Le figurine di Radiospazio. Dal capufficio

Lei è seduto di fronte al suo capo ufficio.
Si rilassi, respiri profondamente, domini il tremito nervoso delle ginocchia, esponga il suo caso, ma mantenga fino in fondo un po’ di dignità e fierezza. Non si getti ai suoi piedi, non gli abbracci le ginocchia.
Gli dica che non ne può più, che non arriva a sbarcare il lunario, che non è per sé che implora, ma per la moglie che è logorata dal lavoro di casa e per i cinque figli minacciati dalle malattie.
Forse riuscirà a convincere il capo ufficio, ma può anche darsi che egli si metta a gridare:
«Cosa? Lei, un impiegato che era ritenuto modello, venire a mendicare pochi miserabili centesimi, quando alcuni dirigenti nel pieno delle loro capacità sono ridotti alla disoccupazione a soli quarant’anni!  Si reputi fortunato se non la butto fuori a calci nel sedere!»
In questo caso non faccia gesti di cui potrebbe pentirsi in seguito. Si alzi ed esca dignitosamente.

Sara Sermini, Ci cura questa forma lapidaria. I versi poveri di Antonella Anedda (Le parole e le cose)

«Papà, spiegami allora a che serve la storia», chiese una volta un bambino al padre che di mestiere faceva lo storico, e Marc Bloch prontamente annotò la frase nel suo quaderno di lavoro, per poi concentrare in quel verbo, ‘servire’, le ragioni della sua Apologia della storia. Se rivolgessimo la stessa domanda ad Antonella Anedda ci direbbe, forse, che la storia, quella fatta sulle carte con fatica e rigore, è come la poesia: non serve a niente e non serve nessuno, non è a servizio di nessuno. Quella storia che nelle raccolte di Anedda fino a Salva con nome era entrata obliquamente nei suoi versi – come quella «navata di chiarore» che si apre improvvisa nella stanza, di notte, allo spalancarsi del frigorifero – ora diventa l’argomento stesso della raccolta. Fin dal titolo di Tacito, Historiae, che Antonella Anedda fa suo, eleggendo lo storico romano a portavoce della ricerca di una lingua che sappia ridire la storia:

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Esilii

  … plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.
Tacito, Historiae, I, 2

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda, nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sì – sciogliersi nel sale.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe

«Pensavo peggio!». Lo ha esclamato – radioso – Lebret, condannato per omicidio, a Rouen, ai lavori forzati a vita.

Al momento dell’arresto Arthur Arnould aveva già raccolto, a Saint-Cloud, tre campanelle da chiesa, oltre a quelle di ventisette case di piacere.

Ieri a Rouen il signor Colombe si è ucciso con un colpo di rivoltella. Nel marzo scorso sua moglie gliene aveva sparati tre. I due erano in attesa di divorzio.

I giudici di Doullens hanno sanzionato tre pie donne di Hérissart, ree di avere accennato a lapidare i gendarmi.

Tre scioperanti di Fressenneville condannati a pene detentive: uno, due o tre mesi, a seconda del grado di scurrilità delle contumelie rivolte ai soldati.

Aveva scommesso di bere quindici bicchieri di assenzio, accompagnandoli con un chilo di manzo. Al nono Théophile Papin, di Ivry, è stramazzato.

Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto.

Il signor Gauthier aveva sotterrato tre figlie al cimitero di Essarts-le-Roi. Ora ha chiesto che le salme vengano riesumate. Alla conta ne mancherebbe una.

Alla periferia di Marsiglia un residente, Coste, ha ucciso con un coltello da formaggio la sorella, droghiera come lui, che gli faceva concorrenza.

Il sindaco di Le Vésinet odia le sirene. Su tutto il territorio da lui amministrato nessuna autovettura sarà autorizzata a farne uso.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi, Traduzione Matteo Codignola

Quella grande politica quotidiana. EDOARDO SANGUINETI, SIAMO TUTTI POLITICI (E ANIMALI)

uomo maiale

Il moto ondoso di certi interrogativi che si accavallano e s’incrociano crea gorghi di perplessità: le spinte e le affermazioni dell’antipolitica sono davvero la negazione della politica? Odiare i politici (anche quelli non corrotti) è il primo sintomo di un’insorgente deriva qualunquistica?. Una possibile risposta ce la danno i versi di un poeta che certamente non era sospettabile di qualunquismo.

