Galleria. Lo scoglio

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Lei lo vedeva così: pensieroso, svagato, ma capace di certe uscite ingegnose che la coglievano di sorpresa. Doveva essere un uomo gentile, altrimenti non avrebbe guardato con tanto trasporto quello stormo di uccelli; ne ebbe la conferma quando si accorse che riservava  la stessa sensibilità anche alle piccole quotidianità, una birra, un bizzarro mulinello di foglie secche, una persiana malandata ma espressiva e a tutte le cose semplici che scaldano il cuore.  Le vennero in mente, per contrasto, certi pretesi intellettuali, solo in apparenza disponibili, ma sordi, e contorti. Lui no, lui la avvolgeva con pensieri assidui e sempre misurati. Il suo perseverare così lieve le divenne col tempo necessario, poi nacque in lei il desiderio di avvicinarlo, di vedere il suo viso. Una mattina si stupì di aver avviato un dialogo, e in così poco tempo, con un uomo di cui conosceva solo la nuca e la schiena. Molte volte si chiese se sarebbe stata così ardimentosa da salire su un piccolo legno per remare fino a lui; il tratto di mare, non più lungo di una cinquantina di metri, le sembrava un oceano. Per il momento non si rispose e scelse di assaporare i piaceri dell’indecisione. Nel frattempo si sarebbe informata se da quelle parti noleggiavano barche.

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Le figurine di Radiospazio. Sbronze ferroviarie

L’uomo si mise a sedere vicino a lei. 
 – Non toccarmi, o mi sentirò male. Era meglio se tornavo nel mio scompartimento.
L’uomo si mise la vestaglia e versò due bicchieri di whisky.
– Prendilo come medicina.
Alzarono i bicchieri. L’odore del whisky la prese alla gola e sentì che fisicamente non ce l’avrebbe fatta ad ubriacarsi.
Vieni a SanFrancisco con me e andremo insieme a Monterey e mi accorderò con Leonie per ottenere il divorzio.
– Ma io sono fidanzata, disse piuttosto fiaccamente la ragazza.
– Non lo ami. Non avresti potuto fare quello che hai fatto stanotte, se tu lo amassi.
– Ero sbronza, – disse lei monotona, a bassa voce.
– Una ragazza come te non si lascia prendere da un uomo solo perché è ubriaca.

Roberta Errico, Chi cerca giustizia viene bollato come cretino, dimostrò Sciascia (The Vision)

Una sintesi eccellente della vita politica di Sciascia e della sua poetica la fornì lo scrittore statunitense Gore Vidal: “Sciascia è di sinistra, ma come pochi italiani è un ‘migliorista’. E la sua vena empirica è destinata a sbalordire molti italiani politicizzati. Ha idee, ma non ideologia, in un Paese dove l’ideologia politica è tutto e le idee politiche sono poco conosciute”. 

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Eugenio Lucrezi, Che lingua parla il dottor Faustroll, patafisico. Su Alfred Jarry (Le parole e le cose)

“Il cittadino Alfred Jarry non deve essere stato, nel corso della sua vita breve e intensa fino  alla furia, un tipo particolarmente ligio alle regole e interessato alle procedure. Si ha l’impressione, anzi, che se ne sia fatto beffe; chissà se per  una deliberata scelta sovversiva o semplicemente perché troppo occupato in fantasticherie che chiedevano di farsi azione all’istante, e risolutamente.”

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Galleria. L’impronta

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Anche se non ufficialmente, se n’era andata. Sulla parete dell’entrata aveva lasciato (volontariamente o per la fretta?) un’impronta di sé, ma così indecifrabile che persino lui faceva fatica a ricondurla all’originale – arrivò anche a pensare che si trattasse di qualcosa di simile a una pelle caduca di cui si era liberata per potersi sentire più leggera e più nuova.
Ispezionò le stanze della casa dove rintracciò alcuni effetti personali di lei, ma non era affatto detto che sarebbe tornata a recuperarli, anzi, tutto lasciava pensare che là dove aveva deciso di stare non ne avesse affatto bisogno.
Ritornò in entrata; l’impronta continuava a starsene per suo conto senza far caso a lui, com’era logico essendo estranei l’uno all’altro. Guardò la parete e provò a immaginare i giorni futuri (solo i giorni, non osò spingersi agli anni); a prima vista non sembrava una di quelle impronte che si ammorbidiscono col tempo; sarebbe rimasta così, ingiallendo insieme alla parete fino a che lui non avesse deciso di far imbiancare l’appartamento, ma era una prospettiva lontana e improbabile.

