Le figurine di Radiospazio. Essere vivi

Son viva — credo —
i rami sulla mia mano
sono pieni di convolvolo
e sulla punta delle dita
il carminio pizzica
e se tengo un vetro
sulle labbra, si offusca
per il medico segno che respiro.

Sono viva perché
non sono in una stanza
in genere il salotto
dove arrivano i visitatori
si inchinano, guardano di lato
poi dicono “quanto è fredda”
o “era cosciente” quando entrò
nell’immortalità?

Son viva perché
non ho casa di mia proprietà
dedicata solo a me
destinata a nessun altro
con su scritto il mio nome di ragazza,
perché chi viene a trovarmi
riconosca una porta
e non provi con una chiave sbagliata.
Com’è bello essere vivi!
Com’è infinito essere
vivi due volte: sono nata un tempo,
e ora rinasco in te!

Come fare propaganda elettorale. Gli 11 punti di Goebbels (“Sul romanzo”)

Come fare propaganda elettorale senza rischiare di venire accusati di nazifascismo? Perché diciamocela chiaramente: in questo periodo una delle accuse che con maggiore frequenza si sta muovendo a una parte politica è quella di promuovere ideali nazifascisti.Senza voler entrare nel merito di queste accuse perché ognuno dei lettori potrà farsi o si sarà già fatta un’idea in perfetta autonomia, oggi vi vogliamo presentare gli undici punti elaborati da Goebbels per fare una perfetta propaganda elettorale. Chi era Joseph Goebbels? Era uno dei massimi gerarchi nazisti, dal 1933 al 1945 ricoprì il ruolo di Ministro della Propaganda, incarico che portò avanti con tale competenza che, dopo la morte di Hitler, fu addirittura scelto come Cancelliere del Reich. Incarico che ricoprì, per ovvie ragioni, solo per pochissimi giorni.  Non vogliamo sostenere una somiglianza completa dell’attuale modo di fare propaganda elettorale con la strategia individuata da Goebbels ma invitare semmai a riflettere su come alcuni di questi punti possano risultare ancora di profonda attualità e su come forse sia essenziale cominciare a declinare diversamente il nostro modo di portare avanti una campagna elettorale.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico
È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

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Galleria. La doccia

Susan se n’era andata così come era arrivata, senza ragione. La casa sarebbe stata più vuota senza di lei? A domande come questa un gentiluomo, quale lui voleva fortemente essere, deve rispondere di sì, ma fortunatamente nessuno glielo chiedeva, quindi lui poteva dirsi sottovoce di no: la casa gli sembrava più spaziosa senza Susan, soprattutto il bagno, e in particolare la doccia, che era stato il luogo più frequentato e tumultuoso della loro relazione. Perché Susan era fortemente attratta dalla doccia, in particolar modo quando era occupata da lui – anzi, ripensandoci, non si ricordava che lei avesse mai fatto una doccia da sola. Aveva un orecchio finissimo, Susan; certe mattine, lui scivolava con mille cautele giù dal letto per non svegliarla e si dirigeva in bagno; qui, scostava la tendina e apriva il getto al minimo, appena un filo d’acqua per non far rumore. Inutili precauzioni; dopo pochi secondi Susan lo raggiungeva, nuda e affannata come una nuotatrice che arriva in ritardo ai blocchi di partenza. «Insaponami!», gli intimava, e portava il getto al massimo, gemendo e ridendo e attirandolo mentre fingeva di respingerlo e avvinghiandosi, infine, con il rantolo rassegnato di chi cede a una sopraffazione fisica. Qualche volta lui aveva provato a sorvolare sui sottintesi; la salutava come una conoscente che prende lo stesso autobus, con un sorriso educato, e continuava la sua abluzione, ma lei gli strappava la spugna dalle mani inscenando una rissa che voleva essere erotica. Lui malediceva certi film americani dai quali Susan doveva essere stata traumatizzata e se la cavava come poteva. Il rischio di fare tardi in ufficio incombeva sempre, e questo genere di rischi non è compatibile con il desiderio sessuale: la insaponava, quindi, come uno schiavo ben educato e usciva velocemente lasciandola sotto una montagna di schiuma. Quando tornava, la sera, provava a riparare all’uscita frettolosa del mattino con qualche carezza. Susan stava sulle sue; le tenerezze a secco non le facevano né caldo né freddo. Solo dopo molte insistenze si voltava con degnazione: «Vuoi che andiamo a fare una doccia?»

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25 aprile. Piero Calamandrei, Camerata Kesserling

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che – anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento.
A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

25 aprile. Paul Éluard, Libertà

Illustrazione di Fernand Léger per il poema Liberté

Scritto nel 1942 durante l’occupazione nazista della Francia.