SIAMO TUTTI POLITICI (E ANIMALI)

Siamo tutto politici (e animali)
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio soltanto un parco abbozzo di catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare,
ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao,
pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi, 
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi,
lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi uomini e animali)

Edoardo Sanguineti, Siamo tutti politici e animali, “Mikrokosmos”, Feltrinelli

Rossana Rossanda, Il mio primo comizio (1948)

Non scorderò mai il mio primo comizio, a Castelnuovo Bocca d’Adda, la grande piazza fra case basse e la chiesa in fondo, i pochi compagni attorno che suggeriscono: «Aspettiamo che finisca la messa cosí la gente si ferma a sentirti», il parroco tutto nero che esce sul sagrato scrutando il suo gregge, andava verso di me o a casa? A casa, andavano, la piazza restava rada, e i compagni mi confortavano: «Ti ascoltano dietro le imposte, hanno paura di farsi vedere». E così mi ero lanciata, cercando di capire su quei volti attenti se le parole passavano, in fondo il prete che mi pareva enorme e a un certo punto «el falchett», il figlio dei signori che la domenica roteava con la sua Aurelia Sport, detta anche la bara volante, in cerca di ragazze, e si fermò incuriosito. Tutti i paesi della bassa lombarda scivolano nella mia memoria in questo scenario almeno per due decenni, finché si sono fatti ricchi, hanno ritinteggiato la piazza diventata centro storico con i negozi di Armani e Versace alla svolta. Ogni volta che la macchina mi depositava in una di queste piazze lo stomaco mi si annodava, non cessò di annodarsi anche quando divenni più  esperta, seguivo con gli occhi quelli che passavano senza fermarsi, mi parevano tantissimi, come quelli che incrociavo andando verso il luogo del comizio, non gli interessiamo, è chiaro, che sto facendo qui? Non sarò capace, non è il mio posto. E non lo era. Non so come parlassi, che cosa arrivasse a quei volti seri, operai e non, o chiusi come quelli dei contadini che arrivavano ancora intabarrati –toccavo con mano la distanza da cui dovevo parergli provenire. Erano là per appendere le pene della loro vita a una ragione piú grande, una speranza – che altro li induceva a venire? Certo non riuscivo a smuoverne l’emozione, come Togliatti e Terracini e Nenni in piazza Duomo. I miei mi parevano piú moderni, si poteva parlare in quel modo piano, prima o poi avrei imparato – senza quelle vette e quei finali che non avrei saputo tirar fuori. Mi buttavo sudando freddo, scrutando la gente davanti, sentendo se poco a poco la ragazza che veniva da Milano suscitava dopo un primo sospetto la sensazione che non erano soli, che c’erano altri con loro, se riuscivo a usare di quel margine per cui una donna era avvantaggiata, la compagna andava aiutata. Insomma se si allacciava il filo che ci teneva uniti. La sensazione era curiosa: eravamo fortissimi, i soli organizzati, ma in un mare di preti e madonne pellegrine, le cui statue oranti e infiorate erano portate da tutte le parti per esorcizzare noi, il demonio. Avvertivo i molti silenzi, ma li attribuivo a un’impaurita simpatia. Che fossimo forti era certo. Cosí certo che quando cominciarono a scorrere i primi dati degli scrutini sul nastro luminoso sulla facciata del palazzo dei giornali in piazza Cavour –eravamo accalcati là davanti con il naso in su –restammo increduli. Lo scrutinio era lentissimo, cominciò martedí sera e durò quasi due giorni, ma i primi seggi piccolissimi di provincia emettevano Dc Dc Dc, e poi anche quelli di città, Dc Dc Dc. Prima pochi dati, poi a pioggia. A un terzo dello scrutinio veniva in testa la Dc e non di poco piú di noi –molto, moltissimo. Non ci potevamo credere, nascondevano, tenevano per ultimi i luoghi dov’eravamo in testa. Ma risultò che anche a Sesto, anche nei quartieri che sapevamo proletari, dovunque eravamo al di sotto delle piú pessimiste previsioni. Perdevamo da tutte le parti, la gente ci lasciava, non credeva in noi, ci affogava in un mare di voti bianchi. Eravamo a terra, sbalorditi, davanti a un’Italia –la nostra, il nord – che dunque era tutta diversa da quel che credevamo percorrendola, l’Italia di coloro che non riempivano nessuna piazza, neanche quelle dove parlava uno dei loro, assenti e possenti. La borghesia aveva vinto, e la chiesa di Pio XII con lei.

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi

Il video di una domenica elettorale. A proposito di liste

https://www.facebook.com/IlSocioAci/videos/882596362247034/UzpfSTEwMDAxMDYyNzYyODA2NDoxMjM3NTE0NDczMjc5NDYy/

Maurice Maeterlinck, Incontrare se stessi

Non dimentichiamolo, non ci capita nulla che non appartenga alla nostra stessa natura. Ogni avventura che incontriamo si presenta al nostro animo nella forma dei nostri pensieri abituali; non si è mai presentata alcuna occasione eroica a chi non fosse già un eroe silenzioso e oscuro da molti anni.
Scalate la montagna o scendete al villaggio, andate in capo al mondo o fate un giro intorno a casa vostra, non incontrerete altri che voi stessi lungo le strade del caso. Se Giuda questa sera esce, andrà verso Giuda e avrà l’occasione di tradire, ma se Socrate apre la porta, troverà Socrate addormentato sulla soglia e avrà l’occasione di essere saggio.

