Quelle scimmie che nessuno colse

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“Entrate nel meraviglioso mondo delle SCIMMIE DI MARE. Una vasca di felicità – il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto! In un secondo le stupefacenti scimmie di mare nasceranno dalle minuscole uova sotto i vostri occhi! Fatele crescere e divertitevi! Questi adorabili animaletti riempiranno la vostra casa di allegria. POSSONO PERFINO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzato e giocano tra loro continuamente: sono così pieni di trovate che non vi stancherete mai di guardarli. 
Allevare le SCIMMIE DI MARE è così facile che anche un bambino di sei anni può farlo senza alcun aiuto. Mangiano pochissimo e tengono  la loro acqua così pulita che richiedono cure minime – benché richiamino l’attenzione. Vi mostreremo inoltre come insegnare loro ad obbedire ai vostri ordini ed eseguire esercizi come le foche ammaestrate. Sorprenderete tutti i vostri amici.”

Negli anni ’50/’60, questo annuncio circolava con suadente insistenza sulle riviste dei semplici come “La domenica del corriere”,  “La Tribuna illustrata” è più tardi “Lancio story” e simili. Di solito era incorniciato insieme ad altri prodotti che dovevano favorire le pubbliche relazioni, come ad esempio degli occhiali ai raggi x che permettevano di vedere le ragazze sotto i vestiti. Il prodotto era illustrato da un miserello con un cappelluccio da comico scemo che roteava gli occhi mente guardava delle signorine disegnate con qualche trasparenza. Il claim  del prodotto era il più stupido e sorprendente che immaginar si possa. Recitava pressapoco così:”il prodotto è infallibile, tutte le ragazze vi sfuggiranno spaventate.” E c’era anche, in quelle bacheche pubblicitarie, la polvere Mom che non mancava mai nemmeno nei vespasiani, posizionata all’altezza d’occhio dell’italiano medio così da coglierlo mente espletava una funzione che non richiede una concentrazione particolare; è uno di quei momenti sospesi durante i quali gli occhi si soffermerebbero volentieri su qualche scorcio naturale: un gruppo di cespugli che circondano una fontanella (per restare in tema) o un pesco dai frutti turgidi. Invece quegli occhi, dopo aver ispezionato la graniglia del vespasiano senza  trovar spunti particolari a parte alche graffito di soldati in libera uscita (figure falloidi incise con la baionetta d’ordinanza, qualche “Lia ti amo”, poca roba perché non era facile scalfire la dura graniglia) tornavano al punto di partenza e davanti al naso trovavano raffigurata una scatola di latta com una scimmia disegnata sopra, e la scritta tondeggiante “Mom”. La scimmia era a suo modo ammiccante mentre protendeva la gambetta come per farsela massaggiare. Cred che avesse anche il rossetto. La correlazione donna/scimmia era rafforzata dal claim, ancora una volta spiritoso: “State attenti che le vostre donne non la scambino per cipria”. A me, ragazzino, l’avvertimento sembrava più misterioso che salace. Dov’era il guizzo? E cos’era quella polvere? Lo scoprii qualche anno più tardi, era un rimedio contro le piattole, cioè quegli animaletti che i fidanzati contraevano andando a casino per rispettare, volenti o nolenti, l’illibatezza delle loro fidanzate scimmie. Squarci antropologici e allegorie morbosamente intrecciate rimbalzavano dalla pubblicità della rivista a quella del vespasiano. Nelle scimmie di mare, invece, tutto si organizzava in una féerie leggiadra e domestica e celebrava senza sangue né dolori né traumi da parto il magico miracolo della vita. Bastava una polverina sciolta nell’acqua, e subito nascevano, nella gioia e nella spensieratezza, minuscoli esseri dotati di una predisposizione per il  circo. Nascevano “già imparati” perché subito impugnavano minuscoli violini ed eseguivano danze per le quali sarebbero stati necessari mesi di prove. Doveva dunque esistere un mondo dell’arte, sia pure quella circense, nella quale lo studio avveniva prima della nascita, come una grande Accademia iperuranica nella quale  gli esserini si formavano professionalmente per poi essere ridotti in polvere,commercializzati e, una volta acquistati, ritrovare in una boccia d’acqua la loro interezza. Forse, si pensava, esistevano altre specie di scimmie di mare che potevano passare dallo stato liofilizzato a quello del grande teatro e proporre ai padroni Molière, Shakespeare o, perché no? Il teatro dei burattini. Si facevano molte congetture sulle scimmie di mare ma nessuno fra i miei conoscenti osò arrischiare le poche lire necessarie per comprarle. Tutti preferivamo che il sogno vivesse nelle nostre fantasie. Preferivamo fidarci dell’illustrazione che verificare coi nostri occhi. Solo uno del gruppo, da adulto, mi disse di passaggio che le aveva ordinate per posta. Gli era arrivata una bustina giallastra che sciolta in acqua aveva generato un pugno di vermetti schifosi senza violini e senza tutù. Disgustato, li aveva subito gettati nel gabinetto. Subito? Sì, senza perder tempo. Insensato, se avesse aspettato almeno una notte, come prescritto dalle istruzioni, forse le scimmiette sarebbero sbocciate, come le tre meravigliose fanciulle dalle melarance, e lo spettacolo avrebbe avuto inizio.

