Blog Radiospazio. I più cliccati di agosto

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L’Aquila. Il fuori e il dentro

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/08/20/laquila-il-fuori-e-il-dentro/

 

queneau piuma

Un antidoto per le serate di poesia. Raymond Queneau, Una poesia

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/07/08/un-antidoto-per-le-serate-di-poesia-raymond-queneau-una-poesia/

 

scott fitzPiccoli frammenti per lui e lei. Francis Scott Fitzgerald, Taccuini

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/08/05/piccoli-frammenti-per-lui-e-lei-francis-scott-fitgerald-taccuini/

Gli incendiari non amano il teatro

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A fuoco nella notte la Cavallerizza Reale. L’incendio è doloso, ma il movente è un mistero

Intorno all’1.30 il rogo ha prodotto danni pesanti. Trovata carta imbevuta di liquido infiammabile. Distrutta un’ala del complesso barocco sotto tutela dell’Unesco dove sorgeva lo storico Circolo dei Beni Demaniali.

Per secoli, il fuoco ha convissuto con la vita quotidiana del teatro come strumento indispensabile per illuminare la scena e al tempo stesso come nemico costantemente in agguato. Gli incendi che hanno distrutto i teatri nel XVIII e nel XIX secolo sono innumerevoli ma quei calamitosi eventi facevano, per così dire, parte del gioco pericoloso e inevitabile che metteva in stretto contatto il legno e la fiamma. Ieri il fuoco non si è sviluppato per caso né per incuria ma è stato innescato da una mano criminosa. Viene da mettere in relazione l’incendio del Circolo Beni Demaniali con l’attività appassionata dell’Assemblea Cavallerizza che in questi mesi ha coinvolto la cittadinanza in un progetto di attività per i più piccoli, jam session, spettacoli. Spirava, insomma, in questo angolo splendido e trascurato di Torino, un vento nuovo che ieri si è scontrato con un altro vento, di segno opposto, mefitico e misterioso. E’ molto importante capirne al più presto la provenienza.

http://www.lastampa.it/2014/08/30/cronaca/a-fuoco-nella-notte-la-cavallerizza-reale-LQlXkHD0pJc6m7BcNBcA5K/pagina.html

Federico Fellini. L’ometto allo specchio. Audio/Radiospazio. durata 4’36”

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Un altro audio del giovane Fellini, che fra il 1939 e il 194o fa una breve ma intensa gavetta radiofonica prima di dedicarsi al cinema. La sua produzione è disimpegnata, veloce, artigianale ma contiene in embrione alcuni elementi della poetica felliniana. In questo “Ometto allo specchio”, per esempio, oltre al realismo magico che circola nella cultura italiana in quegli anni, si rivela un certo interesse per l’introspezione (con qualche compiacimento che poi scomparirà).

Per la lettura e per la scena: Pat Rushin, La velocità della luce

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Piccolo racconto dialogato, con un taglio finale che lascia sospesa la narrazione. Potrebbe essere il tassello di uno spettacolo ancora tutto da costruire montandolo con altri pubblicati in questo blog, perché no? Tempo fa, qualcuno mi ha chiesto perché andassi spargendo questi frammenti; mi piace pensare che fra i lettori ci sia anche un teatrante che va scegliendone alcuni per rimontarli sul filo di un suo personale spettacolo. Forse il senso di un blog ondivago come Radiospazio Teatro può anche essere quello di affidare dei materiali al vent0 della rete immaginando che vadano a ricomporsi da qualche parte e in qualche modo.

