Federico Fellini. Nel regno delle canzonette. Audio/Radiospazio. durata 7’02”

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Fra il 1939 e il 1943, Fellini collabora con l’EIAR, acronimo dell’emittente pubblica durante il Fascismo con un centinaio di copioni radiofonici che costituiscono il primo contatto del giovane Federico col mondo dello spettacolo. In questo periodo di apprendistato si delineano alcuni temi che diventeranno centrali nella poetica di Fellini autore cinematografico: uno fra i tanti, il Varietà.

 

 

 

Radiospazio 2014 – 2015. Un best seller e due sorprese.

 

annuncio solo robonson def 2Dopo la conferenza stampa del TPE,  lo possiamo dire: al centro della prossima stagione di Radiospazio ci sarà un Robinson Crusoe. Con l’isola, naturalmente, e il mare, e Venerdì, e forse anche il pappagallo parlante – mentre invece dovremo rinunciare ai cannibali per una questione di budget. Diciamo, insomma, che gli ingredienti principali del grande romanzo di De Foe ci saranno tutti. E in più alcuni personaggi che nel romanzo non compaiono: il vecchio Daniel Defoe, il libraio William Taylor e Best Seller; quest’ultimo è una presenza tanto incorporea quanto incombente: è necessario che il romanzo ancora da scrivere abbia le caratteristiche del Best Seller, ne ha bisogno De Foe, che deve fare la dote alla figlia e ne ha bisogno il libraio Taylor che deve investire una cospicua cifra per la tiratura. Siamo nel 1719 ma le dinamiche editoriali non sono molto diverse da quelle dei nostri giorni. De Foe ha avuto l’idea di riscrivere una storia vera, quella del marinaio scozzese Alexander Selkirk che aveva trascorso quattro anni e quattro mesi in solitudine su una delle Isole Juan Fernández  prima di tornare in patria, ma una vicenda forte non basta, il libraio Taylor vuole entrare nel merito e vagliare cosa può funzionare e cosa, invece, va espunto dalla vicenda del naufrago. E De Foe racconta, e il racconto prende forma sulla scena e nei video che narrano l’isola. Tuttavia le forbici dell’editore sono in agguato e molti saranno i tagli, e dolorosi. E’ il marketing, bellezza.

 

 

Quando l’audiodoc diventa fiction.

Condominium

Il 6 settembre 2013 viene uccisa Maria Giuseppina Tescione, un’anziana signora che abita a via Prenestina a Roma. Principale indiziato dell’omicidio, e tuttora in carcere, il nipote che viveva con lei. L’omicidio diventa l’occasione per riflettere sui rapporti fra le persone all’interno di un sistema chiuso come è un condominio. I muri sottili degli appartamenti moderni permettono di sentire tutto eppure di farsi gli affari propri, il bisogno di intimità e protezione non è funzionale a se stesso e rende esposti comunque, tanto vale provare a rompere le scatole.

http://www.audiodoc.it/ascolta.php?audio=audio&id_doc=223&type=doc&lang=1

La nuova stagione di Radiospazio teatro

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Per il momento non diciamo ancora niente se non che abbiamo fatto il possibile per allestire un nostro piccolo cartellone all’interno della stagione del Teatro Astra. Il 26 giugno, se vorrete, ne saprete di più.

 

Piccolo monologo per attrice e bastone. JANE MARTIN, LA MAJORETTE

 

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Jane Martin è una misteriosa drammaturga americana. Misteriosa perché forse si tratta di un drammaturgo che si cela dietro uno pseudonimo femminile – e sarebbe un riserbo del tutto inconsueto per un autore maschio. Questa Majorette non è stata scritta per il teatro, è un brevissimo racconto di Jane Martin pubblicato da Guanda nell’antologia “Narratori di poche parole”; comunque in palcoscenico farebbe la sua ottima figura.

Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

 

 

Alberto Moravia. Il tacchino di Natale. Audio/Radiospazio. durata 13′

 

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Con l’arrivo dell’estate apriamo i nostri archivi audio: potete ascoltarli, scaricarli, collezionarli. È possibile che una decina di giorni dopo la pubblicazione gli audio vengano tolti per fare spazio ai nuovi file (il nostro magazzino ha una capienza limitata, per il momento); in questo caso potete scriverci e li riproporremo.
L’audio che inaugura la nostra rassegna è un’opera giovanile di Moravia tratta dalla raccolta “Racconti surrealisti e satirici”, Bompiani editore.
Questi racconti sono stati scritti nel decennio 1935/1945. Quando ne iniziò, ventottenne, la stesura, Moravia si era rivelato clamorosamente col romanzo Gli indifferenti, dal quale tuttavia la poetica dei “Racconti surrealisti e satirici” si differenzia notevolmente.

In galleria. Gli orti del teatro.

 

filodrammatici 1Idraulici e avvocati, studenti e geometri, salumieri e pensionati: le filodrammatiche degli anni Cinquanta erano la rappresentazione plastica di un interclassismo operoso che la Democrazia Cristiana tentava di realizzare a livello politico praticando sofisticate alchimie e delicati, complessi equilibri.
Le signore erano rare, ridotte al minimo indispensabile e, se appena era possibile, i ruoli femminili venivano ricoperti da signoroni corpulenti, meglio se barbuti perché nelle farse finali , che erano di rigore, il contrasto fra quei pelacci e i rossetti, i belletti, le gonnone e i fazzolettoni faceva ancora più ridere. Le mogli, le sorelle, le fidanzate erano comunque utilissime in retrovia, dunque a casa, per cucire costumi, tuniche e fondalini. Ben visti, anzi necessari i bambini e gli adolescenti, maschi e femmine, perché il repertorio delle filodrammatiche prevedeva molti drammi familiari, e nelle scene madri era necessario mostrare la piccola vittima in carne ed ossa, volta a volta figlia illegittima, orfana, incompresa.
L’impegno dei filodrammatici era rigoroso, come ispirato a un imperativo morale profondo. Artigiani, operai, professionisti, maestre di catechismo passavano le loro serate, dopo il lavoro, discutendo sui copioni e soprattutto provando. Tutto questo fervore non prevedeva alcuna ricompensa (anzi, erano gli attori che si autofinanziavano) se non il piacere di esibirsi di fronte ad amici, parenti e pubblico del quartiere. C’era, in queste imprese spontanee, una modestia che oggi mi sembra tanto più preziosa in quanto inconsapevole: non avreste trovato, infatti, nelle stagioni dei filodrammatici, un classico, ma titoli come Un dramma in miniera, Scacco matto, I seguaci di Giuda, Lo spettro bianco, Tormento, Focolare infranto. E dire che, in quanto produttori di se stessi, quegli attori avrebbero potuto decidere di sbizzarrirsi con i capolavori shakespeariani, goldoniani, ibseniani. La borghesia colta (?), ovviamente, snobbava con un sorriso il lavoro di quegli umili artigiani del teatro, che magari la mattina erano andati a riparare un rubinetto nelle loro case, e andavano al Teatro Comunale a vedere Gassman, Ricci e Ruggeri.
Oggi, la coltivazione di questi virtuosi, dimenticati orti minori può sembrare stravagante e incomprensibile. E comprensibilmente, perché nell’epoca dei bandi che giustamente favoriscono i progetti teatrali le compagnie novae (quelle dei più attempati non esistono quasi più) affrontano i più arcigni monumenti teatrali con la serenità del neonato nell’incubatrice. La leggerezza è prerogativa dei giovani, si sa, e chi non ha mai preso a sassate un classico alzi la mano, ma ogni tanto qualche promotore di bando potrebbe assumere il ruolo dell’adulto e fare “Ehm… ehm”, discretamente, fra le quinte. Non per conculcare la creatività, ci mancherebbe: un colpetto di tosse potrebbe essere l’embrione della consapevolezza, chissà.

