STEPHEN PHILLIS. L’ALGORITMO CHE SCOPRIRA’ IL PROSSIMO HARRY POTTER

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http://www.internazionale.it/notizie/stephen-phillips/2016/09/22/algoritmo-libri-bestseller

Ed ecco la domanda: perché leggiamo tutti lo stesso libro?

Annibala

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Tanti anni fa, un vecchio e caro amico attore mi raccontò un piccolo episodio che divertì molto me e i presenti. Devo essere più circostanziato, perché la data è importante. Era il Natale del 1979, e i carri armati sovietici avevano appena fatto il loro ingresso in Afghanistan occupando Kabul. L’invasione aveva provocato una forte reazione internazionale; incominciava un decennio di occupazione, di distruzione e di guerriglia, di morte. Solo due anni prima, nel 1977, a Mosca, durante il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, Berlinguer, presente Breznev, aveva affermato che democrazia e pluralismo sono preminenti, al punto da motivare l’abbandono definitivo del concetto di dittatura del proletariato. Lo strappo con il PCUS era diventato un solco profondo. Ma tutti i partiti hanno diverse anime, e nel PCI l’anima stalinista non era morta (d’altra parte, questa è la principale prerogativa delle anime, come hanno scritto in molti, da Agostino a Pomponazzi); in particolare c’era un’animula stalinista ed euforica che abitava nel sindaco di una bella città romagnola. Torniamo al racconto del mio amico attore, che in quegli anni era consigliere comunale: alla prima riunione di giunta dopo le vacanze di Natale, il sindaco aprì i lavori dando una manata sul tavolo e scandendo, con un sorriso trionfante: “Avàn ciapè Kabul!” (“Abbiamo preso Kabul!”).
Lo strappo, la linea del partito, la difficile navigazione di Berlinguer, tutto era spazzato via da quella gioiosa manata sul tavolo. Come dicevo, a quel raccontino ridemmo del vecchio dinosauro stalinista, della sua goffaggine, della sua estraneità ai tempi e al travaglio politico in atto. Ridemmo, perché i giovani pensano, da sventati, che lo stato presente delle cose sia acquisito per sempre. Pensavamo infatti che nessun sindaco, nel futuro che ci aspettava, avrebbe mai più preso questa o quella città, con o senza carri armati alle spalle. Sbagliavamo. In questi giorni Virginia Raggi ha annunciato che il suo esercito ha già  incominciato la conquista:
“Siamo entrati nelle istituzioni, piano piano, poi abbiamo preso qualche città, poi abbiamo preso due città importanti, Torino e Roma, adesso tocca a Palermo, poi tocca alla Sicilia, e poi tocca all’Italia!”
Credo che salire da rockstar su un palco circondati da un delirio come quello di Palermo dia le vertigini, forse ti scorrono agli occhi davanti le immagini di tutta la tua vita. In questo veloce rewind, Virginia si deve essere fermata agli anni del liceo (scientifico Newton). Versione in classe dal latino. Tito Livio, Ab urbe condita, Libro 23°:  “Recepta Petelia Poenus ad Consentiam copias traducit, quam minus pertinaciter defensam intra paucos dies in deditionem accepit.” (“E chi è questo Poenus?… Ah, il punico… Annibale”). Dunque, “Arresasi Petelia, Annibale condusse l’esercito a Cosenza, che dopo una difesa meno tenace si arrese in pochi giorni.”E via con le reminiscenze, alimentate dai film peplum, di assedi per fame, di scalate con le corde agli spalti, di frecce incendiarie.

Per quanto giovane sia la sindaca, sono passati più di vent’anni da quando sedeva al liceo; qualcuno dovrebbe averle detto che fra l’Italia contemporanea e l’Impero romano c’è qualche differenza: oggi,  le città e le nazioni non si “prendono”, almeno dalle nostre parti, ma si governano, si amministrano in virtù di un voto democraticamente espresso dagli elettori. Senza elefanti. Se Virginia riuscirà a farne a meno (anche di quelli cuccioli) sarà un bene per tutti.

