Tutti gli anni nel giro di un valzer. KATHERINE MANSFIELD, IL SUO PRIMO BALLO

cavalieri

Proviamo a dimenticare gli orrendi balli delle debuttanti a 150 euro d’ingresso comprendenti Welcome Cocktail, Gala Dinner e apparizione fugace di qualche mamozzo televisivo svogliato, nonché passerella di genitori compressi entro smoking improbabili e tubini neri evidenzianti trippe e rotondità commosse; soprattutto tentiamo di cancellare dalla memoria le protagoniste di questa serata che posano davanti ai pannelli pubblicitari degli sponsor cosmetici, sovreccitate come a un provino di Canale 5. Dimentichiamo e riandiamo a un centinaio di anni fa, quando il primo ballo in società era un rito iniziatico che socchiudeva la porta dell’età adulta dietro la quale si delineava l’ancora nebuloso profilo dell’uomo. Nel racconto  Il suo primo ballo, che narra il debutto della diciottenne Leila, Katherine Mansfield ha un’idea straordinaria: mette al centro un cavaliere anziano, grasso e stropicciato che con impietosa, lieve saggezza prefigura alla ragazza quello che sarà il suo futuro: la perdita della freschezza, l’inaridimento del suo cuore, l’assunzione del ruolo di madre rancido e rancoroso. E’ un’impietosa visione che dice il dolore della donna meglio di un saggio sulla condizione femminile. 

«Venga, bella signorina» disse l’uomo grasso. La sfiorava appena, mentre si muovevano adagio: più che ballare sembrava che camminassero.
Ma lui non disse nulla del pavimento.
«È il suo primo ballo, vero?» mormorò.
«Come ha fatto a capirlo?»
«Ah» disse l’uomo grasso «vede cosa vuoi dire essere vecchi?» Ansimava un poco mentre cercava di scostarsi da una coppia un po’ maldestra. «Sono trent’anni che faccio questo genere di cose.»
«Trent’anni?» gridò Leila. Dodici anni prima che lei nascesse!
«Sembra impossibile, vero?» disse l’uomo grasso con aria abbattuta. Leila gli guardò la calvizie, e le dispiacque per lui. «Penso che sia meraviglioso che lei continui a farlo» disse gentilmente.
«Che signorina gentile» disse l’uomo grasso, e la strinse un po’ di più canticchiando qualche battuta del valzer. «Certo» disse «lei non può sperare di durare così a lungo. No-o» disse l’uomo grasso «lei si siederà molto prima su quel palco e starà a guardare, col suo bel vestito di velluto nero. E queste braccia così graziose saranno diventate corte e grassocce, e batterà il tempo con un ventaglio molto diverso, un ventaglio di ebano nero.» L’uomo grasso parve rabbrividire. «E continuerà a sorridere come quelle povere care lassù, e indicherà sua figlia, e dirà alla signora anziana che le sta seduta vicina che un uomo orribile ha cercato di baciarla al ballo del club. E sentirà il cuore farle male, male» e l’uomo grasso la strinse un po’ di più, come se gli dispiacesse davvero tanto per quel povero cuore «perché nessuno ormai vorrà più baciarla. E dirà che non le piacciono questi pavimenti lucidi, sono così pericolosi. Eh, Mademoiselle Piedini di Fata?» disse piano l’uomo grasso. Leila fece una risatina, ma non aveva voglia di ridere. Era… poteva essere vero? Suonava terribilmente vero. Allora, quel primo ballo, non era che il principio dell’ultimo? Sembrò che la musica cambiasse; adesso era triste, triste; si alzava sopra un grande sospiro. Oh, come tutto cambiava in fretta! Perché la felicità non durava per sempre? Per sempre non era affatto troppo.

Katherine Mansfield, Il Suo Primo Ballo, Adelphi, Traduzione Cristina Campo

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