 

 

 

 

 

In galleria. I Premi

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I Premi sono soggetti strani. Io ne ho frequentato uno, qualche tempo fa –sporadicamente, non più di due, tre volte l’anno, perché non è facile entrare in confidenza coi Premi – ma ho capito che proprio non ci prendevamo. Sono soggetti contraddittori e sorprendenti, del tutto diversi da come appaiono quando siedono al tavolo con le acque minerali sul tappeto verde e le targhette identificative davanti (“Io sono io, non facciamo scherzi”), e quelle voci ministeriali, e quei capelli ben separati da scriminature militari oppure ricomposte in compunti riportini. Visti così, nell’habitat premico cui vengono destinati dalla culla, incutono soggezione, è inutile negarlo, ma se li incontri in una saletta riunioni o in un ristorante, lubrificati dal vinello, frana tutta l’impalcatura; il Premio che frequentavo io, per esempio, quando si stravaccava in camera caritatis, dava il peggio di sé: altro che bizantinismi ministeriali, volevano esser madonne e insinuazioni sui membri della giuria e perfino sugli autori premiandi. Pur essendo un Premio di seconda, di terza fila, rimasi sbigottito davanti al suo comportamento, come se avessi sorpreso il mio professore di Filosofia Morale che faceva la lingua alla cameriera del Caffè dell’Università. Per non parlare dei mutamenti repentini dei Premi: un attimo dopo essersi grattati il sedere e altre parti si riannodano la cravatta e te li ritrovi nella sala rossa damascata tutti impettiti come nelle fotografie dei bollettini SIAE.
Eppure, a guardar bene, qualche crepa  la rivelano sotto l’alta uniforme. Il Premio Pirandello, uno dei più prestigiosi, dei più alti, della cui prosa abbiamo riportato un frammento, mostra una macchiolina sullo sparato della camicia impeccabile, quell’accenno alla fama e alla popolarità di Alessandro Preziosi che non scalfiscono il suo amore puro per la drammaturgia. E perché mai dovrebbero scalfire? Molière, Ibsen, Hugo, Rostand, Shakespeare, Ionesco, Pinter, Eschilo godettero di fama e popolarità ma a nessuno venne mai in mente di dubitare che il loro amore per la drammaturgia fosse limpido come l’acqua che scaturisce dalla più pura sorgente del Teatro Originario. Perché questa noticina su Preziosi? La questione meriterebbe un convegno. Gli enti che potrebbero organizzarlo non mancano.

 

 

Un fortino teatrale degli anni Sessanta.

