Il video della domenica: Ma Shakespeare era davvero Shakespeare? NATALYA ST. CLAIR E AARON WILLIAMS

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I nostri amici di blog conoscono Natalya St.Clair come ottima divulgatrice di argomenti anche complessi; dopo “La notte stellata di Van Gogh“, ecco un suo nuovo video (sottotitolato) sull’identità di Shakespeare.

“La poesia? Non è cosa per donne”. CHARLOTTE BRONTË, CORRISPONDENZA

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Nella corrispondenza di Charlotte Brontë le parole incedono lente tra crucci quotidiani, malattie (molte), lutti (moltissimi).
E poi ci sono i momenti in cui Charlotte parla di letteratura. Lì la coltre di composta umiltà cristiana che avvolge ogni parola lascia trapelare un elemento : ben prima di qualsiasi riconoscimento, Charlotte è conscia del valore del suo sguardo e della sua scrittura. Lo sa quando, ragazzina, crea mondi immaginari; quando respinge un potenziale (buon) marito dicendosi troppo “sognatrice e eccentrica, ironica e severa”; quando rifiuta di parlare al fratello della propria arte per evitargli la frustrazione del confronto; quando si dispera alle prese con allieve zuccone. Lo sa quando, ventenne, invia alcuni componimenti a uno dei più ammirati poeti dell’epoca e si sente rispondere che la letteratura non è cosa per signorine. E quando, pochi giorni dopo, in una lettera traboccante di garbo e gratitudine, infila un bellissimo “Temo, signore, che Lei mi consideri molto sciocca”.
Roberta Sapino

Robert Southey a Charlotte Brontë                                                         Keswicks, marzo 1837

Signora,
[…]
Evidentemente Lei possiede, e in grado considerevole, ciò che Wordsworth definisce “la facoltà del verso”. Non intendo disprezzarLa dicendo che, di questi tempi, non è rara. […]
Lei dirà che una donna non ha bisogno d’un simile avvertimento, in quanto non va incontro a nessun pericolo. In un certo senso, questo è vero. Esiste però un pericolo del quale, con tutta franchezza, vorrei avvisarLa. I sogni a occhi aperti, nei quali spesso Lei si culla, possono facilmente turbare la mente e quanto più le normali abitudini del mondo Le sembreranno piatte e vuote, tanto più Lei non vi si ritroverà, senza per questo scoprirsi adatta a qualche altra cosa. La letteratura non può essere l’occupazione della vita d’una donna, non deve esserlo. […]
Non voglio, tuttavia, che Lei pensi che io sottovaluti il dono che possiede, né che La scoraggi a esercitarlo. La esorto soltanto a vederlo in questo modo e a farne quest’uso, sì ché contribuisca al Suo bene perenne. Faccia poesia per se stessa, non in spirito di emulazione e non per la celebrità. […]In questa luce, la poesia può essere un completamento del cuore e dello spirito. Può diventare il mezzo più sicuro, insieme alla religione, per addolcire ed elevare la mente. In essa potrà dar forma ai Suoi pensieri più belli, ai sentimenti più saggi, che, così facendo, si rafforzeranno e si disciplineranno.
[…]
Suo amico sincero,
Robert Southey

Charlotte, Emily e Anne Brontë, Lettere, La Rosa Edizioni
Traduzione Susanna Basso

Il video della domenica. Un talento sconosciuto del cinema italiano. AUGUSTO TRETTI, IL POTERE

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https://www.youtube.com/watch?v=qL0qC4XCmDI

