Samuel Beckett – Parole e musica – Radio II

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dicembre 2011

Parole e musica, scritto in inglese (Words and Music) nel 1961, venne trasmesso per la prima volta dal Terzo Programma della Bbc il 13 novembre 1962. Il radiodramma prevede tre personaggi: Parole, Musica e Croack.

Il titolo Parole e musica suona come la limpida enunciazione di un ritorno ai fondamenti della radio: nella buia caverna risonante possono esistere solo la parola e la musica. Da sole, oppure insieme, sovrapposte (un amplesso, dunque? sì, letteralmente: una sopra l’altra – e nel finale vedremo anche la malinconia conseguente la fine dell’amplesso). Oppure una contro l’altra. Oppure l’una desiderante l’altra. L’una orfana dell’altra. L’una che suggerisce all’altra, incoraggiandola. O che polemicamente distorce il suo messaggio in parodia. Eccetera. La dinamica della coppia Parola/Musica – come la dinamica di tutte le coppie – si sviluppa in infinite variazioni, cioè, verrebbe da dire: può produrre innumerevoli storie, simili e al tempo stesso uniche. A proposito di storie, possiamo ricordare che recensendo sull’«Observer» la prima emissione di Words and Music, il critico Paul Ferris dichiarò ai lettori il suo smarrimento di fronte all’anomalia di un testo che «quasi nulla concede alla forma drammatica così come viene normalmente intesa». Credo che in realtà lo sgomento di Ferris non derivasse tanto dalla “forma drammatica” quanto dall’assenza di una trama decifrabile. Ma la radio (e il teatro) di Beckett non sviluppano trame: propongono, invece, rapporti che lo spettatore è chiamato a decifrare in piena e angosciosa libertà: lo smarrimento dello spettatore è lo smarrimento dell’autore stesso il quale, contrariamente a quanto afferma una ricorrente formula piuttosto sbrigativa, non “mette in scena il nulla”, mette in scena l’impossibilità di raccontare ciò che deve comunque essere raccontato. Per tornare al nostro Parole e Musica, le sue componenti narrative sono davvero scarne: c’è una coppia di personaggi fortemente dipendenti l’uno dall’altro (come lo sono la parola e la musica nel linguaggio radiofonico) governata (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li placa li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dalla musica e dalla parola. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Probabilmente sì, ma se osassimo far cadere qualcuna delle molte maschere che ci proteggono non lo sentiremmo come del tutto estraneo a noi.

 

Radio II – scritto in francese (Pochade radiophonique) nei primi anni Sessanta, fu trasmesso dalla Bbc nel 1976 in occasione del settantesimo compleanno di Beckett. Diciamo subito dell’argomento: in un luogo imprecisato (ma la radio non ha bisogno di scenografie) agiscono un aguzzino, la sua stenografa, una vittima e un torturatore, che un’esplicita didascalia di Beckett indica come muto (l’unico personaggio, nella storia della radiofonia, che non parla, almeno a mia memoria). Data la situazione, il plot è canonico: si tratta di costringere la vittima a parlare. Non “confessare”, ma parlare, nel senso di “raccontare”. Siamo tornati al tema che percorre il radiodramma Parole e Musica di cui abbiamo appena detto, così come l’intera opera di Beckett: solo a condizione che si realizzi il racconto l’aguzzino e la sua stenografa potranno sottrarsi alla schiavitù di una non meglio identificata commissione che sorveglia dall’alto il loro perverso lavoro. Ma la vittima fornisce solo brandelli di narrazione, straccetti di un vissuto nebbioso in cui si intravedono un gemello cresciuto nel suo ventre, un seno e poco altro: immagini (parole) immerse in una geografia sfocata, generica: gallerie, oceani, un alto e un basso, un muro che delimita un qualche cosa… Troppo poco per ricostruire un racconto compiuto: il lavoro di estrazione (tortura) deve continuare, e se non basta gli aguzzini devono ricorrere alla manipolazione.

Invitiamo gli spettatori che leggono queste brevi note prima dello spettacolo a tenere a mente il titolo di questo radiodramma, Pochade radiophonique chiedendosi che rapporto possa intercorrere tra la frivolezza della pochade e la tortura: forse in questa contraddizione troverà la chiave di un imprevedibile, sottile divertimento.

A. G.

 

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