ATTORE    Una sera, mentre eravamo a letto a guardare lo show di Johnny Carson, mia moglie mi disse che era finita.
ATTRICE   Voglio divorziare.
ATTORE    Quando?
ATTRICE   Il più presto possibile.
ATTORE    Perché?
ATTRICE   Non resisto più. Mi stai facendo diventare pazza. Non ti amo.
ATTORE    Improvvisamente mi sentii in preda alle vertigini.
ATTRICE   Capisci?
ATTORE    Sei stanca. Dormi un po’. Ne parleremo domani.
Il mattino dopo la radio mi svegliò con con una notizia che cancellò dalla mia mente l’episodio della sera prima. Un comunicato degli scienziati di tutto il mondo annunciava che la velocità della luce stava aumentando: 301.561 chilometri al secondo la sera precedente, più di 304.000 al momento dell’uscita dei giornali.
«E adesso che facciamo? Ce la prendiamo con calma, ci lasciamo prendere dal panico, o che cosa?»
ATTRICE   Non c’è niente da fare. È finita.
ATTORE    La mattina trascorse velocemente, con la televisione che era diventata un caleidoscopio di domande, teorie, spiegazioni.
ATTRICE   Che cosa stai facendo?
ATTORE    Niente. Cerco di prendere questa cosa con calma.
ATTRICE   Come ti senti?
ATTORE    Non è facile. Ti aspetti che le cose continuino come sempre, poi all’improvviso qualche cosa che hai sempre dato per scontato…
ATTRICE   Mi dispiace che sia dovuto succedere. So che è stato un colpo.
ATTORE    Un colpo, sì.
ATTRICE   Non lo faccio semplicemente per capriccio. Voglio che tu lo sappia. Ci pensavo da anni. Ma c’erano i ragazzi… Ho già fatto le valigie. Ho chiamato un taxi. I particolari possiamo sistemarli dopo. Dimmi solo che capisci perché lo faccio.
ATTORE    Le cose intorno erano troppo luminose. Tutto stava andando sempre più veloce. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a guardarla.
«Fare cosa?»
Lei mi strinse il braccio. Sentii che singhiozzava, e le diedi un colpetto affettuoso sulla mano.
«Servirebbe a qualcosa parlarne?»

Pat RushinLa velocità della luce
“Narratori di poche parole”, Guanda. traduzione Luigi Schenoni

Arthur Clarke. I nove miliardi di nomi di Dio. Radiospazio/Audio. durata 10’45”

05.Clarke. i 9 miliardi

Arthur Clarke è noto al grande pubblico perché fornì a Kubrick il soggetto per 2001, Odissea nello spazio ma i lettori di fantascienza lo conoscono come autore di romanzi che sanno uscire dalla letteratura di genere, come il racconto sornione e apocalittico dal quale abbiamo tratto lo sceneggiato che vi proponiamo questa settimana.

L’Aquila. Il blog di Radiospazio in trasferta

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Per definizione, un blog non risiede da nessuna parte, se non in un punto imprecisato di quella che viene definita la rete; capita tuttavia che l’estensore di un blog, non potendo usufruire della immateriale vaghezza di cui gode la sua creatura, si venga a trovare talvolta in un luogo preciso, individuabile, reale, come è accaduto in questi giorni a chi scrive. Il luogo è L’Aquila ed era, non dico inevitabile ma probabile che l’estensore si sentisse sollecitato a scrivere almeno una nota su questa città che in passato fu laboratorio di molte imprese culturali, per essere in seguito depauperata dalla noncuranza di alcuni (pochi, ma ampiamente sufficienti) e infine distrutta da una “calamità naturale”, come scrivono asetticamente i giornali, favorita dalla noncuranza di altri uomini – ma chissà, forse i noncuranti erano sempre gli stessi. Gli amici aquilani hanno accolto con affettuoso interesse l’articolo di ieri e molti hanno scoperto in questa occasione il blog di Radiospazio del quale si è parlato in modo fruttuoso. Fra l’altro si è risolto un piccolo mistero riguardante gli audio dell’archivio che pubblichiamo settimanalmente e che destano meno interesse degli articoli e dei materiali letterari. La spiegazione l’ha fornita, con lucido realismo, un’amica che non nominerò per non metterla nei guai: i materiali letterari si possono leggere durante l’orario di lavoro mentre sarebbe imbarazzante ascoltare in ufficio l’audio di uno sceneggiato tratto da un racconto di Moravia. L’idea che i frammenti di Cheever, di Queneau, di Scott Fitzgerald del nostro blog vadano a rasserenare le lunghe ore di lavoro davanti al computer, lo confesso, mi ha procurato una piccola vertigine e una visione olivettiana di qualche secondo nella quale il lavoro d’ufficio s’intersecava armoniosamente con la letteratura.
E’ molto utile che i blog vadano ogni tanto a fare quattro passi con gli amici.

L’Aquila. Il fuori e il dentro.

