Giulio Mozzi, Le dieci più tremende frasi che ho incontrate nel mio lavoro di lettore di inediti

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https://vibrisse.wordpress.com/2017/05/04/le-dieci-piu-tremende-frasi-di-chiusura-che-ho-incontrate-nel-mio-lavoro-di-lettore-di-inediti/

 

 

Il video della domenica. Giorgio Strehler, Arlecchino servitore di due padroni

Dal 1947 ad oggi lo spettacolo conta più di 2200 repliche. Inizialmente interpretato da Marcello Moretti e poi, dal 1960 dal grande Ferruccio Soleri. Dal 2002 il ruolo viene spesso e con altrettanta forza interpretativa portato in scena da Enrico Bonavera.

John Ashbery, E’ bello essere moderni se si riesce a sopportarlo. I 90 anni di un grande poeta contemporaneo (“Le parole e le cose”)

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Spesso è questione di sembrare piuttosto che essere moderni.
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,

http://www.leparoleelecose.it/?p=28542

Il torinese chic

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https://torino.diariodelweb.it/torino/articolo/?nid=20170728_435282

“Antonino oltre a essere un grande professionista è una persona simpaticissima, che conosce quell’arte dell’ospitalità che ti fa sentire subito a casa pur con estrema eleganza” (mica uno di quei posti, in cui, dopo qualche bicchiere, s’incomincia a cantare Osteria numero uno…)

L’illustrazione del mercoledì. Tatsuro Kluci

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Minimalismo, pop art, disegno infantile e una metà di quel cerchio rosso della bandiera giapponese che per Bruno Munari era la bandiera perfetta.

Il video della domenica. I BACI PIÙ BELLI (?) DELLA STORIA DEL CINEMA

“Gli scrittori di oggi non sanno ancora che esiste il Cinema!… e che il cinema ha reso il loro modo di scrivere ridicolo e inutile… Tutti i loro romanzi ci guadagnerebbero un sacco se fossero girati da un cineasta… I loro romanzi sono soltanto sceneggiature, più o meno commerciali, a corto di cineasti!… Il Cinema ci ha tutto quello che manca ai loro romanzi: il movimento, i paesaggi, il pittoresco, le belle berte, senza veli, senza peli, i Tarzan, gli efebi, i leoni, i giochi da Circo che sembran veri! i giochi d’allora che fan donare! La psicologia!… delitti fin che vuoi… orge di viaggi! come esserci! Tutte cose che questo povero tondi uno di scrittore può solo indicare!… smergolare ficcandole nei suoi compitini!”

Louis Ferdinand Céline, Colloqui con il professor Y, Einaudi, 1970, Traduzione di Gianni Celati e LIno Gabellone

Foto storiche. La figlia tonda. 1951

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Negli anni del dopoguerra, la rotondità era un valore, forse perché il cerchio suggerisce un morbido e rasserenante fluire, e soprattutto perché simboleggia l’opposto dei conflitti. Gli uomini si lisciavano i capelli, pochi o molti, così da farli aderire il più possibile alla linea del cranio; lunghi erano i preparativi prima di uscire, e generosa la distribuzione sulla cute di una colla tenace e verdolina chiamata brillantina Linetti che, a lavoro compiuto, trasformava la calotta cranica in qualcosa di simile a un’ogiva – disturbata purtroppo da bozzi e da altre forme umanamente irregolari.. Alla rotondità del cranio faceva riscontro, sul davanti,  un ventre che assomigliava al segmento di una circonferenza: perfettamente uniforme, molto diverso dalle pance a pera, a punta, piramidali affioranti sotto le t-shirt dei nostri contemporanei che si ostinano a resistere alla palestra. Nell’ideale estetico del dopoguerra, non privo di inespressi risvolti morali, la rotondità e la donna dovevano nei limiti del possibile coincidere; e non soltanto per quanto concerneva le parti più dichiaratamente sessuali ma per tutte le porzioni di cui era formato il corpo femminile. Memore di un passato quasi per tutti contadino, l’uomo, anche se spesso semianalfabeta, si sforzava di leggere nel cerchio della sua moglie bella piena (l’ovale era lasciato volentieri ai poeti) e vi rinveniva promesse lunari di chissà quali tranquillità future, onde al presente si immergeva fiducioso nel mare di lei senza far troppo caso a eventuali paradossi di nasi, bocche e altri accessori facciali. Per garantire una rassicurante continuità della specie, era augurabile che una madre tonda generasse una figlia a sua volta tonda, come in questa foto che celebra probabilmente un compleanno. La madre, mostra con orgoglio il cerchio perfetto della figlia, a testimonianza del continuo perfezionarsi della specie. In basso nella foto, spunta la semplicistica linearità del piccolo cane, tipica degli animali.