ANNAMARIA TESTA, PERCHE’ DOBBIAMO LEGGERE DI PIU’ AD ALTA VOCE(da Internazionale)

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“Leggere è un’attività del tutto innaturale, onerosa dal punto di vista sia fisico (la nostra vista non è fatta per stare a lungo focalizzata su una pagina o uno schermo) sia mentale. Decodificare una stringa di testo impegna diverse aree cerebrali in vorticose operazioni di riconoscimento dei segni, conversione di quei segni in suoni, ricordo delle parole che a quei suoni corrispondono, e interpretazione,”

Leggi il resto dell’articolo:
http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/03/21/leggere-alta-voce

Una passeggiata di fine anno

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Fra le bancarelle dei libri, in una passeggiata sentimentale (ma non solo) con Francesco Pecoraro, in questi ultimi giorni del 2016.

da “Le parole e le cose”

SPOT CONAD. I baci rubati di un socio enigmatico. 15″

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 https://www.youtube.com/watch?v=2FgNR2-kM9Q

Lui è un socio Conad. Di quelli tonici. Di quelli che alle otto di mattina non solo sono sbarbati e colazionati, ma hanno già fatto il business plan della giornata e forse della settimana. Uomo deciso, sta comunicando all’interlocutore che l’operazione bis si farà. Evidentemente è un socio-capo, duro ma sensibile alle esigenze delle massaie, di tutte le massaie che navigano sulle onde della crisi. A incominciare da sua moglie. La quale entra in scena dopo qualche secondo. E’ vestita, pronta per uscire, con cappotto e borsa, affannata e forse preoccupata. Stacco. Primo piano della mano di lei che s’impadronisce con gesto rapido delle chiavi della macchina. Vorrebbe tagliare la corda subito. Sempre di corsa, e mormorando per non interrompere la telefonata, sussurra al marito: “Io vado…”. Lui l’attira e pretende un bacio. Lei sbriga la pratica nel minor tempo possibile e fa per uscire. Ma il conadiano è uomo a tutto tondo e a suo modo piacione;  non gli par vero di coniugare moglie, azienda e claim pubblicitario: conia quindi all’istante un calembour che gli sembra irresistibile. “Bis”, mormora (sempre al telefono) attirandola a sé e baciandola. Siamo a 15″ dall’inizio, al climax della narrazione: in un istantaneo “a parte” sul viso della moglie ribaciata passano stupore, perplessità, sconcerto, sgomento; passa, forse, un velocissimo flash back di un’intera vita coniugale. Sicuramente è assediata da molte domande sul marito: è ormai incapace di distinguerla dalla Conad? Si congiunge con lei (quando lo fa) per stabilire un più intimo contatto con l’azienda? La campagna bis esercita su di lui un misterioso potere afrodisiaco? E’ talmente cinico che, sapendo di essere ripreso in tv, vuole dare l’immagine del marito perfetto? Naturalmente sono domande senza risposta, come si conviene a uno spot che, promuovendo le vendite, evoca un prodotto molto più sofisticato, l’inconoscibile.

Il video della domenica. ELENA ZOBAK, THE RIGHT WAY. 1’50”

In meno di due minuti, un piccolo apologo sull’ipocrisia genitoriale (o, se si preferisce, sul pedagogicamente corretto)

Lo stadio degli indignati

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C’è uno spettacolo ancora più sconfortante della furfanteria ed è l’indignazione che essa provoca, o meglio: la rappresentazione che l’indignato si sente di dover mettere in scena. Essendo privo di qualunque rudimento di recitazione, l’indignato  che rappresenta la sua indignazione sembra uno di quegli attori che all’inizio provocano pena, poi imbarazzo, poi irritazione per l’impudenza che mettono in mostra;  se si esibisse su un palcoscenico e davanti a un pubblico pagante verrebbe sommerso da fischi e ortaggi; invece, essendo l’indignazione l’humus più diffuso, finisce per recitare davanti a una platea di indignati in tutto simili a lui – un po’ come i poeti da quattro soldi che si leggono e s’incoronano fra loro. Analfabeta com’è, l’indignato improvvisa copioni sgangherati: quelle che ritiene siano denunce infuocate  sono solo enunciati del suo Io offeso – un Io che egli ritiene tanto fragile e immacolato da doverlo proteggere come fa un imam con la verginità delle sue figlie. Tendenzialmente bulimico, l’indignato patisce i morsi di una fame sempre più rabbiosa; il suo palato pruriginoso ama i cibi differenziati, di conseguenza egli esterna su tutto, dai politici ai cartelli stradali con la stessa intensità, così come il suo messaggio è sempre uguale: lo schifo, sì, lo schifo che promana da tutto e da tutti: uno schifo cosmico e irrefrenabile da cui si sente prima minacciato poi sommerso. Rabbioso com’è, (mai che si esprima con parole incisive, ferme e vibranti) l’indignato precipita spesso nell’assurdo. Mi ricorda, in questo, un avvocato che incontravo tanti anni fa allo stadio: bolognese vecchio stampo, odiava ferocemente la Juventus (molto amata dalla Romagna). Erano i primi anni Sessanta e la squadra torinese schierava giocatori come Charles, Sivori e Boniperti. Il Bologna, squadra di casa, cercava di contenere i danni. Non appena le maglie bianconere apparivano dagli spogliatoi, l’avvocato veniva sopraffatto dall’indignazione; diventava paonazzo e con voce strozzata incominciava a gridare: “Maledetti! Andate via!”. Tutti si chiedevano se era matto, dopo tutte quelle ore di attesa sulle gradinate, e con quel che era costato il biglietto… Ma l’avvocato continuava: “Pupi schifosi prezzolati dagli Agnelli! Via… fuori da questo stadio!” Per fortuna il clamore generale era tanto forte che le squadre non sentivano e la partita incominciava lo stesso. Oggi, tutto lo stadio è pieno di indignati e la partita non si gioca più. Al suo posto c’è un’altra cosa, maleodorante e informe, che non si riesce a definire.

