Il video della domenica. LORENZO PAPACE e VINCENT PIANINA, GUSTAVE DORE’, L’IMAGINAIRE AU POUVOIR. Video, 4′

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Si nasconde ancora, nelle nostre case, La Divina commedia del Doré? Non saprei. Una volta si diceva: “del Dorè”, con una e così sguaiatamente aperta che ricordava la Madama Dorè della filastrocca, con tutte le sue belle figlie. Mi rendo conto che questi riferimenti hanno radici lontane nel tempo; probabilmente i lettori più giovani non hanno presente né la Madama, che è collaterale al discorso, né i libroni cui mi riferivo. Dicevo che se ne stavano nelle case e nessuno si ricordava di averli comprati, per la buona ragione che aveva provveduto qualcuno sempre irrimediabilmente morto in precedenza (un nonno, o forse un avo); d’altra parte, la prima edizione italiana dell’opera era del 1868 e c’è da credere che tutte le famiglie italiane dell’epoca si fossero affrettate ad acquistarne una per trasmetterla ai discendenti. Quelle Divine commedie erano, come tutte le altre, di Dante Alighieri, ma la loro paternità, nel parlare comune, era attribuita a Gustave Doré, e non era del tutto sbagliato perché le incisioni che le illustravano finivano per rubare la scena ai versi del poema; si trattava di raffigurazioni potenti (solitamente si usava questo aggettivo) e di solito piuttosto affollate: il Doré dava il suo meglio nelle scene di massa, là dove poteva disegnare cataste di dannati avvinghiate in grovigli di corpi inestricabili che pretendevano (riuscendoci) di essere i veri protagonisti. Su questa poderosa opera incisoria, due registi del cinema d’animazione, Lorenzo Papace e Vincent Pianina,  si sono esercitati con grande eleganza e malizia, ripercorrendo in pochi minuti il cammino ultraterreno di Dante e Virgilio del quale Doré finisce per essere ancora una volta il protagonista.

Le orbite del Sublime. Guardare Bach. Video. 3′

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http://www.3nz.it/2603/bach-preludio-suite-violoncello-matematica-baroque-me/?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Chi, bambino, non ha mai pizzicato un elastico tenuto coi denti tendendolo o allentandolo in modo da ottenere note acute o gravi e, in fin dei conti una primitiva, sconclusionata melodia? Appena scritta, la domanda appare, oltre che retorica, anche impropria: di elastici ne circolano pochissimi e i bambini, ammesso che ne trovino uno, non lo vedono come strumento di gioco. Cambiamo incipit, allora, e immaginiamo quattro sfere che ruotano su due orbite fisse con moto uniforme, andando a intersecare otto corde (elastiche, ci risiamo) che si tendono e si allentano dando vita a suoni gravi o acuti. Lo spettacolo è ipnotico come un videogioco ma non mette in scena una corsa automobilistica e nemmeno una strage di alieni, bensì il Sublime, incarnato dal Preludio dalla Prima Suite per violoncello di Bach, da guardare come sprofondati in un planetario che produce la musica assoluta e perfetta.

Videogiocando con Baricco. ANNA ANGELUCCI, SE A SCUOLA NON SEI BARICCO SEI OUT

baricco tagliato

http://ilmanifesto.info/se-non-sei-baricco-sei-out/

Dice: forse ci sarebbero altri argomenti, diversi da Baricco. A parte che questo è un blog di non strettissima attualità e piuttosto digressivo per natura, anche occupari di Baricco può essere interessante, soprattutto se lo si fa con la lucidità di Anna Angelucci, che ci sembra tanto condivisibile quanto invidiabile.

Quel punto di mezzo fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

Honoré_Daumier, Gargantua

Honoré Daumier, Gargantua

Non si può dire che il senso dell’umorismo ci accompagni sempre nelle nostre incombenze quotidiane, così come il senso del grottesco: o meglio, il grottesco lo si trova in ogni angolo (delle cronache e delle strade) ma si tratta, per così dire, di un grottesco inconsapevole e quindi dannoso, come certi cibi troppo coriacei che si digeriscono solo dopo molte ore. Invece il grottesco letterario di buona fattura è molto digeribile, come un piatto di frutta d’estate. Thomas Hood (1799-1845) fu un poeta che, a parte altre virtù, seppe parlare ironizzare con eleanza e preveggenza sui maniaci della buona tavola. Questo suo ritratto del sentimentale epicureo anticipa, nobilitandolo, gli insopportabili pseudo-gourmet che, per aver visto qualche serie di trasmissioni sulla cucina, affliggono le tavolate di chi incautamente sta cenando con loro.