Maurice Maeterlinck, Les sentiers dans la montagne

Il video della domenica. Marco Belpoliti, LA MIA VITA DA ZUCCHINA

 

http://www.doppiozero.com/materiali/claude-barras-la-mia-vita-da-zucchinay

“Non perdetelo, non solo perché è bellissimo dal punto di vista estetico – dettagli curatissimi – ma perché è un modo per ritornare di colpo a quel periodo lontano, remoto, in cui eravamo bambini. Anche se non si smette neppure un momento di essere adulti guadandolo – come potrebbe essere altrimenti? –, ci sono attimi in cui la lama sottile del dolore s’infila tra costola e costola, una fitta alla stomaco, un dolore nel petto.”

Il film intero

 

 

La maledizione più lunga della storia letteraria (probabilmente)

San Giovanni Battista, il precursore, san Pietro e san Paolo, sant’Andrea e tutti gli altri Apostoli di Cristo lo maledicano. E possano maledirlo i restanti discepoli e i quattro Evangelisti. Il sacro coro delle Vergini che, per onorare Cristo, disprezzarono le cose di questo mondo, lo condanni. Possano tutti i Santi che dal principio del mondo alla fine di tutti i secoli amarono Dio, insultarlo. Il Cielo e la terra e tutte le cose sante che ivi si trovano lo maledicano. Sia maledetto ovunque sia, in casa o nelle stalle, in giardino o nei campi, lungo una strada e su un sentiero, nei boschi, in acqua o in chiesa.
Che le maledizioni lo raggiungano anche mentre sta mangiando o bevendo, quando è affamato e assetato, mentre è digiuno, dorme o sonnecchia, quando lavora o quando riposa, quando orina o defeca, o quando si sta salassando.
Sia maledetto in tutte le facoltà del suo corpo, di dentro e di fuori, nei suoi capelli e nel suo cervello. Sia maledetto nel suo capo.
Maledetto nelle sue tempie, nella fronte, nelle orecchie, nei sopraccigli, nelle guance. Nelle mascelle, nelle narici, nei denti molari e negli incisivi, nelle labbra e nella gola, nelle spalle, nei polsi e nelle braccia, nelle mani, nelle dita.
Mille anatemi ricadano sulla sua bocca, sul suo petto, sul suo cuore, nei suoi precordi, nello stomaco e nell’intestino, nelle reni e negli inguini, nel femore, nei suoi organi genitali, nelle natiche, nelle ginocchia, nelle gambe, nei piedi e nelle unghie. Possa essere maledetto in tutte le giunture e le articolazioni delle membra; dalla cima della testa alla pianta dei piedi non abbia un’oncia di carne sana.

Laurence Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentitluomo, Einaudi

Demented Burrocacao, L’improbabile storia degli Squallor, il gruppo più osceno d’Italia (Noisey)

Cosa succede se fai suonare insieme alcuni dei migliori produttori e autori italiani? Decine di dischi pieni di deliri musicali e brillante umorismo da osteria.

Durante i funerali c’erano due bare. E noi stavamo a piangere tutti su una bara. E io mi sono accorto che c’era un altro nome allora ho chiesto al prete: “Chi è il cadavere?” Lui dice: “Antonio…” Non ricordo il cognome. Così ho detto: “Ragazzi, stiamo a piangere uno che non conosciamo, cambiamo bara”. […] Daniele era spiritoso, gli piaceva se ridevamo, non se piangevamo.

Alfredo Cerruti sulla morte di Daniele Pace, dal documentario The Squallor.
“Questo amante così infedele che è il successo”. La citazione è di Mara Maionchi, la quale sicuramente (ahimè) se ne intende. Quanti farebbero carte false per questo amante? Quanti venderebbero l’anima al diavolo pur di abbracciarlo? Diciamolo, quasi tutti, soprattutto nella musica leggera italiana. Ma a volte, invece, il successo è solo un gioco e arrivarci è un vero e proprio scherzo, anzi un atto di nichilismo per cui non ha importanza cosa si fa; solo fare, sbattendosene del risultato, è un modo per indirizzare le energie verso la fortuna indiscussa e la gloria eterna. L’esempio principe di questa teoria è quello degli Squallor, uno dei gruppi più osceni, anarchici e scorretti di tutta la storia della musica italiana.