In morte di un poeta. ATTILIO LOLINI

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In un libro poco letto in Italia (anche perché da molto tempo esaurito), Colloqui col Professor Y, Céline scrive, a proposito dei luoghi comuni sullo scrittore: “Lo dicono tutti: solo la miseria libera il genio… bisogna che l’artista soffra, e mica poco… giacché egli partorirà soltanto nel dolore… perché il dolore è il suo Signore… E anche la galera, non gli fa mica male all’artista… al contrario… Il patibolo, che sembra così terribile… a lui non gli dispiace… anzi è una goduria… Perché è quello che gli tocca, e lui lo sa… Sei emerso dalla folla, ti sei fatto notare… è giusto che sia punito nel più esemplare dei modi… Tutte le finestre sono affittate per assistere al suo supplizio, tutti vogliono vedere le sue ultime smorfie mentre tira le cuoia…”
Quando scompare uno scrittore appartato, la stampa postuma ha un sussulto di piacere, che è ancora più intenso quando si tratta di un poeta. Facilmente, lo scomparso viene ricordato come anarchico, irregolare, incompreso, il pezzo raro di una collezione. Così è accaduto per Attilio Lolini, che qui ricordiamo con una sua poesia: pur non avendolo conosciuto, ci sembra che possa funzionare come un corrosivo (fortunatamente) autoritratto.

Stampante

In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento
inneggio al cicaleggio
volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo
ho una crisi mistica
dico bene della saggistica
e non mi pare male
il poeta montale
mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbuino
senza vergogna
son diventato carogna.

Attilio Lolini, Carte da sandwich, Einaudi

 

Gianluigi Simonetti, Cosa ci dice lo Strega? (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=28302#more-28302

Cosa succederebbe se prescindessimo dalla reputazione dello Strega e da un bel po’ di chiacchiere e provassimo a farci un’idea del premio guardando solo ai titoli che se lo sono aggiudicato dal 1947 a oggi?

Il barocco dei miserabili

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Lasciamo stare il curriculum di questo tizio, i lettori potranno cercarlo su Wikipedia, se avranno voglia di perdere tempo. Il tizio si chiama Massimo Corsaro (a destra nella foto) e qualcuno, democraticamente, l’ha eletto a rappresentante del popolo. I risultati delle elezioni possono essere sorprendenti, drammatici, perfino destabilizzanti ma non sono mai casuali; bisogna dunque pensare che esistano dei cittadini (non importa quanti) che sono, come si dice, in sintonia con il loro eletto, e che ieri sera, ascoltando i telegiornali, quei cittadini abbiano ridacchiato e si siano compiaciuti per il wit, l’esprit, l’agudeza del loro campione. Il quale ha pensato che sarebbe stato spiritoso, oltre che politicamente efficace, dare della testa di cazzo all’onorevole Emanuele Fiano, in riferimento a un suo progetto di legge sull’apologia di Fascismo. L’enunciato “testa di cazzo” non è ancora entrato nel nostro pubblico linguaggio politico, anche se l’espressione “vaffanculo”, dopo innumerevoli reiterazioni, è ormai entrata nel museo lessicografico comune accanto al dannunziano “Eia eia alalà”, al “Vae victis” e ad altre storiche locuzioni che gli scolari diligentemente studiano da tanti anni. Ma la sensibilità del Corsaro lo avvertiva che fra il “vaffanculo” e il “testa di cazzo” c’era ancora uno scarto per il quale i tempi non erano forse maturi, e come a volte succede, per aggirare la censura si ricorre alla perifrasi, alla metafora o ad altre figure retoriche. Così l’ingegno del tizio ha elaborato un’ardita costruzione dalle risonanze barocche: le sopracciglia di Fiano sarebbero due posticci che coprono le cicatrici della circoncisione. Il risultato dovette sembrare straordinario al tizio quando si accorse di aver partorito quasi senza accorgersene una specie di similitudine che, rispetto al progetto iniziale, metteva in campo anche la componente ebraica, un valore aggiunto imprevisto e prezioso. Il piccolo elaborato del tizio ha avuto la sua prevedibile risonanza mediatica di fronte alla quale il suo autore non si è scomposto più di tanto: “Ditemi che sono volgare”, ha dichiarato, “ma non che sono antisemita”. Il valore aggiunto non si tocca.

