Le figurine di Radiospazio. Bordello facebook

Bordello facebook Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Il capo della polizia che aveva veduto un poliziotto picchiare un furfante si mostrò molto indignato e avvertì il subalterno che non avrebbe mai più dovuto agire a quel modo, se non voleva rimetterci il posto. «Non siate troppo severo con me,» disse il poliziotto sorridendo; «lo picchiavo con un bastone pieno di crusca. » «Eppure, » continuò il capo della polizia, «si tratta di cosa sgradevole; anche se non gli avete fatto male.» «Ma,» disse il poliziotto, «era un furfante di stoppa. »
Per esprimere la propria soddisfazione con una pacca sulla schiena, il capo della polizia allungò la mano destra con tale violenza che si ruppe la pelle dell’ascella e una quantità di segatura scese dalla ferita. Era falso anche il capo della polizia.

Le figurine di Radiospazio. Falsi

Jeans falso consumati. Falso strappati. Pantaloni falso mimetici. Borse mimetiche. Capelli falso giovani, rossastri. In giro falsi rasta. Falsi gangsta, falsi rap. Falsi punk. Falsi giovani. Borchie falsamente utili. Magliette falso scolorite. Falsa vita vissuta. Falsa esperienza, falso inconscio, falso immaginario, falsa coscienza. Falsa la megalopoli, falso il lavoro. Falso legno, ffalso antico, false le cacche di mosca su falsi mobili. Il falso grezzo nei ristoranti falso-fichetti, o vero-fichetti per falsi fichetti. Falsi gli hipster con false barbe folte lunghe tagliate quadre, false camicie da falsi boscaioli, birre falso-artigianali. False calvizie, falsi muscoli con tatuaggi falso tribali. Veloci sfrecciano falsi falsi pappagalli verdi, frutto del riscaldamento globale, anch’esso artificiale, posticcio,. Falsi i pesci nelle pescherie: orate di allevamento, salmoni artificiali mangia merda, vongole non-veraci, spigole di acque chiuse, rombi di fondali plastificati. Falci i cespugli intorno alla stazione Metro A, che esibisce una falsa modernità ammantata di falsa tecnologia nel falso durevole, falso come il falso bugnato dei muri modulari di contenimento dopo il sottopasso, falso il cordoglio dei manifesti fascisti che celebrano semistrappati un militante greco morto da quarant’anni, stupidamente, inutilmente, in una stagione di falsa contrapposizione politica, molto violenta, sanguinosa, che produceva morti veri, ma per falsi scopi, come i manipoli di falsi rivoluzionari che compivano vere azioni militari. Falsi i film nei cinemi più a valle frequentati da teste canute – Ma davero t’è piasciuto? – tardo-riflessive con in mente falsi convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza, come tutti i loro simili, qui e altrove. Falsa l’urgenza con sirene del purma daa Squadra che preme per avere strada. Tutto il falso e il falso-vero sono più veri dell’autenticamente vivente, del davvero risalente L’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone, abituata all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica cosa condivisa, il linguaggio.

Le figurine di Radiospazio. Interferenze musicali

Da una tenda del campeggio, non lontano da casa, venne fuori la serie delle canzoni spagnole. Questi cantanti improvvisati mi procurano un diletto inatteso e di un’incomparabile intensità. Ogni canzone mi fa rivivere con acutezza sentimentale e visiva le estati della mia adolescenza quando anch’io mi davo al campeggio e cantavo con gli amici. Davvero, questi modesti escursionisti mi hanno procurato dei momenti meravigliosi. Se fossi onnipotente, ordinerei per loro un castigo di due o cinque colpi di bastone! Perché loro non sono come ero io. Io li so stupidi, sportivi e buoni. Alla loro età, io portavo Nietzsche sotto la tenda e già rodevo il mio cervello e quello degli altri.

Le figurine di Radiospazio. Un’altra felicità

Lèvin era sposato da più di due mesi. Era felice, ma in un modo completamente diverso da come lui si aspettava. Ad ogni passo s’imbatteva in delusioni sui suoi vecchi sogni e nuovi insospettati incanti. Lèvin era felice ma, entrato nella sua nuova vita di famiglia, ad ogni passo si accorgeva che era qualcosa di completamente diverso da quel che lui s’immaginava. Ad ogni istante egli provava quel che avrebbe provato un uomo che, dopo aver ammirato il placido, tranquillo scorrere di una barchetta su un lago, si fosse egli stesso seduto su quella barchetta. Aveva visto che, oltre a tenersi diritto senza vacillare, bisognava tener presente, senza dimenticarsene per un solo istante, dove ci si doveva dirigere, che sotto i piedi c’era l’acqua e che bisognava remare, che le mani non avvezze facevano male, insomma che guardare era facile, ma guidare davvero la barca, anche se dava gioia, era molto difficile

Le figurine di Radiospazio. Sull’avere cose in testa

Stepan Arkad’ic non sceglieva né le tendenze né le opinioni, ma queste stesse tendenze e opinioni giungevano a lui da sole, proprio allo stesso modo come non lui sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma adottava quella che era di moda. E per lui, che viveva nella società più in vista, avere delle opinioni, oltre al bisogno di una certa attività di pensiero che normalmente si sviluppa negli anni della maturità, era così indispensabile come avere un cappello.

Le figurine di Radiospazio. Il fatto “bambino”

Quando all’adulto venne mostrato il bambino attraverso la vetrata divisoria, non vide un neonato ma un uomo fatto (solo in fotografia aveva il solito viso da lattante). Gli piacque subito che fosse una bambina; in caso contrario la gioia sarebbe stata comunque la stessa. Dietro alla vetrata gli venne messa davanti non una «figlia», o magari un «discendente», ma un bambino. Di per sé il fatto «bambino», senz’altri attributi, emanava serenità e si trasfuse come qualcosa di furtivo nell’adulto al di qua della vetrata, unendo quei due, una volta per sempre, in una sorta di cospirazione. Non era solo responsabilità quel che l’uomo sentì vedendo il bambino, ma anche voglia di proteggere, e fierezza: la sensazione di star ben piantati per terra e di essere diventati d’un tratto forti.