La morale in controcampo. MARK TWAIN, Il barboncino riconoscente

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E’ noto il giudizio di Hemingway su Mark Twain: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro, Huckleberry Finn. Tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima. Non c’era stato niente di così buono in precedenza”. Certo, la comparsa del picaresco nella letteratura americana (tre secoli dopo la sua comparsa in Europa) determinò un’onda molto lunga che investirà la letteratura e il cinema americani, da On the road a Easy Rider; quello che Hemingway non lascia trapelare nella sua apodittica affermazione è un giudizio sul primo Twain, quello che prima di affrontare il grande romanzo si fa le ossa come giornalista e come narratore di raccontini dalla meccanica molto semplice: è il ribaltamento giocoso, quasi fanciullesco, dei pregiudizi e del main stream, fra i quali questa storia del medico e del barboncino è un esempio eloquente.

Un giorno un medico benevolo (che aveva letto molti libri con la morale), avendo trovato un barboncino randagio con una zampa rotta, portò a casa la povera bestiola e, dopo averla curata, la rimise in libertà. Il mattino dopo, il cagnolino riconoscente stava sulla soglia di casa, in compagnia di un altro cane randagio, la cui zampa si era rotta in seguito a un incidente. Sollecito, il buon medico soccorse tosto l’animale sofferente.
Il mattino seguente, il benefico dottore trovò davanti alla sua porta i due cani raggianti di gratitudine, e con loro altri due cani azzoppati. Gli invalidi furono subito risanati, e i quattro se ne andarono per i fatti loro. Ma il mattino dopo, accucciati davanti alla porta, stavano i quattro cani ricostruiti, e con loro altri quattro bisognosi di ricostruzione. Passò anche quel giorno, e venne un altro mattino; e allora sedici cani, otto dei quali azzoppati, occupavano il marciapiede, e la gente era costretta a farne il giro.
«Questa storia è durata abbastanza!»esclamò il dottore, e si accinse a scacciare le bestie con lo schioppo. Ma il barboncino originario, il quale era nel frattempo impazzito, anzi, arrabbiato, prontamente lo morse alla gamba. Un mese più tardi, mentre giaceva in preda alle convulsioni, il benefico dottore chiamò intorno a sé gli amici piangenti, e disse: «Guardatevi dai libri. I libri narrano solo metà delle storie. Ogni qualvolta un meschinello chiederà il vostro aiuto, e voi avrete qualche perplessità circa le possibili conseguenze della vostra buona azione, concedetevi il beneficio del dubbio e ammazzate il richiedente.»
Così dicendo, voltò il viso verso la parete, e rese l’anima a Dio.

Mark Twain, Il barboncino riconoscente, “Il ranocchio saltatore e altri racconti”, Rizzoli, Traduzione O. Previtali

FRANCESCO PECORARO, ELEMENTI PER UNA TEORIA GENERALE DELLA TAVOLATA, da “Le parole e le cose”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=24166

La tavolata è un imbuto nel quale ciascuno di noi deve prima o poi passare. Il lucido e divertente articolo di Francesco Pecoraro, tratto da “Le parole e le cose”, è un ricostituente con funzione antidepressiva. Da leggere.