RICORDI DI  UN NTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas Hood, Ricordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Una proposta meno insensata di altre. AUGUSTO FRASSINETI, MISTERI DEI MINISTERI

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Ci eravamo già occupati di Augusto Frassineti, il cantore feroce delle perversioni ministeriali e delle torme di postulanti che bussano alle porte dei potenti chiedendo (umilmente, sommessamente, devotamente, vergognosamente) di farsi ascoltare. Misteri dei ministeri, questo il titolo del viaggio nell’oltretomba ministeriale, è stato scritto nel 1952; al grigiore di quegli anni sono subentrati i colori irreali delle trasmissioni televisive; le suppliche hanno lasciato il posto alla rabbia, alimentata dai cronisti che aizzano gli intervistati sventolando i microfoni; nel corso dei dibattiti emergono proposte banali o farraginose, e per contrasto ritorna in mente la voce di uno dei tanti personaggi di Frassineti, tal Germanico Armando, che partecipa a un immaginario concorso ministeriale per risolvere il problema della disoccupazione. Letta oggi, la sua proposta sgrammaticata e grottesca non è peggiore di molte che vanno circolando in questi giorni – delle quali, almeno, è più divertente.

Al Ministero del Lavoro
che ha promesso un premio di un milione
a chi trova il miliore modo di levare
la disocupazione
Roma

I miliori modi da me conosiuti di levare la disocupasione di questo pianeta sono i presenti:
1° modo: Libertà di comercio e abolisione dello strucionismo.
2° modo: Utilisasione di tutte le cose utilisabili.
3° modo: Rimboschimento delle foreste
Io ò cominciato li esperimenti questano, ò mesi i semi dei pini in vivaio in cane bucate col trapano mese marce lunghe 1 metro. Ciano impiegato un mese a nascere un altro mese a fare 20 centimetri di radice. È il miliore risultato che ò cavato senza nesun concime.
Ora io debo studiare il buco, la qualità e la quantità di concime per le varie piante e posti diversi.
Se guadagno il milione lo utiliserò per il bene nei miliori modi da me conosiuti.
Distinti saluti
Germanico Armando

Augusto Frassineti,  Misteri dei ministeri, Einaudi

 

Il video della domenica. Esami di maturità 2015. NANNI MORETTI, ECCE BOMBO 1978. 2′

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Quella tristezza lunga un tubo. IRINA NAKHOVA. BIENNALE VENEZIA 2015

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Irina Nakhova, Senza titolo

L‘ho scoperta in rete, per caso, e in rete ho raccolto scarse informazioni sul suo lavoro. Irina Nakhova è un’artista concettuale, vive a Mosca, tiene corsi a Detroit, espone negli Uniti e in Europa. Devo dire che le altre sue opere  mi hanno interessato meno di questa donna (esposta alla Biennale di Venezia del 2015) che se ne sta in una stanzetta disadorna come un ripostiglio delle scope. E’ troppo mesta per essere un pilota o un’astronauta; il tubo, che finisce nel nulla fa pensare a una finzione cui la donna si sottomette per dovere. Un tubo dovrebbe condurre a una bombola di ossigeno, questo, invece si perde nella stanzetta, come abbandonato; è solo il simulacro di una salvazione impossibile, beffarda. Anche la donna  lo sa, lo si capisce dai suoi occhi tristi. Forse non morirà tra breve ma la sua sarà una vita di lenta e noiosa asfissia. 