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C’era un bel giro, là sotto, di convenuti da varie regioni: non convocati ma semplicemente arrivati per caso o per passaparola. Il sotto era una cantina romana che sarebbe diventata il Teatro di Via Belsiana, nel cuore elegante di Roma. Gli anni? I primi Sessanta, o il 64 o il 65, chissà. L’assortimento, tenero e prezioso, proponeva registi, attori, pittori, drammaturghi (ma il termine era poco usato a quel tempo), tutti ancora in boccio o quasi; alcuni appassirono presto, altri sono ancora in attesa di fiorire, qualcuno ha compiuto la sua parabola di vita. Facciamo qualche nome, ma sì, altrimenti che razza di racconto sarebbe? I lettori più giovani potranno andare a cercarli in rete. Dunque, Giacomo (Jimmy) Piperno, attore e doppiatore che aveva affittato la cantina insieme a Claudio Camaso (nome d’arte di Claudio Volonté, fratello di Giammaria); Tano Marcellino, brillante regista siciliano; Gianni Macchia, attore brunissimo e bellissimo che sarebbe diventano un’icona porno soft degli anni Settanta (memorabili i suoi film con Anna Moffo, soprano lirico sexy); Vettor Pisani, pittore inquieto e introverso che nel decennio successivo avrebbe realizzato le sue opere più provocatorie. Sul piatto c’era una questione vitale, quella di sempre: che cosa facciamo di questo teatro? Di conseguenza, discussioni e divisioni: sperimentazione vs/ impegno, ricerca vs/ teatro politico, le solite di quegli anni, condite da ingenui tentativi di manovre sotterranee per trovare alleati sulla propria linea, proprio come facevano i grandi. Fin qui, tutto regolare. Ma chi avesse sceso la scala di quella cantina si sarebbe trovato di fronte a uno spettacolo sorprendente: le discussioni della platea erano contrappuntate da uno sbattere ritmato di piedi, anzi direi di scarponi che andavano avanti e indietro sul palcoscenico. Era Carlo Cecchi che al comando di una sua piccola truppa riproduceva le marce allucinate di The brig, la prigione dei marines indisciplinati così come l’aveva rappresentato nel suo spettacolo il Living Theatre. Marciavano con l’imperturbabilità dei monaci zen (“La via non porta da nessuna parte ma non si può fare a meno di percorrerla) e, come si addice ai monaci, tacevano, preferendo l’operosità al dibattito. L’anno seguente, al teatro di Via Belsiana andò in scena, ad opera di Giammaria Volonté e del giovanissimo Cecchi, Il Vicario, lo “scandaloso” dramma di Hochuth sui rapporti fra Pio XII e il Nazismo. Ci fu un’unica replica con un contorno di polizia. Il prefetto vietò lo spettacolo, gli attori resistettero alcuni giorni in teatro ma furono costretti alla resa. Cessarono le discussioni e quel primo nucleo si sciolse. Ma una stagione era incominciata.

Scriveteci fuori: QUESTO E’ UN TEATRO. Teatro Rossi aperto

205123836-7fae2260-bb9e-410c-aea0-0892a8af5e3a ‘Voi mi avete contagiato! Quando vi vidi in scena per la prima volta, si scatenò in me la passione per il teatro’. Questa, riporta la Lavrent’eva in ‘Vita vissuta’, fu la risposta di Stanislavsky a Ernesto Rossi, che lo aveva interrogato a proposito della nascita del suo interesse per l’arte scenica. Ernesto Rossi è stato uno studioso e interprete shakespeariano, livornese di nascita e russo d’adozione e a lui, alla fine dell’Ottocento, l’accademia dei Ravvivati ha intitolato un teatro pisano, che dal Settembre 2011 reca il nome di Teatro Rossi Aperto. Insieme ai teatri Verdi, Manzoni e Regio Nuovo, caratterizzati da un palinsesto più ‘classico’, il Rossi è stato, per un periodo compreso tra la fine del ‘700 e i primi del ‘900, uno spazio culturale importante della città, dedicato alle rappresentazioni di avanspettacolo, del varietà, dell’operetta, divenendo successivamente una sala cinematografica e poi confluendo, in epoca fascista, nel demanio statale, fino ad essere improvvisamente chiuso, per motivi di inagibilità, nel 1966, dopo i lavori di ampliamento dell’adiacente Cassa di Risparmio di Pisa, che ne hanno deteriorato alcuni spazi. A causa di questi danni, la Cassa di Risparmio è stata condannata nel 1973 a pagare all’AmministrazioneL. 30.000.000 (più spese processuali). Durante la prima decade degli anni 2000, il teatro è stato sottoposto ad alcuni interventi di manutenzione, ma è stato riutilizzato solo saltuariamente in occasione di performance organizzate dalla Scuola Normale di Pisa o dal Teatro Verdi. A parte questi sporadici episodi, il Rossi in questi anni è rimasto sigillato, fino al 26 settembre 2011, quando ‘un gruppo di studenti e operatori precari della cultura’ hanno deciso di occuparlo e di riaprirlo.
Il Rossi è un bellissimo teatro. Ci sono entrata per caso, arrivata con un’amica da Lucca, e ho assistito ad uno spettacolo che aveva debuttato al Fringe di Roma, dal titolo ‘#Tessuto’, del Collettivo Cascina Barà. La scenografia era realizzata sul momento e in movimento grazie ad una tavoletta grafica, attraverso cui il telo alle spalle dell’attrice protagonista Daniela Scarpari veniva colorato di bianco, rosso e nero e il tratto ne sporcava l’abito chiaro nei momenti di maggior drammaticità. Il palcoscenico è maestoso e gli affreschi che coronano i palchetti che circondano la platea si stanno deteriorando. Fortissimo il contrasto tra quella scenografia, che svaniva e ricompariva d’improvviso, e i disegni settecenteschi, che resistono al tempo, alla noncuranza, che un po’ rinascono sotto le nuove cure. Era Novembre, faceva freddo e l’obolo volontario, che si poteva lasciare prima e dopo lo spettacolo, era destinato a finanziare le attività per la manutenzione degli impianti di riscaldamento. Non so se con la nuova stagione i lavori saranno conclusi, so invece che, fino ad ora, il Rossi ha ospitato una radio web che si chiama Radiocicletta, ormai stabile all’interno di una sala del teatro; che la cantante Nada ha scelto di ambientare all’interno del teatro il video del primo singolo del suo nuovo album; che la programmazione è caratterizzata da mostre a istallazioni, da concerti al cinema – ultimamente proiezioni cinematografiche di pellicole mute, con colonne sonore eseguite dal vivo al pianoforte – ma soprattutto teatro, con tanti artisti nazionali e internazionali che hanno fatto sentire le proprie voci.
I ragazzi del Rossi mi hanno raccontato che la prima cosa che hanno fatto una volta entrati nel teatro è stata quella di aprire tutto: le finestre, le porte, le uscite di sicurezza. Che aprire tutto è stato come spegnere le luci, che c’era lo stesso silenzio di quando sta per iniziare uno spettacolo e si aspetta di vedere cosa accadrà.