Foto storiche. La Fiera di Milano del 1953

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In quegli anni, varcare i cancelli della Fiera di Milano era come andare a fare quattro passi nella vertigine del Futuro e tornare a casa con un frammento di Meraviglia che certificasse l’avvenuto viaggi – a questo indotti anche dalla filosofia dell’evento, che era commercialmente solida: inutile fantasticare su ciò che sarà, è molto meglio venderlo. Al richiamo della Fiera resistevano alcuni intellettuali, che all’epoca pensavano intensamente alle masse ma non alla cultura di massa, e pochi altri;  i non milanesi si organizzavano in carovane e riuscivano a risalire anche notevoli porzioni d’Italia su auto dai grandi musi ansimanti. Ritornavano con una scorta di racconti su quel Progresso che di lì a poco avrebbe abbracciato tutti, indistintamente, poveri e ricchi del nord e anche, perché no?, del sud. Nella concitazione, tutti raccontavano contemporaneamente; ne usciva un affresco frammentario e vorticoso post-futurista, che forse rendeva l’idea ma che nei dettagli risultava indecifrabile. I bambini erano gli ascoltatori più rapiti. Quei racconti innescavano le fantasie su giocattoli meravigliosi e accessibili a tutti, come nel Paese dei balocchi. Non si parlava né di denaro né di prezzi. Emergeva, dalla Fiera, un socialismo buono e disinteressato, come potrebbe essere quello di un Babbo Natale laico e meno smanceroso. La foto che pubblichiamo si riferisce al reparto elettricità, nel quale campeggiavano i trenini, che, come è noto, erano i giocattoli degli adulti. I racconti sui trenini dei padri infantiloidi erano i più sfrenati, per non dire i più deliranti: confortati dall’iperrealismo delle vetture e delle locomotive, i padri narravano di minuscoli passeggeri meccanici, omini e donnine semoventi, addirittura dialoganti, certamente capaci di salire e scendere dai vagoni e di chiedere informazioni a uno snello capostazione impaziente di soffiare nel suo fischietto. Naturalmente non veniva prodotta nessuna prova di questa sorprendente vita lillipuziana. I bambini si dovevano fidare. Qualche reperto che comprovava il viaggio nel Paese delle Meraviglie veniva tuttavia esibito, ma col meraviglioso non aveva nulla a che fare. Un esempio per tutti: uno stenditoio che, grazie a un ingegnoso sistema di carrucole, permetteva di far asciugare i panni a pochi centimetri dal soffitto, sulla vasca. I membri della famiglia che non mostrarono un adeguato entusiasmo nei contronti della moderna invenzione si presero dei passatisti nemici del Nuovo, e lo stenditoio aereo, carico di panni, continuò a sgocciolare per anni sulla testa di chi faceva il bagno, a dimostrazione che il dopoguerra era ancora duro a morire.

Il video della domenica. INGMAR BERGMAN, SCENE DA UN MATRIMONIO, di Maria Dolores Pesce

 

Un rapporto di coppia “apparentemente” felice che improvvisamente deflagra dentro le strutture ereditate ma sempre meno accettate del matrimonio. È un film di Ingmar Bergman del 1973 dalla sintassi fortemente drammaturgica che in fondo ripropone nel loro evolversi, che si apre lentamente alla contemporaneità, le angosce e le asprezze del confronto/scontro tra i sessi, suggestivamente suggerendo Ibsen e Strindberg, del quale ricordiamo “Danze di morte”, primi indagatori del conflitto con le resistenze e le reticenze che il loro essere maschi comportava. La mente di Bergman si lega al passato di questa nostra modernità ma il suo sguardo punta al suo oscuro futuro che è, ora, davanti ai nostri occhi. Un futuro/presente in cui il sesso e il conflitto tra i sessi, oltre quella “gabbia”, si è come disperso e liquefatto nel virtuale della “rete”. L’esplosione o l’implosione della intimità sessuale diventa così, sempre di più, una perdita, anziché l’attesa conquista di libertà. Le cronache purtroppo ci insegnano che la guerra divampa feroce ma senza più un campo di battaglia condiviso e dunque senza regole, stritolando le persone in un gioco crudele e senza “giudizio” e coartando in schiavitù ogni loro anelito di liberazione. Oggi, quel film di oltre quarant’anni fa che parla di una “gabbia” che reprime ma può anche “custodire” sentimenti forti, molto ci dice della giovane che si suicida per la persecuzione scatenata da un suo gesto avventato di presunta libertà, o della tredicenne violata per anni con tacito consenso di tutti, o infine della ragazza violentata in discoteca e filmata dalle “amiche”. Ricostruire una qualche condivisione del conflitto appare difficile ma anche sempre più necessario. Bergman possedeva e ha potuto condividere gli strumenti, culturali e artistici, per comprendere. Oggi quegli stessi strumenti hanno una voce sempre più flebile e lontana.