imageimageDi notte, il buio dei vicoli innumerevoli viene interrotto dal brillare dei giunti delle impalcature. La scena rappresenta una foresta, anzi sono cento, forse duecento le foreste di un unico allestimento immobile per l’assenza di un copione e di una drammaturgia. Gli attori ci sono, ci sarebbero: questi aquilani che si aggirano fra le impalcature, che si siedono ai tavolini di caffè e ristoranti appoggiati sul nulla, che ascoltano musiche a palla risonanti nel vuoto. Anche durante la guerra la gente andava a teatro e al ristorante, ben vestita e desiderante, poi suonava la sirena, gli spettacoli si interrompevano, i camerieri riportavano in cucina i secondi e tutti via, di corsa, al rifugio. Era la regola del gioco: ogni felicità dura poco. E poi le guerre finiscono, lo si studia anche sui libri di scuola: ci metteranno uno, due, tre, cinque anni, ma finiscono, quando il nemico avrà distrutto tutto quello che c’è da distruggere, sarà finita e inizierà un dopo. Qui, invece, niente dopo; gli attori che si aggirano fra queste scenografie sanno che lo spettacolo non avrà luogo; qualcuno, per ingannare il tempo che non passa, ricorda gli spettacoli passati ma la Storia diventa un ferrovecchio arrugginito se non esistono ponti che collegano il passato al futuro.Questo mi pareva fino a qualche giorno fa.
Invece.
Invece l’amico Giancarlo Gentilucci mi ha fatto scoprire un teatro. Non la facciata di un teatro ma il dentro di un teatro che sta nascendo, anzi rinascendo. Un dentro che fra un mese incomincerà ad ospitare spettacoli. Quando vi sono entrato, mi ha colpito il legno del palcoscenico. E’ normale che il palco di un teatro perbene sia di legno ma raffrontandolo all’orgia insensata de ferro che ingabbia L’Aquila mi è parso un piccolo miracolo. “Il legno è vivo”, dicevano i vecchi falegnami; neppure l’imprenditore più alienato può dire altrettanto dei tubi innocenti. E ancor di più mi ha colpito la platea, ancora in via di allestimento: una montagna di poltrone (anch’esse di legno) un po’ sgangherate ma possiamo essere certi che fra un mese saranno a posto e accoglieranno un pubblico. Vero: di umani, dico, non di fantasmi aggirantisi fra scenografie spettrali. E’ un inizio, è un dopo che contiene futuro. Il teatro si chiama “Nobel per la pace”, un nome che contiene, evidentemente una storia. Spero che un giorno Giancarlo Gentilucci voglia raccontarla così come l’ha raccontata a me

 

Piccolo racconto/monologo. John Cheever. Stagione di divorzio.

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Viene chiamato il Cechov dei sobborghi ma a me sembra che non vi sia traccia di quel “teatro dell’isterismo” di cui parla Sanguineti ne “Il vaudeville tragico”. Circola invece, nei racconti di John Cheever, un’ironia crudele che sembra connaturata al nostro vivere quotidiano e che trova nel dialogo asciutto la sua evidenza, come appare in questo breve racconto che potrebbe essere portato sulla scena. 

Una sera, mentre lavavamo i piatti, Ethel mi parlò del dottor Trencher. “Sai, mi sono dimenticata di dirtelo. Trencher mi ha detto che mi ama. Non può vivere senza di me.”
Lì per lì, non diedi troppa importanza all’episodio. Poi una sera, mentre leggevo il giornale, mi accorsi che Ethel stava alla finestra e guardava giù in strada.
«È proprio Trencher, vieni a vedere.»
«Beh, che cosa c’è di strano? Sta soltanto portando a spasso il cane. »
«Dice che viene tutte le sere a guardare le nostre finestre illuminate.»
Trascorsero due settimane. Una sera, tornando a casa, trovai un mazzo di rose nel soggiorno. Ethel disse che gliele aveva portate Trencher nel pomeriggio.
«Quanto tempo si è fermato?»
«Solo un minuto. »
«Vuoi andartene via con lui?»
«Non so, ma chi può dire che non dovrei?»
Alle nove suonò il campanello. Era Trencher. Sembrava turbato ed emozionato.
«So che a lei non piace vedermi qui, ma amo sua moglie. Sono un uomo pratico, e mi rendo conto che non si potrà decidere niente finché lei non avrà divorziato».
«Fuori di qui», gridai. «Se ne vada all’inferno!».
Trencher uscì. Ethel era pallida, ma non piangeva. Andammo a letto, e durante la notte Ethel mi svegliò. Era distesa dalla sua parte del letto e piangeva.
«Perché piangi?»
«Perché piango? Perché piango? Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito passatomi di seconda mano, a una festa di vent’anni fa, e non mi sono divertita. Piango per qualche sgarbo che non riesco a ricordare. Piango perché sono stanca, perché sono stanca e non riesco a dormire.»
Udii che si stava sistemando sul divano, poi tutto tornò nel silenzio.