‘It’s so magic to enter a theater
and see the lights go off.
I don’t know why
The silence is deep, and the curtain raises.
It’s probably red.
You enter another world.’
David Lynch

Claretta Caroppo

Hollywood de noantri. ENNIO FLAIANO

 

noantri“Le do trenta secondo per raccontarmi il suo film!”. Così, ne “I Protagonisti”, di Altman, un onnipotente produttore di Hollywood riceve i troppi sceneggiatori e registi postulanti che lo assediano. Il gioco è crudele ma chiaro perché quell’embrione di film ha una chance di vedere la luce, e se ce la fa nasce con tutti i crismi. Più nebbiosa è la condotta dei produttori italiani degli anni ’60 così come li rappresenta Ennio Flaiano. (Quelli di oggi non hanno ancora trovato un autore che li voglia e li sappia raccontare).

Il cinema non è difficile, ma assurdo. Immaginiamo che Manzoni debba scrivere i suoi “Promessi sposi” nelle stesse condizioni in cui lavora un regista. Egli pieno di entusiasmo, espone la storia del suo romanzo: piace, ma con qualche riserva.
— La peste, serve? Non piace al pubblico e denigra l’Italia. La sommossa milanese è utile? Non fa un pochino il gioco dei comunisti? In più, è certamente costosa. Bene l’Innominato, non potrebbe però essere un pirata? Potremmo utilizzare le navi del Corsaro Nero. E Lucia? Non è scialba? Con tutte queste belle ragazze che abbiamo! Ci tiene proprio a Don Rodrigo? Se ci tiene, lasciamolo, ma che sia meno prepotente.
Raggiunto un faticoso accordo, il Manzoni passerà alla stesura del romanzo. Gli annunciano che potrà cominciare l’indomani alle due, sulle rive del lago di Como. Sulla piazza principale di Lecco, il Manzoni trova un tavolo con un calamaio e fogli di carta. Tutt’intorno, i tecnici e una folla di curiosi che si fatica a tenere a bada finché non arriva la polizia e stende i cordoni. Benché innervosito, il Manzoni comincia: «Quel ramo del lago di…» Impossibile scrivere “Como”, mancano le “c”.
—     Lasci perdere, dottore, scriva Lomo o Tomo, poi accomoderemo.
E così di seguito, fermandosi ogni tanto. Che si aspetta? La luce non è buona. Poi è la volta dei “bravi” che ritardano. Sopraggiunge invece il produttore, che raccomanda:
—     Facciamo  presto, caro Manzoni, tanto il pubblico a queste cose non ci bada.
Il Manzoni continua a scrivere, arriva alla meno peggio alla fine del capitolo; è triste perché sa che non potrà riscriverlo, né correggerlo. Il produttore, invece, è entusiasta:—     Benissimo! Domani scriveremo il capitolo XX nel castello dell’Innominato. Tutto pronto?