Maria Dolores Pesce

Politici di campagna. GIOVANNI FALDELLA, L’ELEZIONE DI TOMMASO PANADA

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Nonostante il ricambio politica/società civile tenga il campo da svariati anni, continua a sembrarci un’invenzione piuttosto moderna, grazie anche alla variante aggiornata dei “cittadini” selezionati dalla rete. Per chissà quale associazione mentale, questi riflettori continuamente accesi  sui sindaci novi mi hanno ricordato uno scrittore scapigliato della seconda metà del XIX secolo, Giovanni Faldella, autore, nel 1875, di un libro tanto ricco quanto ingiustamente dimenticato, Le Figurine (lo trovate in pdf anche su Liber Liber, oltre che in edizione cartacea). La lingua di Faldella si modella sul pastiche, vi confluiscono dialettismi (piemontesi) forme d’italiano arcaico e termini che, se non si possono definire neologismi, ci appaiono strizzati, stirati e deformati al limite dell’inintellegibile. In quegli ultimi decenni di secolo Faldella non era l’unico ad operare sulla lingua con tanto gioioso furore; c’era la pattuglia degli scapigliati lombardi e soprattutto quel Carlo Dossi che sarebbe stato un fondamentale punto di riferimento per il Gran Lombardo antonomastico, Carlo Emilio Gadda. Tornando al sindaco, in questa “Figurina” si racconta di Tommaso Panada, “un bel paesanotto dalla faccia rossa, carnosa, levigata e splendente come un miraggio”. La sua appartenenza alla società civile, lontanissima dal Palazzo, è scritta nel suo curriculum che lo registra come lavoratore dei campi, bovaro e soldato cannoniere. All’improvviso, la politica folgora Tommaso che si presenta alle elezioni comunali col piglio del sollevatore di popoli. Viene infine il gran giorno, e con esso l’esito di quella paesana tornata elettorale.

Fatto sta ed è che dopo tanto armeggio, tramenìo e discorsi e regali, a Torre Orsolina di dugento elettori andarono ad imborsare il voto appena dieci. Il parroco, i preti, i fabbricieri, mancomale non si mossero da casa. Pure niuno degli antichi consiglieri fu confermato nella carica, Tommaso Panada fu eletto con sette voti.
Benché nominato con quella miseria di fave, Tommaso scappò trionfante a casa, abbracciò largamente e rotondamente la moglie, lasciando molto spazio e molt’aria fra le proprie braccia e il fusto di lei; e poi le disse amorosamente e quasi pudicamente: «Cunegonda! Bacia tuo marito, ché baci un consigliere comunale!»
Sentiva nel petto un rullo, uno scampanìo e un bagno di festa: ed in mezzo a quella galloria festiva nuotava anche una gioia funerale, la gioia di morire consigliere, di far suonare il campanone grosso per la sua sepoltura, quel campanone che a Torre Orsolina si suonava soltanto per la morte del parroco, dei laureati e dei consiglieri comunali.
Andò lo stesso giorno dal calderaio ad ordinargli che gli confezionasse una penna indispensabile per la nuova sua carica, dovendo scrivere, come egli diceva, all’intendente, ai generali ed anche ai ministri. Il calderaio gli fabbricò addirittura un’alabarda. Bisognava vedere come Tommaso, appena ebbe quella nuova penna, che gli costò il coperchio di un pajuolo, si mise subito ad usarla, stintignando il suo nome sopra un cartolaro, tenendosi discosto dalla madia per un mezzo metro, a fine di poter allungare meglio le braccia, e scarabocchiando e asteggiando e arabescando con una passione scolaresca da primo premio.
Poscia si mise per esercizio con lungo studio e con grande amore a copiare gli articoli più golosi e più peccaminosi, a detta del parroco, che si pubblicavano sull’Unione e sulla Gazzetta del Popolo, massime quelli di Aurelio Bianchi-Giovini sulla Critica biblica e papale, e quelli di Alessandro Borella contro il miracolo del muto che si inginocchiò davanti la Pisside: e ne copiò tanti di siffatti articoli da riempire mezza guardaroba e da far borbottare la moglie, che si vedeva mancare il posto per la biancheria.