Sui miei quaderni di scolaro
sulla mia cattedra e sugli alberi
sulla sabbia sulla neve
scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
su tutte le pagine bianche
pietra sangue carta o cenere
scrivo il tuo nome

Sulle immagini dorate
sulle armi dei guerrieri
sulle corone dei re
scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
sui nidi e sui cespugli
sull’eco della mia infanzia
scrivo il tuo nome

Sulla meraviglia delle notti
sul pane bianco dei giorni
sulle stagioni fidanzate
scrivo il tuo nome

Su tutti i miei stracci d’azzurro
sullo stagno sole marcito
sul lago luna viva
scrivo il tuo nome

Sul campo sull’orizzonte
sulle ali degli uccelli
e sul mulino delle ombre
scrivo il tuo nome

Su ogni sbuffo d’aurora
sul mare sulle barche
sulla montagna demente
scrivo il tuo nome

Sulla spuma delle nuvole
sui sudori della tempesta
sulla pioggia spessa e scipita
scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
sulle campane dei colori
sulla verità fisica
scrivo il tuo nome

Sui sentieri risvegliati
sulle strade dispiegate
sulle piazze che trabordano
scrivo il tuo nome

Sul lume che s ’accende
sul lume che si spegne
sulle mie ragioni riunite
scrivo il tuo nome

Sul frutto tagliato in due dello specchio
e della mia stanza
sul mio letto conchiglia vuota
scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
sulle sue orecchie drizzate
sulla sua zampa maldestra
scrivo il tuo nome

Sulla pedana della mia porta
sugli oggetti familiari
sul flusso benigno del fuoco
scrivo il tuo nome

Su ogni carne accordata
sulla fronte dei miei amici
su ogni mano che si tende
scrivo il tuo nome

Sul vetro della sorpresa
sulle labbra intenerite
ben al di sopra del silenzio
scrivo il tuo nome

Sui miei rifugi distrutti
sui miei fari crollati
sui muri della mia noia
scrivo il tuo nome

Sull’assenza senza desiderio
sulla solitudine nuda
sui gradini della morte
scrivo il tuo nome

Sulla salute ritornata
sul rischio scomparso
sulla speranza senza ricordo
scrivo il tuo nome

E per il potere d’una parola
ricomincio la mia vita
sono nato per conoscerti
per nominarti

Libertà.

Le figurine di Radiospazio. Sull’avere cose in testa

Stepan Arkad’ic non sceglieva né le tendenze né le opinioni, ma queste stesse tendenze e opinioni giungevano a lui da sole, proprio allo stesso modo come non lui sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma adottava quella che era di moda. E per lui, che viveva nella società più in vista, avere delle opinioni, oltre al bisogno di una certa attività di pensiero che normalmente si sviluppa negli anni della maturità, era così indispensabile come avere un cappello.

Galleria. Mabel

Si chiamava Mabel, e su quel nome aveva rimuginato parecchio. Forse l’aveva anche sognata. Invece quell’odiosa di sua cugina l’aveva relegata in un cestone insieme a tante altre bambole dimenticate e preferiva fare le smorfie con certe sciacquette insipide che non valevano un’unghia di Mabel; gliel’aveva chiesta tante volte, ma la cugina gli aveva sempre riso in faccia: “Un maschio che gioca con le bambole!…”
Era proprio una cretina; lui non voleva giocarci, voleva sposarla, e anche in fretta, perché la differenza di età era notevole; tuttavia Mabel era una bambola intelligente e non badava a queste cose. Sembrava contenta che lui l’avesse riscattata dal cestone. Sì, gli sarebbe stata grata per sempre; purtroppo gli anni che avevano da vivere insieme non erano molti.

“Con un algoritmo ho inventato una pagina Facebook pro Salvini con frasi senza senso” (Fanpage)

“Ma quanti siete??? Oggi mi avete regalato in questi mesi”. Si, è vero, non significa nulla. Ma basta metterci sotto la faccia sorridente di Matteo Salvini ed ecco che arrivano le reazioni: in due ore 85 condivisioni e quasi 700 like. Niente male, per una pagina Facebook che di iscritti ne conta poco meno di 13mila: ha risposto 1 utente su 18, oltre il 5%, che in confronto alle interazioni sulle altre pagine è una percentuale altissima. Il segreto della pagina “Siamo tutti con te, Matteo”, però, è un altro.