Ennio Flaiano, Diario notturno, Adelphi

 

Il fascino del pop/e viceversa.

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Ultimi ragionamenti sul programma per la prossima stagione teatrale, fra qualche giorno i giochi saranno tutti, e ufficialmente, chiusi – per le compagnie piccole sul formato di Radiospazio, intendo, perché quelle istituzionali hanno già provveduto da tempo, com’è logico.
Provveduto e annunciato. E l’annuncio è grandioso. Lo Stabile torinese, in particolare, mette in campo alcune formazioni perentorie: Shakespeare/ Battiston, Shakespeare/ Cecchi, Shakespeare/Placido, Shakespeare/Gassman, Cristina Comencini/Cristina Comencini, Pirandello/Lavia, Pirandello/Orsini, Don Giovannni/Timi, La Parola/Peppe e Toni Servillo, Cyrano/Ferrini. Eccetera.
Irresistibili e pop. Forse pop in quanto irresistibili – oh, la permeabilità (umana, umanissima) del pubblico a cospetto dell’Irresistibile!
“Di fronte a uno schieramento tanto imponente”, dice, “Bisogna che i piccoli si attrezzino per la concorrenza”. (Lo so che si dovrebbe mettere sempre il soggetto ma in questo caso non ha importanza, è la voce del Mercato o se vogliamo della Saggezza). Mi diverte l’idea che Radiospazio debba fronteggiare questa Armada con i suoi spettacoli fatti di nulla (a parte le bravure, gli ingegni, le tenacie), è un paradosso tonificante. Dunque anche noi faremo il nostro piccolo, grande spettacolo pop – con relativo annuncio, il 25 giugno.

Un misterioso compagno di strada, l’Assurdo di Tardieu

steinberg tardieuSul rullo del blog, le parole scivolano via e i post scendono ogni giorno un gradino della scala che conduce a un progressivo, fisiologico oblio. Esistono tuttavia rare eccezioni: qualche post di tanto in tanto si riaffaccia arzillo come quei vecchi che, dopo un sonno postprandiale di tre ore, si svegliano alle cinque di un pomeriggio piovoso e chiedono: “E adesso, cosa si fa di bello?”. Uno di questi post riguarda lo spettacolo di Jean Tardieu, Nostro assurdo quotidiano, che Radiospazio ha messo in scena più di due anni fa in modo piuttosto avventuroso. Non lo hanno visto in molti, quindi viene da chiedersi che cosa spinga i visitatori del blog a clickarlo; mi sembra strano che siano attratti dal nome di Tardieu, un autore non particolarmente frequentato in Italia, soprattutto in questi anni; è più probabile che si tratti della parola “assurdo”, per di più combinata con “quotidiano”, un cocktail che nella sua semplicità strizza l’occhio al cliente più di tante altre sofisticherie del menu. Ne siamo lieti, naturalmente, e ci teniamo questo piccolo, irrisolto mistero (se si potesse sapere come funzionano le cose su un blog, tutto sarebbe più facile). In omaggio al nostro prezioso e involontario collaboratore, vi propongo una breve poesia di Tardieu che ci mostra l’altra faccia dell’autore, quella “non assurda” (anche se, quando si parla di poesia non si può mai affermare nulla di certo).

