QUOTIDIANA. Sottovoce in platea

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La platea è assorta. Eros Pagni, nel ruolo del Padre, conduce la navigazione del primo atto di Sei personaggi in cerca d’autore con quella sua dizione che col tempo sta diventando una sfida virtuosistica: più il volume si abbassa, più cresce la nitidezza concettuale e testuale (nonché l’eleganza, e non è un particolare ornamentale). Gaia Aprea (la figliastra) interrompe il flusso del racconto/monologo/discussione (sul teatrare, sulla possibilità di raccontare teatrando) con una fisicità vocale plebea e sapiente. Molto assorto a mia volta, mi viene da pensare che da qualche tempo non mi trovavo in una platea così attenta. Una voce maritale alle mie spalle sussurra alla moglie, riferendosi a Pagni: “Ma quello lì non ride mai?”

in Quotidiana leggi anche:

Due ragazzi al tavolino di un bar
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/30/quotidiana-due-ragazzi-al-tavolino-di-un-bar/

Persone che raccontano
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/13/quotidiana-persone-che-raccontano/

Il metodo Pinter
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/20/quotidiana-il-metodo-pinter/

L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

L’ippopotamo Pippo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/07/quotidiana-lippopotamo-pippo/

 

QUOTIDIANA. L’ippopotamo Pippo

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In quegli anni (Sessanta), ero appena arrivato a Torino e incominciavo a muovermi negli ambienti. Si diceva “gli ambienti” gettando via la parola come il pittore lascia andare una pennellata distratta, di prova. «Chi è quello?», «Non lo so, è uno che gira negli ambienti…». Si evitava di dire “cultura” perché sapeva di vecchio, e poi perché gli ambienti erano entità fluide e composite, nelle quali confluivano un po’ di editoria, di pittura, di mondanità, di spettacolo, e soprattutto una certa ansia di esserci, ma ingenua, non troppo sgomitante come sarebbe diventata in seguito, e anche rassegnata a stare in secondo piano, come certe ragazze di quegli anni che si vestivano tutte carine pur sapendo che avrebbero fatto da tappezzeria. Negli ambienti si affacciava anche la pubblicità, che allora a Torino voleva dire lo Studio Testa. Poiché “gli ambienti” erano venati di un certo snobismo, la pubblicità veniva guardata con sufficienza: troppo ricca, troppo televisiva, con quel suo Carosello intasato di frigoriferi, di famiglie, di bambini bagnati, quindi si ergevano degli steccati e si riservava un sorriso di compatimento agli attori che avevano tradito la Prosa per pubblicizzare detersivi. Ma i capillari lunghi e insidiosi di Carosello s’infiltravano. Toccai con mano la contaminazione fra pubblicità e  spettacolo quando conobbi un giovane e promettente attore molto impegnato in certi piccoli spettacoli ambiziosi “di ricerca” e contemporaneamente nel teatro ufficiale – aveva addirittura recitato nel “Bruto Secondo”, di Alfieri, una prova di crudele disciplina per un attore scalpitante come lui.
Una volta mi salutò in fretta:
«Sono in ritardo, devo andare!…»
«In teatro?»
«No, oggi devo andare dall’ippopotamo.»
L’Ippopotamo si chiamava Pippo, era una creatura blu tondeggiante (in vetroresina, credo) che pubblicizzava pannolini saltellando goffamente dondolando il testone.
«Dall’ippopotamo a fare cosa?»
«Ci vado dentro. Siamo in diversi…» e mi nominò altri giovani e promettenti attori che animavano quell’idolo televisivo di tanti bambini.
Forse mi prendeva in giro (era il tipo), ma non ho mai voluto verificare, ho preferito mantenere intatta l’immagine di quel guscio pieno di attori sgambettanti su e giù per le colline di una televisione che si pretendeva umana.

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Due ragazzi al tavolino di un bar
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L’opera
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QUOTIDIANA. “Il metodo Pinter”

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Persone che s’iscrivono a un corso di drammaturgia di Harold Pinter incuranti del fatto che è morto da dieci anni. Lo sanno benissimo anche loro, non sono mica scemi, ma è un suo allievo che lo tiene, si capisce. Inglese, oppure americano, sul momento non ne ricordano il nome, ma non è importante: uno che ha lavorato tanti anni con lui, l’unico depositario del suo metodo. “Il metodo Pinter”. Mai saputo che questo metodo esistesse, dite voi; non ha importanza, nemmeno loro lo sapevano prima di leggere il post pubblicato dall’allievo depositario. Che non costava neanche tanto, per essere Pinter. Il corso (tre giorni di full immersion, tutto in inglese, o in americano, metà e metà, un misto) è stato straordinario, pazzesco: “Mentre lavoravamo, sapevamo che lui era lì nella palestra con noi. All’inizio pensavo che fosse una mia suggestione, poi ho chiesto anche agli altri. Lo sentivano tutti. Fisicamente. Proprio lui. Pinter.”

Ragazzi al bar
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Persone che raccontano
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Il metodo Pinter
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L’opera
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QUOTIDIANA. Persone che raccontano

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Persone che raccontano:
La loro vita in forma di cronaca: di ieri, di questa mattina, di oggi pomeriggio.
La vita loro e tutte le vite di tutte le persone che hanno incontrato durante la vita (lunghe digressioni che generano innumerevoli caselle di altre vite).
Tutti i film di cui non ricordano né il titolo né la trama.
Tutti gli spettacoli che hanno visto. Oppure che hanno visto dei loro amici, non ha importanza. Le biografie degli amici narratori. Le biografie degli attori in scena. Le biografie degli spettatori che assistevano agli spettacoli. Il menù del dopo teatro. Il racconto del tassista che le ha riaccompagnate a casa. Il prezzo della corsa in taxi.
“Prova a dire quanto segnava il tassametro”.

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Due ragazzi al tavolino di un bar
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L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

QUOTIDIANA. Due ragazzi al tavolino di un bar

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Esco a fumare. Nonostante il freddo, due ragazzi sui vent’anni chiacchierano seduti a un tavolino senza far caso a me. Vestono sobriamente e si esprimono con una certa proprietà di linguaggio; uno dei due, parlando di non so chi, usa una litote (“Non è certo un genio”). Improvvisamente, non so come, la chiacchiera scivola nel racconto.:
– … Minchia, si vede che non l’avevo inquadrato…
– E l’hai tirato sotto?
– Sì, ma non mi sono mica fermato, ho tirato dritto … ho visto che si era rialzato…
– E’ capitato anche a B., ma poi è venuto fuori uno con una mazza da baseball… minchia… una vera mazza… e lui non è mica sceso… in questi casi stare chiusi dentro è l’unica…
– Non è detto… se uno sa come fare…
– Ma scherzi? Una mazza… A meno che tu non sia alto due metri e grosso così…
– Non è solo questione di fisico, se ci sai fare, stai tranquillo che gliela levi di mano, quella mazza, ci vuole la tecnica… bisogna essere preparati… Io sono preparato.