Si prenda una manciata di avventori delle bettole venete e si formi una piccolo cast. Ci si fornisca di una modica quantità di denaro e si metta in cantiere un film sulla storia del mondo, o meglio del potere. Questi gli ingredienti basici di cui disponeva Augusto Tretti, nel 1972, quando si accinse a un’impresa che dovette apparire velleitaria, e con qualche venatura goliardica, ai cineasti del tempo. A tutti, tranne che a Federico Fellini il quale, dopo aver visionato il film decretò che il lavoro di  Tretti era geniale. I distributori non la pensarono allo stesso modo e l’opera, dopo una lunga e tormentata gestazione (carenza di fondi e un anno di montaggio) comparve in qualche sala d’essai (erano pochissime, in quegli anni). Per i pochi spettatori il film fu una rivelazione: la povertà dei mezzi si era trasformata in incisività e forza rappresentativa: merito del grande, appassionato regista e del riso rabelaisiano che scaturisce dalla suo racconto, ben al di là della satira.

Una trasformazione a vista. SHAKESPEARE/MONTALE, SONETTO XXI

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Agli anglisti, accademici o meno, il dotto esercizio di una lettura comparata, a noialtri lettori, il piacere di assistere, verso per verso, a una trasformazione di Shakespeare in poeta del ‘900; non è solo un virtuosismo, da parte di Montale, ma un ripercorrere (sentimentale? inevitabile?) i sentieri della sua poetica – un’operazione che potrà compiere anche il lettore incominciando da quel molto montaliano “il tuo riprendere” del penultimo verso.

William Shakespeare, Sonetto XXII

Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io veda
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio – e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo sia distante.
Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
vorresti: chi l’ha avuto non lo rende.

Eugenio Montale. “Tutte le poesie”, Arnoldo Mondadori Editore.

Un antidoto contro il gossip estivo. SULLY PROUDHOMME, IL VASO INFRANTO

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Ogni tanto in questo blog pubblichiamo qualche antidoto (alle paludate e vuote serate di poesia, al finto buon gusto di certe trasmissioni gastronomiche, ecc.) Non si sa bene quanta utilità abbiano questi rimedi, diciamo che sono messaggi nella bottiglia che nel migliore dei casi evidenziano per un attimo in chi li legge un confronto improprio, un contrasto fra il post e l’icona che lo accompagna. 
Per un’estate nella quale il gossip si trascina sempre più stanco e malato ma purtroppo ancora in vita, proponiamo un antidoto leggero leggero, quasi impalpabile: i versi di Sully Proudhomme, un poeta parnassiano della seconda metà del XIX secolo. Il gioco delle impercettibili sfumature che accompagnano la fine apparentemente inspiegabile delle cose (non solo degli amori) si pone come contrasto paradossale nei confronti della kermesse degli amori di cartapesta dai quali siamo circondati nei mesi estivi

Sully Proudhomme, Il vaso infranto

Il vaso dove muore questa verbena
da un semplice tocco di ventaglio è stato incrinato;
il tocco deve averlo sfiorato appena,
non v’è stato alcun rumore.

Ma la leggera incrinatura
mordendo il cristallo ogni giorno
con un segno invisibile e deciso
ne ha fatto lentamente il giro.

La sua acqua fresca se n’è uscita goccia a goccia,
il succo dei fiori si è consumato.
Nessuno ora ha dubbi,
non toccatelo, è rotto.

Spesso, così, anche la mano che si ama,
sfiorando il cuore, lo incrina;
poi, il cuore si spezza da solo
il fiore del suo amore muore.

Sempre intatto agli occhi del mondo
sente piangere e aumentare sommessamente
la sua ferita sottile e profonda:
non toccatelo, è spezzato.

Sully Proudhomme, Il vaso infranto, Traduzione anonima

AUGUSTO MONTERROSO, LA SCIMMIA CHE VOLEVA DIVENTARE SCRITTRICE SATIRICA

scimmia scrittrice

Dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso abbiamo pubblicato altri due post: Il gufo che voleva salvare l’Umanità e Non voglio ingannarvi.