Giovanni Faldella, Le Figurine, Bompiani

 

La Striscia. MARIO LUZI

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La macchina si mosse e subito fu al passo giusto su per l’erta strada battuta ma non coperta d’asfalto. Mi volsi indietro a dare un’ultima occhiata al paese di Scanno e subito dopo guardai lei che giocava con la faccia tirata e quasi altera.
«È finita, naturalmente, essa pensa» – dicevo tra me mentre seguivo i movimenti esatti, ma insolitamente pigri, del piede e della mano sul cambio di marcia.
Era fin qui la stessa strada su ciò che ci eravamo spunti durante quasi ogni sera a passeggio prima delle cene silenziose all’albergo durante le quali tra le poche parole si avvertiva il fluire dei pensieri nell’uno e nell’altro, in ciascuno di noi per proprio conto, in direzioni reciprocamente sconosciute, ma in quest’unico ritmo tranquillo e profondo. L’assuefazione ci aveva uniti, inavvertitamente dapprima e poi tacitamente pensando ciascuno di noi all’altro, rapiti via via ambedue nel pensiero sottile e fisso di quella comunanza nascente che per questo si faceva sempre più profonda. L’intesa si era sviluppata così senza alcuna parola né alcun atto estrinseco fino a quell’ora che se anche era l’ora della nostra partenza e della separazione imminente era un’ora tra le altre ore della nostra esistenza.

Mario Luzi, Trame, Rizzoli

 

Il video della domenica. LA ARGERICH RUBATA

 https://www.youtube.com/watch?v=oxuelaJMPO4  

Ho conosciuto attori impegnati in ruoli complessi (il conte Hans Karl Bühl de L’uomo difficile, di Von Hoffmanstahl, per dirne uno) che, rintanati in camerino, guardavano la partita fino a un attimo prima di entrare in scena e altri che ricorrevano compulsivamente al Johnnie Walker; ho colto un famoso esecutore nell’atto di riscaldare il flauto flirtando con una giovane amica pochi istanti prima di iniziare un concerto: sono lampi istruttivi perché ribaltano la retorica della performance artistica proponendo un’antisterica nella quale trova posto una casistica inesauribile che sollecita le nostre più basse tendenze all’aneddoto e al pettegolezzo. Che cosa succede nell’attimo che precede la grande interpretazione, anzi che cosa vorremmo accadesse? Un’amica attrice, che aveva partecipato a un film girato in Italia da Billy Wilder, mi raccontava che Jack Lemmon colmava le lunghe attese fra un ciak e l’altro in compagnia di un fiasco dell’amato Chianti, seduto per terra, appoggiato al muro, ma che si riscuoteva dal torpore alcolico con uno scatto ginnico al momento del “si gira”. Ci seduce questo modello di interprete scaraventato in scena da un Demone, o non preferiamo, invece, l’attore/monaco che consuma l’attesa nella penombra del camerino masticando mantra ed erbe dai fantasmatici poteri?
Non sapremmo in quale categoria inserire la superba Martha Argerich, così come la conosciamo in questo brevissimo video che ruba i pochi spiccioli di tempo precedenti l’esibizione. L’audio è molto approssimativo ma le poche immagini sono eloquenti, ci raccontano la tensione, i brevi gesti quasi inconsulti e anche qualche piccolo tic affiorante dal profondo che ci avvicina al mostro sacro per alcuni secondi.

