éric Chevillard, Un fantôme, Minuit

Il video della domenica. Uno svolazzo in bianco e nero. FRED ASTAIRE, BOJANGLES OF HARLEM FROM SWING TIME (1936). 2’50”

Questa breve sequenza è tratta da Swing Time, del 1936, interpretato da Fred Astaire e Ginger Rogers, regia di George Stevens. È un omaggio a Bill “Bojangles” Robinson (1878-1949), grande ballerino e attore nero di Hollywood, che conobbe tempi difficili prima di affermarsi. La musica dei neri, nonostante la ghettizzazione, otteneva sempre maggior consenso; di conseguenza molti cantanti e ballerini se ne impadronirono tingendosi la faccia, grotteschi ibridi che riflettevano un tragicomico corto circuito socio-culturale. Citando Bill Robinson, Fred Astaire si propone come il bianco-tinto-di nero che imita il nero-nero indossando un costume prevalentemente bianco sullo sfondo di tre ombre (ovviamente nere) che registrano i movimenti del suo corpo: un gioco di specchi leggermente vertiginoso.
Secondo le cronache, il virtuosistico frammento nacque da un errore di illuminazione che l’ingegnoso coreografo sfruttò immediatamente facendone il perno della sequenza.

Le figurine di Radiospazio. Laurence Sterne, Nasi misteriosi

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La locandiera, che non riusciva a staccare gli occhi dal naso del forestiero, bisbigliò al marito: «Per santa Radegonda! È ben più grosso che una dozzina di nasi messi insieme. Non è un nobile esemplare?
«È un’impostura, mia cara, è un naso finto.»
«È un naso vero
«È fatto di abete, sento odor di trementina. »
«Non vedi che ha un porro in cima? »
«È un naso morto. »
«È un naso vivo; vivo come me, e voglio toccarlo. »
«Ho fatto voto a san Nicola, – disse il forestiero, «che nessuno toccherà il mio naso fino a…» Qui si interruppe e alzò gli occhi al cielo.
«Fino a quando? »
«Nessuno lo toccherà, ribadì lo sconosciuto, «fino a quell’ora. »
«Quale ora?
«Mai, mai, finché non sarò giunto a…», esclamò il forestiero.
«Per amore del cielo, dove? »
Il forestiero ripartì senza aggiunger parola.

Narrativa. Fabio Bacà, Te lo ricordi Kobobo? (frammento)