Robinson Crusoe, il best seller. RECENSIONE DI ALESSANDRA CHIAPPORI/ARTINTIME

artintime articolo completo

 

http://issuu.com/artintime/docs/giugno_def_def_def_issuu

 

 

 

Robinson Crusoe e dintorni. INTERVISTA DI MARIA DOLORES PESCE AD ALBERTO GOZZI. dramma.it

Schermata 2015-06-16 alle 12.21.52Con il tuo ultimo lavoro, Robinson Crusoe, il best seller, mi sembra tu abbia avviato una indagine sulla genesi e sulla scrittura come tramite per dare sostanza ed esistenza ad una storia. E’ come affondare le mani in un archivio indistinto ed indisciplinato, strutturarlo in scena e dare senso, un senso nuovo ai tanti significati potenziali. E’ una impressione corretta?……………………………………

leggi il seguito dell’intervista su

dramma.it

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ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Un frammento dell’album fotografico

prime quattro foto nuove foto 5 e 6

guarda l’intero album https://www.facebook.com/pages/RadioSpazio-Creativo/39771288513

Quando Dio è testimone. KAREL ČAPEK, IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Manette-Mani

Questo racconto è tanto limpido che una qualsiasi introduzione rischierebbe di guastarlo. Vale solo la pena di ricordare che Karel Čapek non è molto noto presso i lettori italiani, soprattutto  come narratore; un po’ più conosciuta è la sua opera teatrale L’affare Macropulos, messo in scena da Luca Ronconi nel 1993 con una superba interpretazione di Mariangela Melato. 

Il famigerato pluriassassino Kugler, inseguito da un vagone di mandati di cattura e da un’intera armata di gendarmi e detectives, si buscò sette palle, tre delle quali sicuramente mortali. Così, in apparenza, si sottrasse alla giustizia terrena. Ma quando la sua anima ebbe abbandonato il corpo, arrivò per Kugker l’inevitabile Giudizio Universale. I giudici erano tre, assai vecchi, consiglieri emeriti, e dai volti gravi e annoiati.«Di cosa vi dichiarate reo?» chiese il presidente. «Di nulla,» fece Kluger, da quel delinquente incallito che era. «Fate entrare il teste,» sospirò il presidente. Davanti a Kugler si sedette un gran vecchio, eccezionalmente imponente, vestito di un manto azzurro trapunto sdi stelline dorate. Al suo ingresso i giudici si alzarono.
Affascinato, contro la sua volontà, si alzò anche Kugler.
Dopo che il vecchio si fu seduto, lo fecero anche i giudici.
«Testimone, Dio Onnisciente» iniziò il presidente, «Questo Tribunale Supremo vi ha convocato perché testimoniate sulle azioni di Kugler Ferdinand. Poiché siete il Sommo Veritiero non dovrete prestare giuramento.Prego, cominciate».
Il testimone Dio tossì leggermente e cominciò : «Sì, Kugler Ferdinand. Ferdinand Kugler, figlio di un impiegato di una fabbrica, è stato fin da piccolo un ragazzo viziato; ragazzo mio, quanto sei stato cattivo! Amava moltissimo sua madre, ma si vergognava di dimostrarlo, perciò era caparbio e disubbidiente. Rubava già a dieci anni e mentiva continuamente, frequentava cattive compagnie, come quello straccione ubriaco di Dlabola, col quale divideva il cibo.»
Il presidente inforcò gli occhiali e disse blando: «Testimone, restiamo ai fatti. L’accusato ha ucciso?» Il teste Dio scosse la testa. «Nove persone ha ucciso.» «Perché ha ucciso?» chiese il presidente. «Come tutti» rispose Dio, «per malvagità, per brama di danaro, premeditatamente ed anche per caso, qualche volta per piacere, qualche altra per necessità. È stato generoso e qualche volta ha aiutato la gente. È stato buono con le donne, ha amato gli animali e ha tenuto fede alla parola data. Devo elencare le sue buone azioni?» «Grazie» disse il presidente, «non è necessario. Imputato, avete qualcosa da dire in vostra difesa?» No. Fece Kugler con indifferenza; ormai non gli importava più niente di niente. «La corte si ritira» annunciò il presidente e i quattro giudici uscirono.
Dio e Kugler rimasero nell’aula. «Chi sono quelli?» chiese Kugler indicando con un cenno del capo i quattro che si allontanavano. «Uomini, come te» rispose Dio «in terra erano giudici e lo sono anche qui». Kugler si mordicchiava le unghie. «Io pensavo… cioè, non me ne sono mai interessato, ma… mi aspettavo che avrete giudicato voi, come… come» «… Come Dio» terminò la frase il grande vecchio. «Ma è proprio questo il punto. Dato che so tutto non posso giudicare. Non è possibile. Se i giudici sapessero tutto, ma proprio tutto, nemmeno loro potrebbero giudicare; se solo fossero capaci di capire tutto, allora proverebbero compassione. Come potrei giudicarti io? Il giudice conosce solo le tue cattive azioni, ma io so tutto di te. Tutto, Kugler. Ecco perché non posso giudicarti». «E perché quei giudici… quegli uomini… anche in cielo?» «Perché l’uomo appartiene all’uomo. Io sono, come vedi, soltanto un testimone, ma del castigo, del castigo decidono gli uomini. Anche in cielo. Credimi Kugler, è giusto così: gli uomini non si meritano altra giustizia che quella umana».
In quel momento rientrò la corte e il presidente del Tribunale Supremo pronunciò ad alta voce: «Kugler Ferdinand riconosciuto colpevole di nove omicidi premeditati, rapina, rimpatrio illegale, e possesso illegale di armi, è condannato all’inferno a vita. La pena ha decorrenza immediata.»