La scimmia che voleva diventare una scrittrice satirica

Nella Foresta viveva una volta una Scimmia che voleva diventare scrit­trice satirica. Studiò molto, ma ben presto si rese conto che per essere scrittrice satirica le mancava la conoscenza della gente e allora cominciò a frequentarla, andando ai ricevimenti e osservandola con la coda dell’occhio mentre se ne stava distratta con la coppa in mano.
Siccome era veramente simpatica e le sue agili piroette divertivano gli altri animali, era ben ricevuta dappertutto. Tutti erano incantati dalla sua conversazione e quando essa arrivava era festeg­giata con giubilo tanto dalle Scimmie quanto dagli altri abitanti della Fo­resta, davanti ai quali, per quanto contrari le fossero in politica interna­zionale, nazionale o domestica, si mostrava invariabilmente compren­siva; sempre, è chiaro, con l’intenzione di investigare a fondo la natura umana per poterla raffigurare nelle sue satire.
Finalmente, un giorno, si disse: comincerò a scrivere contro i ladri; e prese di mira la Gazza, e cominciò a farlo con entusiasmo e godeva e rideva per le cose che le venivano in mente sulla Gazza; ma improvvisamente pensò che fra gli animali di società che la onoravano c’erano molte Gazze, e una in particolare, che si sarebbero viste raffigurate nella sua satira, per quanto soave la scrivesse, sicché rinunciò a farlo.
Dopo volle scrivere sugli opportunisti, e mise l’occhio sul Serpente, il quale con mezzi diversi riusciva sempre a conservare o sostituire, mi­gliorandole le sue cariche; ma vari Serpenti amici suoi, e uno in partico­lare, avrebbero avvertito l’allusione, sicché rinunziò a farlo.
Dopo le venne in mente di scrivere contro la promiscuità sessuale e di­resse la sua satira contro le Galline adultere, che andavano tutto il giorno inquiete in cerca di galletti, ma tante di queste l’avevano accolta, che ebbe timore di arrecar loro male, e rinunziò a farlo.
Alla fine elaborò una lista completa delle debolezze e dei difetti umani e non trovò contro chi puntare le sue batterie, poiché quelle debolezze e quei difetti li ritrovava negli amici che dividevano con lei la tavola, e in se stessa.
In quel momento rinunciò a diventare scrittrice satirica e e cominciò ad avere il pallino della Mistica e dell’Amore e cose del genere; ma a causa di ciò, si sa com’è la gente, tutti dissero che era diventata pazza e non la ricevettero più tanto bene né con tanto piacere.

Augusto Monterroso, “La pecora nera e altre favole”, Sellerio
Traduzione Maria Teresa Marzilla

 

 

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Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna

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Gustave Courbet, L’origine du monde,1866

A me, tutte le volte, vedere riapparire l’organo sessuale della donna, proprio lì nel punto giusto dove dev’essere, mi sembra di ritrovarlo – e con trasalimento – dove meno avrei pensato, così come un caro oggetto creduto smarrito che salta fuori per caso in fondo a un baule o in qualche altro posto che mai avresti detto.
Cos’è quest’emozione di trovare proprio nella donna quello che ormai credevi perduto e che ora ritrovi?
Ma davvero ci fu un tempo in cui lo cercavi? Io credo forse soltanto nell’infanzia, quando ancora non è che lo desiderassi, ma sentivi nell’aria che quella cosa misteriosa esisteva, da certi indizi, da certe frasi non pronunciate, da certi a parte dei parenti o da un loro improvviso mettersi a parlare in inglese.
Io direi che desiderare sia abbastanza il contrario di cercare.
I dongiovanni più incalliti, i professionisti della seduzione che credono di essere motivati soltanto dal sesso della donna, in realtà non lo hanno mai cercato, l’hanno semplicemente desiderato. Hanno continuato a desiderare una cosa ignota, senza neanche un nome. E infatti, ogni volta che ne sono davanti, quasi mai lo riconoscono. Di questa apparizione, che non esaudisce il loro desiderio, non si accorgono nemmeno. Il loro desiderio inibisce totalmente la cerca la conoscenza, sopraffatto dall’avventarsi.
Nella cerca, invece, il sesso della donna appare all’improvviso, di sorpresa, e ogni volta, fossero anche mille, è come si materializzasse per caso, spontaneamente. Il meraviglioso è che il posto dove lo trovi ti sembra ogni volta, fossero anche mille, un posto dove mai lo saresti andato a cercare. E invece è proprio il suo, il suo posto preciso dove sta da milioni di anni e nessuno potrà mai toglierlo di lì.
Il risultato di questa cerca è però ogni volta guastato da qualche cosa di indefinibile: ogni volta che appare l’organo sessuale della donna io ho la sensazione che non sia più veramente disponibile, che obblighi, al suo cospetto, a una sorta di pantomima, di recita. Un rituale, come l’eucaristia, che non è vero sangue, vera carne.
Ho la certezza che in realtà siamo ormai definitivamente separati, non più riunibili né conciliabili. L’organo sessuale della femmina non è più, né mai più sarà, insomma, di nuovo in mio possesso. Qual era nei cominciamenti e mi fu tolto.

Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna (inedito)

Il video della domenica. JULIO POT, THE GIFT. 6′

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http://www.rivelazioni.com/youtube/the-gift/

Lui dona a lei qualcosa di molto importante, che però si rivela leggermente ingombrante.  Non perdete di vista quell’innocente pallina.

Un antidoto: FLAUBERT, L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

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L’assedio televisivo è pressante, più delle passate stagioni, direi: d’estate, riflettono tautologicamente gli strateghi, bisogna parlare dell’estate, che significa attingere ai magazzini in cui sono ammucchiati i film vacanzieri con i protagonisti buzzurri, le nostalgie delle estati che furono, i concerti sulla spiaggia, gli amoretti che vanno e vengono, il tempo che si sbriciola in un ping pong di battute idiote.
Un antidoto: il finale della
Educazione sentimentale, di Flaubert, nel quale si avvicendano il tempo, le età, i rimpianti, le piccole meschinità, il paradosso delle occasioni perdute in quanto impossibili. Una punta di amaro in un’estate stupida e drammatica.

Rientrarono. La signora Arnoux si tolse il cappello. La lampada della consolle illuminò i suoi capelli bianchi. Fu come un pugno nel petto. Per nasconderle quella delusione si sedette ai suoi piedi; prese le sue mani, le disse parole tenere.
– La sua persona, ogni suo minimo gesto mi sembravano importanti, sovrumani. Quando camminava, il mio cuore si sollevava come polvere dietro ai suoi passi. Vederla era come contemplare un chiar di luna in una notte d’estate, con tutti i suoi profumi, le ombre dolci, i biancori, l’infinito […]
E lei, rapita nell’ombra, lo lasciava prosternarsi ai piedi della donna che non era più. Inebriato dalle sue stesse parole, Frédéric finiva per crederci. La sentì chinarsi verso di lui, sentì sulla fronte la carezza del suo respiro, attraverso i vestiti il contatto indeciso del suo corpo. Le loro mani si strinsero. La punta del suo stivaletto usciva appena dalla gonna, sentendosi quasi mancare le disse:
– Il suo piede… il suo piede mi turba.
Per un moto di pudore si alzò. E, immobile, con l’inflessione di voce dei sonnambuli:
– Alla mia età! Frédéric!… Nessuna è mai stata amata come me! No! Nessuna! a che serve essere giovane? Non me ne importa niente! Io le disprezzo quelle che vengono qui !
– Oh! Non ne vengono” – rispose lui con compiacenza.
Il viso di lei s’illuminò; volle sapere se intendesse sposarsi.
Giurò di no.
– E’ proprio vero? Perché?– Per causa sua – e la strinse fra le braccia.
E lei ci stava, il busto all’indietro, gli occhi, la bocca socchiusi. A un tratto lo respinse con aria disperata; la supplicò di dirgli perché; e lei, chinando la testa:
Avrei voluto farla felice.
Frédéric ebbe il dubbio che fosse venuta per offrirsi; tornò la voglia di lei, più forte che mai, accesa, violenta. Ma insieme al desiderio fu preso da una sensazione inesprimibile, una repulsione, quasi il terrore di un incesto. Temette anche di provarne disgusto, dopo. Del resto, sarebbe stato molto imbarazzante. Così, un po’ per prudenza, un po’ per non degradare il suo ideale, le voltò le spalle e si mise ad arrotolarsi una sigaretta.
Lei lo guardava come una meraviglia.
– Solo lei sa essere tanto delicato, solo lei!
Suonarono le undici.
– Già le undici! Ancora un quarto d’ora e me andrò.
Tornò a sedersi; ma osservava la pendola. Lui fumava camminando per la stanza. Nessuno dei due trovava più nulla da dirsi. All’atto delle separazioni, arriva quel momento in cui la persona amata se n’è già andata.
Altri venticinque minuti, poi si decise a prendere il suo cappello, lentamente.
– Addio, caro amico, addio! Non la rivedrò più! Questa visita è stata la mia ultima azione di donna. Ma la mia anima l’accompagnerà per sempre. Il cielo la benedica!
E lo baciò sulla fronte come una madre.
Si sfilò il pettinino; i suoi capelli bianchi si sciolsero.
Con una forbiciata decisa ne tagliò una lunga ciocca alla radice.
– Li tenga! Addio!
Quando fu uscita, Frédéric aprì la finestra. La vide sul marciapiede fare segno a un fiacre, salire nella vettura, e con essa scomparire.
E fu tutto.