«… prendi Kabobo. Te lo ricordi Kabobo? È successo a Milano, tre o quattro anni fa. Esatto. Il pazzo con il piccone. Il ghanese che uccise tre poveracci incontrati per caso a Niguarda. Sì, Proprio lui. Il clandestino che disse di aver sentito delle voci nella testa e se ne andò in giro a spaccare quelle altrui, e che alla fine si beccò una condanna relativamente mite grazie alle contestatissime attenuanti invocate da uno psichiatra del tribunale. Anche se a me sembra più significativo quello che era accaduto qualche ora prima. Te lo ricordi? Non credo. Ormai l’hanno dimenticato quasi tutti. Un dettaglio indubbiamente subordinato all’enormità del fatto in sé, come no, ma in un certo senso altrettanti emblematico della vicenda di un trentunenne irregolare che trova un piccone in un cantiere incustodito e lo usa per silenziare i mortiferi suggerimenti di una voce nella sua mente. Alle tre di quel mattino, Kabobo aggredisce a mani nude due persone: nei pressi di piazza Belloveso una ragazza gli sfugge solo perché abita a due passi ed è velocissima ad aprire il portone di casa; mezz’ora dopo, un poveraccio non altrettanto fortunato si becca un cazzotto in faccia. Ora, la cosa strana è che alle autorità non arrivano segnalazioni in proposito. Non è sorprendente? Una coppia di tranquilli cittadini sfugge alle lusinghe potenzialmente fatali di un evidente squilibrato, ma nessuno dei due spende mezzo minuto per una telefonata alla polizia. Tra le cinque e le sei Kabobo si procura una spranga e ferisce seriamente due passanti. Ne insegue un terzo che porta a spasso il cane, ma quello si mette a correre, e il nostro rinuncia a inseguirlo dopo pochi passi. E indovina un po’? Anche qui nessuno si sogna di denunciare l’accaduto alle autorità. Uno dei due sprangati si fa addirittura medicare il braccio al pronto soccorso, ma ai medici fornisce spiegazioni vaghe; né ho idea del perché questi ultimi abbiano trascurato di avvertire le autorità come avrebbe imposto sia la legge che il codice deontologico. A quel punto Kabobo ha già rinvenuto lo strumento che darà un contributo esponenziale all’efferatezza delle imprese successive. Cinque aggrediti, zero segnalazioni: cinque potenziali strangolati o sprangati a morte, ma non una sola chiamata giunta ai centralini di carabinieri o polizia. A seguire, il solito plotone di sociologi, psicoanalisti, filosofi e sobillatori di professione che somministra al pubblico interpretazioni autorevoli: l’egoismo epidemico, l’autismo emozionale, il crollo dei valori come civismo, empatia e solidarietà. Tutte opinioni sensate, certo. Ma io ti dico che c’è di più. Qualcosa che non ha moto a che fare con la logica elementare o l’erosione del senso di umana pietà. Io credo che la maggior parte delle persone non sia preparata a un evento psichicamente traumatico come un’aggressione brutale. Considerata la società in cui viviamo, è assolutamente probabile che un occidentale tipico si predisponga all’eventualità di subire un qualche tipo di violenza: ma ti assicuro che fra la presa d’atto di un fatto spiacevole e la sua metabolizzazione emotiva c’è un abisso. Sono pronto a scommettere che nessuna delle persone scampate alla furia di Kabobo avesse avuto esperienza dell’aggressività tanto da identificarla e gestirla a un livello razionale più profondo. No, non sto divento che la sensibilità del cittadino medio sia diventata impermeabile alle conseguenze interiori di una tentata picconata, detta così, sembrerebbe che il problema sia l’indifferenza. No. Io sostengo una cosa ben diversa, ossia che per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno. Non è che il cittadino medio sia diventato immune ai contraccolpi psichici di un agguato: è che non riesce a stabilire un collegamento produttivo tra l’impatto razionale e le inferenze emotive che tale impatto innesca. La parola fondamentale, qui, è “produttivo”. Il problema è che abbiamo perso contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi. Pensaci un attimo. Com’è possibile che una ragazza scampata a un pazzoide sotto casa non sia in grado di intuire c he l’assalitore potrebbe scegliere la prossima vittima tra le persone che conosce nella stessa via? Come può no barattare il fastidio di una telefonata al 112 con il sollievo di aver rimosso un pericolo mortale dal quartiere in cui vive? Che è poi lo stesso in cui vivono i genitori, magari – o i suoi amici, o il ragazzo che le piace? Come fa a ignorare che la mattina dopo potrebbe aprire la finestra e spalancare gli occhi davanti a un mucchio di segatura sul marciapiede con i residui mezzo assorbiti di sangue e fluidi cerebrali di un innocente?
«Come credi che reagirebbe, se accadesse?
«E tu?
«Fatti questa domanda, dottore.
«Come reagiresti, tu?“»

Fabio Bacà, Nova, Adelphi

Riccardo Giacconi, Giochi dell’imitazione (Il Tascabile)

I tuoi piedi sono legati con degli stracci bianchi, le tue mani sono legate dietro la schiena. Una maschera ti copre il volto, e ti trovi su un palco, sola. La musica inizia. È una canzone triste e assillante, che non conosci. I tuoi piedi iniziano a muoversi da soli. La maschera inizia a scivolarti giù. Il pubblico inizia ad applaudire. È una sensazione strana, essere la marionetta. Chiudi gli occhi e ti concentri sul respiro”.

Leggi l’intero articolo https://www.iltascabile.com/letterature/giochi-imitazione/

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