 

GUIDO MAZZONI. I nomi propri e gli uomini medi. Romanzo, scienze umane, democrazia

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http://www.leparoleelecose.it/?p=24142#more-24142

Le nostre piccole vite e la gelida identità dei grandi numeri. Da Balzac a Facebook. Un saggio di Guido Mazzoni da leggere assolutamente. (Da “Le parole e le cose”).

5 stelle di tenerezza.

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Da quanto tempo non incontravo la parola “pasticcione”? La mia memoria è costretta a un lungo rewind per arrivare fin quasi all’inizio della bobina che è di notevole diametro. Ecco infine che l’ho trovato, il “pasticcione”: albergava per lo più nelle aule scolastiche degli anni Cinquanta e apparteneva al lessico delle maestre anziane dai lunghi capelli grigi fissati in una crocchia morbida alla quale sfuggiva sempre qualche ciocca gentile. Per le profondamente buone signore, “pasticcione” era il rimprovero evangelico che assolveva tutti, anche i più maldestri, quelli che macchiavano, strapazzavano, laceravano il quaderno (passando nevroticamente le gomme da inchiostro, appunto, sulle macchie: buchi di due centimetri, mica escoriazioni superficiali). La parola si accompagnava a un gesto che scarruffava un poco i capelli del bimbo: un rimprovero che si trasformava in una carezza. L’alta scuola dei sentimenti: quelli ricchi di sfumature sono i più raffinati e apprezzati, come l’agrodolce per certi buongustai. In quest’aula degli anni Cinquanta, Travaglio si inserisce perfettamente, come le lettere dell’abbecedario appese alle pareti (“A/asino”, “B/biscotto”, “C/cuore”); il suo personaggio è infatti plasmato con l’aspra argilla scolastica di un tempo: lo abbiamo conosciuto, anni fa, come direttore giovane, di quelli di fresca nomina che vogliono mettere subito le cose in chiaro: con loro non si scherza, il regolamento è uguale per tutti, e a chi sgarra, bacchettate con la canna di bambù. Oggi, la bella sorpresa: col tempo, Travaglio si è ammorbidito; il suo viso non è ancora incorniciato dalle ciocche gentili ma la sua trasformazione in maestra buona è evidente. Anche perché ha trovato uno scolaro che proprio lo ispira: è giovane, turbolento e rissoso, dunque ha tanto bisogno del suo sostegno: è per l’appunto un pasticcione, ma, garantisce la maestra, in buona fede. La questione romana del Movimento 5 stelle è per me inestricabile ma qualunque sarà l’esito di questa stagione, essa avrà rivelato che anche Travaglio ha un cuore, anzi un “Cuore” non meno tenero di quello deamicisiano (del quale egli è oggi il vibrante interprete).

La teoria delle scimmie infinite e l’uomo militante

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Secondo il teorema delle scimmie infinite, una scimmia che prema a caso i tasti di una tastiera per un periodo indefinito di tempo, finirà per scrivere la Divina commedia, il Macbeth o qualunque altro testo prefissato. Non è mancato chi ha fatto osservare che il tempo trascorso dalla nascita dell’universo a oggi non sarebbe sufficiente alla scimmia per terminare il proprio lavoro e che le probabilità di scrivere le prime ventotto battute di una tragedia di Shakespeare sarebbero 1 su 10.000 milioni di milioni di milioni di milioni di milioni di milioni.
Questo per quanto riguarda le scimmie. Le probabilità che un essere umano con una minima pratica di Photoshop manipoli la copertina di un libro e realizzi un elaborato come questo sono molto alte. Infatti, dopo una neanche troppo lunga campagna sui social, ecco il capolavoro del militante. Il clima politico culturale e la regressione antropologica in atto promettono una stagione lussureggiante.

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