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Guaraldi, Traduzione Jean Paul Pierozzi

 

Maglione e comunicazione. Il caso Reschke. Video. 1’30”

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Questa ragazza, Anja Reschke, mi piace: non soltanto perché trovo del tutto condivisibile ciò che dice, ma anche perché lo dice con quel nitore sobrio che caratterizza la comunicazione diretta, quindi elegante. La ragazza indossa un maglione giallo che al telespettatore italiano potrebbe anche sembrare troppo giallo ma che per quello tedesco va benissimo (ma anche per me, lo confesso); anzi, direi proprio che questo pullover è una piccola trovata, sembra scelto frettolosamente da un armadio, di primo mattino, in una stanza semibuia (la conduttrice era in ritardo) solo perché era il primo di una piccola pila di altri pullover di vari colori, anche se tutti in tinta unita. Può darsi, naturalmente, che dietro questa scelta ci sia una sagace costumista, ma ciò che conta è il risultato: una conduttrice che sa guardare in macchina limpidamente perché crede a quello che dice. Video raccomandabile ai membri del Consiglio di Amministrazione della rai.

Settant’anni dopo: 6 agosto 1945 – 6 agosto 2015. Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

Schermata 2015-08-06 alle 10.23.21La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco

Poveri oggetti di grande importanza. Il museo più triste del mondo

Schermata 2015-08-04 alle 11.14.39http://www.ilpost.it/2015/08/04/museo-relazioni-finite-zagabria/

Autobiografia per immagini? Autocompiacimento? Autocelebrazione? Incapacità di elaborare la fine? Ingegnosa opera di riciclaggio postmatrimoniale? La fantasiosa impresa dei coniugi Olinka Vištica e Dražen Grubišić.

museo

il video della domenica. DOVE VAI IN VACANZA?, di ALBERTO SORDI

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dall’episodio “Vacanze intelligenti”, di Alberto Sordi, 1978

https://www.youtube.com/watch?v=_ZW2XhSddKs

Quante ironie, negli anni Settanta, intorno alle vacanze intelligenti promosse da L’Espresso! Parve, allora, il tentativo di estendere il concetto di chic (forse anche un po’ radical) alla cultura di massa. Se il tentativo riuscì, lo giudichi il lettore. Intanto, vale la pena di rivedere questo frammento irresistibile  del 1978.

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