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A spasso con Mister Hyde. L’oca giuliva

“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)


In ricordo di Eimuntas Nekrosius, Hamletas. 3′

https://vimeo.com/206543696

Un piccolo frammento del capolavoro di Nekrosius. Come tutti i grandi maestri, ha involontariamente generato molti modesti epigoni.

Walter Siti, MAMBO ITALIANO. IL TALK POLITICO COME ARTE ENGAGÉE (Le parole e le cose)

Vittorio-Sgarbi

“I talk politici presumono di fare il punto sull’attualità e mettono sul piatto nientemeno che il comportamento degli spettatori nell’urna elettorale, dunque sono costretti a respingere qualunque sospetto di “montatura” (anche se ogni tanto qualche fuori-onda li smaschera) – sono, per dir così, spettacoli in buona fede, forse neppure voluti da chi li produce, li scaletta, li improvvisa e li recita; canovacci da commedia dell’arte ma senza Arlecchini o Brighella professionisti, con attori inconsapevoli o addirittura controvoglia.”

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Galleria. Tribù

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La prima volta che si erano incontrati, l’anziana signora si era lasciata andare sulla panchina senza nemmeno far caso a lui. Imprecava fra sé e sé contro non si sa chi, era proprio arrabbiata. Alan aveva evitato di darle corda perché le vecchie non erano il suo genere. Poi lei si era girata e se lo era studiato per bene: «Di che tribù sei?», aveva chiesto. Con chiunque altro Alan l’avrebbe presa storta ma era chiaro che la nonna non ci stava proprio con la testa, era fuori di suo, senza additivi. Straparlava di cinema, soprattutto di film western perché, diceva, era stata fidanzata con un tizio che faceva lo stuntman a Cinecittà; conosceva a memoria tutti i suoi film e durante i caroselli intorno alla diligenza rovesciata lo riconosceva sempre, anche in mezzo a una cinquantina di altri indiani. Nessuno montava come lui: «Anche a letto, sai?, mica solo sul set! Che bastardo!» Era scoppiata a ridere e gli aveva dato una manata sulla coscia: «Non ho mai più trovato un altro come quello!.» Alan non poté fare a meno di vederla che si rotolava nel letto col suo stuntman, carnosa, fiorente e al tempo stesso già un po’ morta com’era adesso. Quel pensiero gli metteva paura ma ne era attratto come da uno strapiombo di cui non conosceva la profondità.

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Le figurine di Radiospazio. Spirali di dubbio

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– Ascoltami, ti propongo la pace.
– A che condizioni?
– Liberami dai miei sospetti ed io mi ritiro dalla lotta.
– Che sospetti?
– Sulla nascita di Berta.
– Ci sono sospetti su questo?
– Sì, me li hai instillati nell’orecchio come gocce di veleno. Liberami dall’incertezza, dimmi chiaramente: è così, e io in anticipo ti perdono.
– Che posso fare! Giurerò su Dio che tu sei il padre di Berta.
– Ma a che serve, se poco fa hai detto che una madre può e deve commettere qualsiasi delitto per suo figlio? Te ne prego, in nome del passato: dimmi tutto. Non lo vedi che sono inerme come un bambino, che mi lamento come davanti a una madre?

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Il video della domenica. Tableaux vivants. Caravaggio in 13 flash, 4′

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https://www.youtube.com/watch?v=nIeyulbiB0A

C’è qualcosa di candido e al tempo stesso di spregiudicato in questo aggirarsi nella grande pittura per impadronirsene e in certo modo sceneggiarla, privandola del suo alone e della sua materia prima per ricondurla a un pronto uso tutto terrestre. Viene in mente quel vecchio gioco nel quale un estratto a sorte chiudeva gli occhi e, dopo una breve pausa, si voltava repentinamente per sorprendere gli altri giocatori che dovevano mostrarsi immobili, pietrificati, pena la squalifica (come si chiamava?, non ricordo). Ma in questi tableaux vivants il gioco mira in alto, anzi mira al Sublime, ben sapendo che lo potrà soltanto riecheggiare, magari in una sorta di involontaria parodia – la sorte comune a quasi tutti temerari che pretendono di misurarsi con l’arte.

01 – Il santo sepolcro
02 – Maria Maddalena in estasi
03 – Martirio di san Pietro
04 – La decapitazione di San Giovanni Battista
05 – Giuditta e Oloferne
06 – Flagellazione di Cristo
07 – Martirio di san Matteo
08 – Annunciazione
09 – Il riposo durante la fuga in Egitto
10 – Narciso
11 – La resurrezione di Lazzaro
12 – Estasi di san Francesco d’Assisi
13 – Bacco

Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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