Foto storiche. Due ragazze in pausa. 1953

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La pausa è il momento in cui l’attore torna a una sua umana nudità, rafforzata per contrasto dal costume, che improvvisamente appare uno stravagante e spesso comico involucro – il Cid campeador si accende una sigaretta, Giulio Cesare telefona a casa, ecc.
La pausa di queste due ragazze che rifiatano fra una ripresa e l’altra induce, io credo, alla tenerezza proprio perché si tratta di due sex symbol, Marilyn Monroe e Jane Russell impegnate sul set di Gli uomini preferiscono le bionde. Le vere protagoniste della foto mi sembrano le gambe: le armi segrete del film (generosamente ballato e cantato) appaiono qui come semplici arti sui quali poggia il corpo umano: non recitanti, dunque, ma bisognosi di riposo, ancorché ben in salute (quelli di Jane Russell). Manca purtroppo lo scatto col massaggio ai piedi, ma forse è stato censurato dalla produzione per eccesso di verità.

 

Il video della domenica, “DONATELLA”. Ricordando Elsa Martinelli

Elsa Martinelli fu una delle prime mannequin (denominazione d’annata) che divenne diva – senza passare da Miss Italia – dopo essere stata cassiera e ancor prima ìnfilatrice di perle e fanciulla di famiglia modesta. “Donatella” è un film che precorre “Pretty woman”, ma con Emanuele Ferzetti al posto di Richard Gere e senza carte di credito, senza bagni schiuma. Dopo i primi successi, anche hollywoodiani, Elsa prese a recitare sempre meno copioni cinematografici per dedicarsi sempre più intensamente al suo copione personale, che era quello della signora del jet set. Gli anni l’avevano stilizzata, accentuando la distanza fra gli occhi e affilando gli spigoli delle mascelle. La ragazzina di “Donatella” si era progressivamente trasformata nell’icona glamour di una mantide inappetente, e dunque innocua. Diventata adulta, Cenerentola non conservava nemmeno il ricordo dell’ascensore sociale che l’aveva proiettata nel mondo dell’alta società della quale era divenuta ambasciatrice distaccata; la trama della fiaba si era cancellata, rimaneva solo un carnet di nomi scorporati dalle rispettive storie e risonanti in un immutato presente.

Wu Ming, La corazzata Potëmkin non è una cagata pazzesca

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Bisogna sfondare il muro del pregiudizio. Non è vero che questo e altri film d’antan sono film per pochi, non è vero che «la gente non capisce». Se gli dài l’occasione di vederli, capisce eccome.
La differenza rispetto ad altri film d’antan è che La corazzata Potëmkin molti credono di sapere com’è anche senza averlo visto. Lo associano a qualcosa che credono di conoscere – cioè l’intento di Luciano Salce e Paolo Villaggio nella celeberrima scena de Il secondo tragico Fantozzi (1976) – e quell’associazione ha tenuto a distanza il film. La corazzata Potëmkin è divenuta, a torto marcio, emblema di lunghezza e pesantezza.

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