John CheeverStagione di divorzio, Garzanti, traduzione Marco Papi

Jean Tardieu. Il signor Io. Audio/Radiospazio. durata 9’15”

immagine tardieu.il signor io

Riproponiamo l’ascolto di un altro Tardieu nonostante i frequentatori del nostro blog l’abbiano inspiegabilmente trascurato (davvero incomprensibile il disinteresse per un gioiello come la Conversazione Sinfonietta ma si può sempre rimediare ascoltandolo, infine: il file è ancora sul blog). Questo è un Tardieu meno giocoso con delle striature, mi sembra, beckettiane: una clownerie enigmatica che funziona anche nella versione audio.

Piccolo racconto dialogato. Tama Janowitz. Incursione da Tiffany.

 

tiffany nuovoQuesto frammento è ritagliato da un libro di racconti che ha quasi trent’anni, Schiavi di New York. La allora giovanissima autrice, Tama Janowitz, veniva associata a un manipolo di autori di punta come Easton Ellis e McInerney, molto letti anche in Italia. I plot di questi racconti, minimali e aggraziati, hanno, mi pare, qualcosa da dirci ancora oggi.

ATTRICE        Fred aveva un problema: gli piaceva fermare le ragazze per strada e portarle a far spese da Tiffany. Dato che era un musicista disoccupato e che viveva in un alloggio all’ultimo piano senza ascensore né acqua calda, questo gli causava spesso dei guai.
Una volta, mentre mangiava un gelato a Soho, fermò una ragazza.
FRED            Senti, sono un miliardario e mi diverto a portare le ragazze da Tiffany. Ti andrebbe di venire? Potresti prenderti qualcosa di bello – un braccialetto, non so.
ATTRICE     “Okay”, accondiscese la ragazza.
Per quasi un’ora, Fred e la ragazza esaminarono anelli di smeraldi, braccialetti di lapislazzuli e collane di perle. Alla fine lei scelse una cintura di coccodrillo e argento da 3.000 dollari.
FRED              Ottima scelta.
ATTRICE        Mentre la commessa stava preparandogli la ricevuta, Fred cominciò a frugarsi in tasca e nel portafoglio
FRED               Accidenti, ho scordato la carta di credito. Che idiota!
ATTRICE        La ragazza si rabbuiò, ma disse che non importava.
Quella notte, Fred rivisse più volte l’episodio nel ricordo. Gli parve di non essere mai stato più eccitato, più in armonia con l’esistenza, che in quell’ora passata da Tiffany. Fred riuscì a mettere in atto l’innocuo stratagemma ancora qualche volta; alla fine, però, i commessi incominciarono a conoscerlo, e quando uno di loro lo vide entrare con l’ennesima donna, chiamò la polizia. Venne arrestato e interrogato per alcune ore. Tiffany decise di non sporgere denuncia a patto che Fred non mettesse più piede nel negozio.Fred pensò di invitare le donne a comprare qualcosa da Cartier, ma l’entusiasmo originale era svanito, le donne non gli piacevano più tanto, pareva  che persino le sue composizioni musicali avessero perso l’antico vigore.

Tama Janowitz, Schiavi di New York, Bompiani, Traduzione Rossella Bernasconi

Nancy Etchmendy. Un desiderio fantastico. Radiospazio/Audio. durata 10′

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Nancy Etchmendy non è una scrittrice molto nota in Italia, anzi, per quanto ho potuto verificare in rete, non esiste un solo suo libro tradotto nella nostra lingua e forse questa non è una delle lacune più gravi della nostra editoria. Ma il breve racconto che abbiamo (piuttosto liberamente) sceneggiato ha i requisiti per funzionare in versione radiofonica; un grande maestro artigiano come Hitchcock, quando gli fu chiesto perché non avesse mai tratto un film da un grande romanzo rispose: “Me ne sono sempre guardato bene, i grandi romanzi sono ingombranti. Per fare un film c’è bisogno di un romanzo di basso profilo con una trama che funzioni”. E’ probabile che la regola valga anche per la radio.

 

Piccoli frammenti per Lui e Lei. FRANCIS SCOTT FITZGERALD. TACCUINI

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Scott Fitzgerald e Zelda nel 1935

Se uno scrittore di culto apre le porte del magazzino nel quale ha accumulato pensieri, rapide note e progetti, non si può declinare l’invito perché la visita riserva spesso delle sorprese. Sergio Perosa, che ha curato l’edizione dei “Taccuini” per Einaudi, scrive che essi “Rispondono all’esigenza fondamentale dello scrittore: avere a disposizione tutto di sé, ogni filo o brandello che possa servirgli, un campionario di potenzialità da custodire anche allo stato embrionale.” Mi sento di aggiungere che in queste pagine si rincorre una miriade di personaggi, di frasi colte al volo e di fotogrammi che non mancano di incuriosire il lettore e, perché no?, il drammaturgo.