Karel Capek, Il giudizio universale, “Racconti da una tasca
Aktis, Traduzione Susanna Chiti

Il video della domenica. NATALIA ST.CLAIR, LA NOTTE STELLATA DI VAN GOGH. 5′

la matematica di van gogh

http://www.3nz.it/4316/matematica-van-gogh/

“Quello di “turbolenza” è uno dei concetti in assoluto più difficili da comprendere in matematica. Una serie di studi hanno ora scoperto che, nel periodo in cui dipingeva confinato in manicomio, Vincent Van Gogh era riuscito a rappresentare esattamente un tipo di turbolenza fluida di cui gli scienziati sarebbero riusciti a ipotizzare le equazioni soltanto 60 anni più tardi.”
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Il retrogusto amarognolo del palcoscenico. NATALIA GINZBURG, TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA

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Monica Vitti e Giorgio Albertazzi nel film diretto da Luciano Salce (1967)

Perché ci si sposa? Giuliana ha sposato Pietro “anche per i soldi”, quando pur di pagarsi i debiti e era pronta a sposare anche un vecchio “con le guancione gonfie gonfie, quegli occhi da gufo”. Lui l’ha sposata “anche per pietà” oppure no, ché “se uno dovesse sposare tutte le donne che gli fanno pietà, starebbe fresco. Metterebbe su un harem”. L’ha sposata perché le altre “erano delle vespe” e lei non aveva il pungiglione ma, soprattutto, perché ha sempre sentito, guardandola, “una grande allegria”.
Ma su cosa si basa un matrimonio?
Quando Natalia Ginzburg scrive questa pièce per l’amica e splendida attrice Adriana Asti, in Italia convolare a nozze è cosa ben seria visto che ancora (e per il lustro seguente) per divorziare ci si deve armare di passaporto e partire all’estero: eppure di divorzio se ne parla, e molto, nella pièce, così come si parla di morte, di suicidio, di aborto. Temi molto densi che si insinuano nella quotidianità tra un cappello smarrito, un pollo ruspante da mettere in tavola, una suocera invitata a pranzo, un bicchiere di latte a mezzogiorno. Ciò che più emerge è proprio la voglia di parlare, raccontare e raccontarsi, mentre la solidità del modello borghese si incrina a poco a poco e dalle crepe si intravedono le questioni che negli anni settanta diventeranno battaglie.
Notevole il fatto che un aborto praticato clandestinamente, citato en passant e senza dramma nella pièce, un paio d’anni dopo diventi nel film di Luciano Salce un incauto tuffo in piscina seguito da manifesti sensi di colpa: a teatro si può dire più che al cinema?

Roberta Sapino

GIULIANA: E lì, a quella festa, ho conosciuto Pietro. Era seduto sul primo scalino e chiacchierava con una ragazza con dei pantaloni arancione, che ho poi saputo che era sua cugina. E alla fine io ero completamente ubriaca, non trovavo più il fotografo, e ballavo sola con le scarpe in mano. E mi girava la testa, e sono caduta proprio vicino a quei calzoni arancione. E ho detto: si ricordi che coi calzoni, non si portano i tacchi alti! […] E quella rideva, rideva… io sono svenuta. […] Poi Pietro mi ha riaccompagnato a casa. […] E abbiamo abitato insieme per dieci giorni, fino a quando è ritornata la Elena. E in quei dieci giorni, io ogni tanto gli chiedevo: Trovi che ho stile? E lui diceva: No. […] E poi, quando stava per tornare la Elena, gli ho detto: Peccato, adesso non potrai più stare qui, torna quella noiosa della Elena, che del resto la casa è sua. E lui ha detto: Sì, peccato. E io gli ho detto: Sposami. Perché se non mi sposi tu, chi mi sposa?
VITTORIA: E lui?
GIULIANA: E lui ha detto: È vero. E m’ha sposata.

Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria, Einaudi

Umberto Eco e i network: il mercato delle illusioni planetarie

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http://www.huffingtonpost.it/2015/06/11/umberto-eco-internet-parola-agli-imbecilli_n_7559082.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

In quel tempo, dice Umberto Eco, c’era l’imbecille un po’ bevuto che dopo aver straparlato nel bar se ne tornava a letto senza aver prodotto gravi danni, a parte un certo fastidio nei clienti circostanti; oggi, lo stesso imbecille ha a disposizione un uditorio virtualmente globale, grazie a facebook.
A me pare che il vaniloquio dell’imbecille sui network sia paragonabile all’effervescenza di un alka seltzer (ammesso che esista ancora); c’è un’altra imbecillità, più sotterranea e più pericolosa: quella letteraria, che viene promossa e alimentata dagli editori on line. Questi imprenditori/spacciatori sono gli eredi dei più modesti tipografi editori che pubblicavano a pagamento le opere tremebonde di poeti e narratori appassionati/disperati. La tiratura era modesta, cento, duecento copie al massimo, che per lo più venivano distribuite fra parenti, amici e colleghi, per poi finire nell’armadietto di un libraio amico, e di lì al macero. Con l’avvento della rete, la pubblicazione a pagamento è diventata una triste pratica sempre più diffusa, con l’aggravante dell’illusione: le povere opere vengono inserite in un catalogo globale che, collegato ai grandi distributori planetari come Amazon, producono nell’autore l’illusione di un volo vertiginoso e, chissà, di un successo mondiale.
Ecco qualche estratto scelto a caso dall’ossario narrativo proposto da uno dei troppi editori a pagamento:

“Nessuna rosa muore davvero. Entra e resta nel viaggio di un’altra delle rose di cui ogni primavera rifiorisce la terra.”

“Giorno dopo giorno riscopre una femminilità che non aveva mai notato diventando una donna erotica capace di portare il suo amante nell’inferno della passione.”

“Un romanzo di fantasia dove l’autore, riesce a mettere insieme avvincenti intrighi”.

“Questa storia è la vita reale. È un pezzo di vita, un percorso con alti e bassi, senza eclatanti colpi di scena o eventi straordinari.”

La divina semplicità. LETTERA DI DOSTOEVSKIJ SU L’IDIOTA

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Se i giornali pubblicassero la notizia dello straordinario rinvenimento di una lettera di Dante a Cangrande della Scala, grande sarebbe il batticuore di tutti, anche di quelli che, dopo le scuole, hanno incontrato la Divina Commedia solamente in tv, grazie a Benigni. Quando poi La Repubblica pubblicasse in esclusiva la lettera, le tirature si impennerebbero; immaginiamo che il testo reciti più o meno così: “Caro Cangrande, sto terminando con grande fatica la terza cantica di un poema che si è rivelato forse troppo ambizioso per le mie forze. Nelle due prime cantiche sono andato abbastanza spedito, ma la terza, che è dedicata al Paradiso, è tosta; sono alla fine dell’ultimo canto, alle prese con la raffigurazione dei Beati e ti assicuro che non è affatto semplice: queste anime, in virtù della loro natura aleatoria, scappano, per così dire, da tutte le parti. Ho provato a dividerle in due gruppi: nel primo ho messo quelli che credono in Cristo venturo, nel secondo, quelli che credono in Cristo venuto. Mi sembrava una buona idea, il guaio è che non stanno mai fermi e devo sempre ricominciare da capo…”
Profondo sarebbe lo sgomento dei dantisti di fronte a delle considerazioni così basiche del Divino Poema da parte del suo stesso autore ma altissimo sarebbe il gradimento dei lettori, presumo, ben contenti di scoprire un Dante Alighieri così artigiano. Forse i lettori di questo blog si meraviglieranno, oggi, di fronte alla semplicità disarmante con cui Dostoevskij parla di un capolavoro come L’idiota, in questa lettera (autentica) a Sof’ja Alexàndrovna Ivanova. 


dostoevskij lettera su l'idiota

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