Leggi l’articolo:
https://www.vice.com/it/article/597bv3/squallor-storia-manzo-biografia

Sergio Benvenuto, Invecchio, dunque non sono (Le parole e le cose)

Da vecchi si è liberi di dire ciò che si vuole. Soprattutto liberi di dire sciocchezze – i più giovani non oseranno reagire indignati. Non per rispetto della senectus come si crede, ma per commiserazione. “Poveretto, non ci sta più tanto con la testa…” si dice con aria tra il beffardo e il contrito. È vero che molti, da vecchi – quando non hanno più nulla da perdere, nemmeno la pensione – sentendosi finalmente affrancati, dicono le scempiaggini che hanno in fondo sempre pensato, anche da giovani, solo che prima non osavano dirle coram populo. Da giovani, si è attenti a non provocare il comune senso del pudore, si sa che certe cose si possono dire solo con lunghe circonlocuzioni per cui pochi capiscono. La vecchiaia invece dà licenza di spudoratezza. È accaduto così che un celeberrimo premio Nobel in medicina, un genio, invecchiando abbia lasciato sgocciolare le sue convinzioni scientificamente razziste, creando un imbarazzato raccapriccio tra colleghi e ammiratori. Ma sono convinto che il nobélier – come si dice in francese – quelle idee razziste le avesse sempre coltivate nel cortiletto privato della propria mente.

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39127

Il video della domenica. Elena Bucci legge “Aleatoria”, di Mario Giorgi

https://youtu.be/4M0E0iZXHPg

«Più si avanza, più si ha l’impressione di tornare indietro. È strano questo: tu cammini, vai avanti, metti un piede dopo l’altro, ma non puoi guardare avanti, la testa è bloccata, puoi guardare solo indietro. E il curioso è che, andando avanti, un passo dopo l’altro, senza fermarti mai, senza mai immaginare che la testa è bloccata, arrivi in fondo e finalmente ti accorgi che il tuo andare avanti in realtà è stato un… hai girato in circolo, hai percorso una sorta di circonferenza, per cui sì, sei andato avanti, ma in realtà sei arrivato dietro, al punto di partenza. Solo che ti trovi – per così dire – alle spalle di te stesso, di com’eri e dov’eri quando sei partito…»

Mario Giorgi, Configurazione alieno, CS libri

Maurice Maeterlinck, La potenza dei morti

In un libretto che è un piccolo capolavoro, La città incantata, una scrittrice inglese, Mrs Oliphant, ci mostra i morti di una città di provincia che, improvvisamente, indignati dal comportamento e dai costumi degli abitanti nella città che essi hanno fondato, si ribellano, invadono le case, le strade, le piazze. I morti sono una moltitudine sterminata, onnipotente, ancorché invisibile, quindi hanno la meglio sui vivi, li cacciano oltre le mura e fanno buona guardia affinché non entrino se non dopo un trattato di pace e una penitenza purificatrice che ripari lo scandalo e assicuri un futuro più degno.
Questo racconto, che sembra il frutto di una troppo accesa fantasia perché siamo abituati a vedere solo le realtà materiali ed effimere, nasconde una grande verità. I morti vivono e si aggirano fra noi più realmente e più efficacemente di quanto potrebbe rappresentarci la più avventurosa immaginazione. C’è da dubitare che se ne restino nelle loro tombe, è molto più probabile che non si lascino rinchiudere là dentro. Sotto le lastre delle quali li crediamo prigionieri c’è solo qualche pugno di cenere che non li riguarda più; le hanno abbandonate senza rimpianti e probabilmente dimenticate. Tutto ciò che essi furono, ora è fra noi. In che modo, in quale forma? Dopo tante migliaia, milioni di anni non lo sappiamo ancora, e nessuna religione ce l’ha saputo dire con ragionevole certezza, nonostante si siano molto impegnate; ma stando a certi indizi possiamo sperare di capirlo.

Maurice Maeterlinck, Les sentiers dans la montagne

Andrea Pomella, Arrivare in anticipo (Doppiozero)

Ai tempi della scuola i miei compagni cenavano tutti tardi. Cenare tardi era indice di modernità. Più si cenava tardi, più si era evoluti, alla moda, giusti, impeccabili, audaci. Più si cenava presto, più si era primitivi, bifolchi, demodé, sbagliati, coglioni. Cenavano tardi le famiglie piccolo borghesi, avvezze dalla nascita a modi estroversi e spigliati. Cenavano presto i complessati, i goffi, gli incarogniti nel male sociale del disprezzo di sé. Io che discendo da una famiglia di origine contadina avevo l’abitudine di cenare alle sette meno un quarto, quando in Tv davano Zig Zag con Raimondo Vianello, o I Jefferson, o Italia Sera con Piero Badaloni, e pertanto rientravo nel novero dei coglioni.
Poi sono cresciuto, e nel frattempo quel che allora era considerato moderno è diventato antico. Ma ciò che è rimasto inalterato nel connotare una certa idea borghese di modernità è proprio la gestione del tempo individuale. 

Leggi il resto dell’articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/arrivare-in-anticipo

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