LEI        Dicono che hai offeso una delle ragazze.
LUI         Stupidaggini. Le ho detto soltanto che mi piacerebbe morderla sul collo. Vorrei che tutte voi signore aveste un collo unico, così potrei morderlo tutto in una volta sola. Vado matto per i colli delle signore.

* * *

 LEI        Mi prende il panico. Il Natale scorso pensavo di aver messo una croce sopra i ragazzi e poi, una sera, in maggio, l’orchestra continuava a suonare Poor Butterfly  e ce n’erano un sacco già in uniforme ed erano tutti commoventi e romantici come una volta. Cominciai a pensare e se la guerra dura altri cinque o dieci anni e li uccidono tutti? Più aspetto e meno uomini avrò fra cui scegliere – e se aspetto di innamorarmi di nuovo finirò con l’aspettare in eterno.

* * *

LUI         Quando sento la gente vantarsi della sua posizione e del suo status sociale, e tutto il resto, mi stravacco nella poltrona, scoppiando a ridere. Perché si dà il caso che io discenda direttamente da Carlomagno. Che te ne pare?
LEI         Josephine arrossì per lui.

* * *

LEI        Chiamami Topolino.
LUI        Perché?
LEI        Non lo so… era divertente quando mi chiamavi Topolino.

* * *

LEI        Sono arrivata alla conclusione che quest’ufficio non può continuare a ospitarci tutti e due. Uno di noi due deve andarsene: chi sarà?
LUI         Che vuole, signorina Powell, il suo nome è verniciato sulle porte: immagino che sarebbe più semplice se rimanesse lei.

* * *

LUI         Leggono un paio di libri e vedono qualche film perché non hanno nulla di meglio da fare, e poi dicono di essere di una grana più fine di te, e per dimostrarlo prendono il morso tra i denti e galoppano via con un gesto d’addio, quanto un cavallo imbizzarrito.

Francis Scott FitzgeraldTaccuini, Einaudi, traduzione di M. J. Bruccoli

Letture per la prossima stagione. Lagarce

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Le note di regia, i progetti di messa in scena realizzati o solamente immaginati da un maestro contemporaneo. Pensare il teatro come strumento per abitare e scrivere il mondo.

Al centro, c’è la lingua
Come regista, io sono al servizio di ciò che voglio raccontare, di ciò che, secondo me, l’opera racconta. Per raccontarla, mi baso sulla lingua, sulla struttura della pièce. Il soggetto più importante è la lingua. Sono le parole. La storia raccontata non m’interessa molto, inveve il modo in cui è raccontata mi appassiona.

Bisogna difendere la lingua contro l’immagine. Oggi noi viviamo nell’assenza della lingua. Nell’assenza del verbo. Basta ascoltare la pubblicità, leggere i giornali per accorgersene. Non sono contro il lavoro del corpo, mi sembra fondamentale, ma deve essere sostenuto da un discorso. Anche lo spettacolo muto, anche la coreografia più destrutturata devono fondarsi su un discorso altrimenti non hanno alcun valore. La vita più scialba può diventare interessante se esiste una forma che ce la racconti.

Raccontare qualcosa con e per gli altri
Quando chiesero a Beckett perché scrivesse, ha risposto: “Non mi resta altro.” Una volta ho risposto molto seriamente alla stessa domanda: io faccio del teatro per non essere solo. Quando scrivo, sono solo. In questo momento sto preparando La Cagnotte, e sono solo. Le persone che di solitio lavorano con me non sono qui. Forse ho incominciato a fare teatro per questa ragione, per essere in rapporto con gli altri.

Nilla Pizzi, una creatura dell’immaginario felliniano

Negli anni Cinquanta era la “Regina della Canzone”. La sua origine di proletaria emiliana, la sua voce calda e il fisico generoso contribuirono a trasformarla in un mito pop del dopoguerra. I suoi fan organizzavano torpedoni per seguire i suoi concerti in tutta Italia e non esitavano a scontrarsi con i tifosi di altri incauti canzonettisti che aspiravano a quel trono, così come cinquant’anni prima avveniva fra verdiani e wagneriani. Il regime fascista aveva censurato la sua voce in quanto troppo sensuale (strana contraddizione col virilismo di Stato). “Amiamoci così” è uno dei suoi grandi successi che Fellini, durante la sua gavetta di autore radiofonico, si diverte a smontare con tecnica semplice ed efficace da avanspettacolo.

http://www.spreaker.com/user/7367339/fellini-amiamoci-cosi

 

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