Verbo e materia

Io ho io non ho
Avevo avuto non ho più
Avrò sempre
Io avevo io non ho più
Non avrò mai più
Se avessi avuto
Avrei ancora.

 

La voce dello sguardo.

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Secondo quanto riporta la Repubblica in data 3 giugno 2014, vanno all’asta le foto di Yosuke Yamahata, il reporter militare che per primo giunse sul luogo del bombardamento di Nagaski. Queste fotografie sono consegnate alla storia ma anche alla letteratura grazie a Philippe Forest che nel suo romanzo Sarinagara le trasforma in alta narrazione.
Su alcuni frammenti di Sarinagara Radiospazio ha lavorato in un paio di occasioni sperimentando lo spessore della parola forestiana anche sul palcoscenico.

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/01/25/philippe-forest-43-secondi-sarinagara/

Una madre allatta il suo bambino: una donna molto giovane nello splendore della recente maternità, il torace che spicca bianco tra i lembi scostati dell’abito, un seno scoperto cui è attaccata la bocca del bambino. Entrambi sembrano essere stati colpiti molto leggermente: sulla guancia sinistra della donna, sul suo splendido volto, si apre semplicemente il fiore rosso di una ferita e se il bambino pare essere ferito più seriamente al cranio, sulla pelle ha però solo tracce di bruciature superficiali; succhia, con così tanta energia concentrata che lo si direbbe ostinatamente attaccato alla vita, preservato insieme a sua madre nel cuore stesso della catastrofe, vivo nell’occhio sinistro del ciclone, risparmiato, intento a riprendere le forze necessarie per una seconda esistenza che ricomincia tra le rovine.
Yamahata conosce il suo mestiere. Sa che non deve lasciarsi scappare l’occasione di quella fotografia. L’immagine è già pronta. Deve solo riprenderla. Dice tutto. è l’unica immagine accettabile del disastro. In effetti, rimarrà la più famosa. L’aria malinconica, quasi smarrita della giovane donna, lo sguardo nel vuoto, esprime un dolore senza limiti, immenso al punto da contenere in sé una miseria grande come l’universo. Ma il suo gesto immemorabile di dare il seno, l’abbandono fiducioso del bambino tra le sue braccia, l’incomprensibile impressione di forza che scaturisce dai due corpi teneramente stretti uno all’altro, la loro integra e singolare bellezza, dicono più forte ancora il desiderio testardo di sopravvivere.

(Philippe Forest, Sarinagara, Alet Edizioni, traduzione di Gabriella Bosco)

http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/03/foto/nagasaki_the_day_after_le_foto_inedite_del_giorno_dopo_l_atomica-87904389/1/?ref=fbpr#1

 

 

Sulle tracce della Medusa. UNA SOSTA DELL’EBREO ERRANTE. Audio/Radiospazio. durata 14′

 

http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-una-sosta-dellebreo-errante

chivio ebreo errante

Ultimo “Poemetto drammatico” di Graf della nostra serie. Nella breve galleria che abbiamo registrato questo mi pare il meno inventivo, come se il fardello di un mito negativo come quello di Assuero (e il conseguente “rimbalzo” agiografico sulla passione di Cristo) pesasse anche sulla scrittura. Ben altra agilità, anche scenica, Arturo Graf aveva messo in atto, ad esempio, nella “Dannazione di Don Giovanni”.

Dopo questa breve serie, pubblicheremo altri audio di Radiospazio, meno impervi e senza dubbio più fruibili. Ci piaceva, comunque, mettervi a parte di questa nostra inconsueta e impegnativa esperienza.

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