P.S. Nei soggetti più permeabili la rappresentazione dell’indignazione può assumere le forme dello squadrismo (vedi il tentato “arresto” dell’ex deputato Osvaldo Napoli).

VIOLETTE LEDUC, Un’asfissia densa di parole

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Leggere queste righe, scritte da Violette Leduc nel 1946, con la sensazione di avere un piede sul petto.
Leggerle prendendosi delle pause, alzando la testa, guardando il cielo crepato dagli alberi spogli, proprio come accadeva nel film sulla sua vita diretto da Martin Provost.
Poi, leggerle ancora, in assenza di aria, allora tutte d’un fiato, forse come avrebbe fatto lei, forse come le ha sentite arrivare, le parole, nella sua stanza buia in rue Paul Bert a Parigi.
Recitarle, ad alta voce, alla madre, chiedendo di essere ascoltata, elemosinando dell’amore, un gesto di tenerezza.
Urlarle, quelle parole, ad uno sconosciuto, per strada, la strada da lei percorsa avidamente tremando di paura, con la sacca piena di provviste da rivendere al mercato nero, anche se la guerra è finita. Sussurrarle, magari a se stessi, come una confidenza, come un segreto, come un’onta, la sua, quella di essere una figlia illegittima e di portare come marchiato a fuoco sul viso, il ricordo di quell’innocente colpa.
Scriverle, sentire che “le piccole frasi affannose ci afferrano alla gola”, come voleva Simone de Beauvoir, Signora, lei la chiamava così, supplicandola di placare quel dolore, di arginare il mare di ferite, di follia, di rabbia, di trovare nell’asfissia della vita, uno spazio denso di parole.

Luana Doni

“Mia madre non mi ha mai dato la mano…Mi aiutava a salire, a scendere i marciapiedi stringendomi il vestito lì dove la manica si lascia afferrare facilmente. Ne ero umiliata. Mi sembrava di essere la carcassa di un vecchio cavallo tirato per l’orecchia da un carrettiere…Un pomeriggio, mentre un calesse fuggiva via, schizzando sull’estate sinistra i suoi riflessi, in mezzo alla strada, respinsi la mano. Lei mi strinse più forte e mi sollevò da terra come un pollo tirato su per un’ala. Divenni inerte. Non andavo più avanti. Mia madre vide le mie lacrime.

Il video della domenica. GIANFRANCO BARUCHELLO, NOTIZIE IN DUE MINUTI

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https://www.alfabeta2.it/2016/09/24/gianfranco-baruchello-notizie-due-minuti/

Artista di lunghissimo corso e impegnato sui fronti delle sperimentazioni più svariate, Gianfranco Baruchello fu allievo di Marcel Duchamp, che conobbe nel 1962. Questa sua breve opera del 2008 assume i ritmi e i modi del videoclip per operare un dissolvimento ansiogeno della notizia della quale raccoglie, nell’ultima inquadratura, le ceneri raccogliendole nell’urna funeraria del Corriere della sera.

 

PIERO CALAMANDREI, “C’ERA UNA GRAN BURRASCA…”. Discorso agli studenti di Milano sulla Costituzione, 1955

Si è consumato, e speriamo definitivamente, l’orrore di una campagna referendaria disgustosa. Ciascuno può dire di aver dato il peggio di sé, specialmente sui social. C’è chi parla di un complotto algoritmico; personalmente non credo sia stato necessario: è evidente che nell’invocata pancia degli scriventi si annidava una quantità impressionante di gas letali che ci hanno ammorbato per troppi mesi. Apriamo la finestra.

 

La striscia. ANAÏS NIN

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June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello vernale. C0è chi lo chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.

Anaïs Nin, Diario 1931 – 1934, Bompiani, Traduzione Delfina Vezzoli

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