Continua a leggere: https://napoli.fanpage.it/pagina-facebook-salvini-napoli/

Le figurine di Radiospazio. Il fatto “bambino”

Quando all’adulto venne mostrato il bambino attraverso la vetrata divisoria, non vide un neonato ma un uomo fatto (solo in fotografia aveva il solito viso da lattante). Gli piacque subito che fosse una bambina; in caso contrario la gioia sarebbe stata comunque la stessa. Dietro alla vetrata gli venne messa davanti non una «figlia», o magari un «discendente», ma un bambino. Di per sé il fatto «bambino», senz’altri attributi, emanava serenità e si trasfuse come qualcosa di furtivo nell’adulto al di qua della vetrata, unendo quei due, una volta per sempre, in una sorta di cospirazione. Non era solo responsabilità quel che l’uomo sentì vedendo il bambino, ma anche voglia di proteggere, e fierezza: la sensazione di star ben piantati per terra e di essere diventati d’un tratto forti.

Marco Nicastro, Psicopatologia dei programmi televisivi (Le parole e le cose)

“Molti sono i programmi che chiamano persone note e meno note a mettersi a nudo, sia fisicamente che emotivamente. Ciò manda a chi guarda un messaggio molto chiaro: non c’è niente di privato in sé stessi da non poter essere condiviso con gli altri, anche se sconosciuti, e che per star meglio con basta sfogarsi e liberarsi di ciò che della propria storia personale fa ancora soffrire.”

Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35266#_ftn1

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, Il confine dentro di noi. BORDER, di Ali Abbasi

Spesso il “Mito”, come funzione della conoscenza, è servito a disegnare e interpretare la mappa della nostra interiorità, topos che si aggrappa per riconoscersi nei luoghi perduti e dimenticati che ci attraversano come i sentieri di una fitta foresta nordica. Destinazione desiderata e lì celata la nostra più profonda identità. “Border – Creature di confine” è un film che si appropria del racconto gotico dello svedese John Ajvide Lindqvist, memoria suggestiva e fascinatoria dei miti nordici di genti e specie perdute come i fantasiosi Troll, e costruisce una storia che sta dentro l’oggi, l’oggi delle diversità, delle sopraffazioni, delle menzogne, l’oggi che spesso abbiamo introiettato segnando dentro di noi confini che ci hanno diviso, dall’altro sempre imprescindibile e infine da noi stessi e dalle nostre diversità interiori forse meglio celate. Questo film di Ali Abbasi, iraniano naturalizzato svedese e ora in Danimarca è una scoperta in sé e di sé, anzi è un insieme di scoperte a partire dalla protagonista. Ciò che scopre, però, non è tanto la sua origine e la sua natura “altra”, quanto piuttosto che in questa natura “altra” albergano affetti, sentimenti e desideri che ci rendono simili e veri anche nei confronti degli altri. Un film inaspettato sulle “eguali-diversità” che ci attraversano come i sentieri del bosco.

Maria Dolores Pesce

Gaetano De Virgilio, Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro (L’indice dei libri)

“Nell’adolescenza, ad un tratto, non si può sapere con esattezza quando, arriva il momento in cui si dorme assieme ad una ragazza, vicini, per una notte intera. Per tutto quel tempo, con timidezza e accortezza, si mette in atto uno dei procedimenti erotici che porteremo sempre con noi, anche quando l’adolescenza sarà conclusa. Il metodo è questo: fare delle cose facendo finta di non farle, e dunque sfiorare, premere, spingere facendo finta di non sfiorare, di non premere, di non spingere.”

Leggi l’articolo: https://www.lindiceonline.com/letture/narrativa-italiana/francesco-piccolo-lanimale-mi-porto-dentro/

Galleria. Il salamino tuscolano

Erano le 13.50 quando Giorgio Manganelli rilesse l’incipit di quello che sarebbe stato uno dei suoi più lucidi saggi (ma forse in quel momento non poteva ancora rendersene conto), La letteratura come menzogna: “Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: «Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale». Qualcun altro chiosò: «Allora, lo è sempre stato».
Era un attacco forte e quasi provocatorio, sul quale l’autore sostò fin verso le 14. Il prosieguo gli era chiaro, ma quando si accinse a scriverlo gli venne da pensare, per quelle strane e incomprensibili interferenze che spesso affliggono gli autori, allo stato del suo frigorifero; non era particolarmente miserevole, ma non andava oltre la solita ordinaria amministrazione. L’autore era combattuto fra due sentimenti opposti: da un lato temeva di perdere quel bello slancio iniziale, dall’altro gli pareva che due etti di salamino tuscolano abbinati un paio di carciofi alla giudia avrebbero propiziato quella sua fatica appena intrapresa. Fortunatamente, il pizzicarolo sotto casa era ancora aperto, e comunque non chiudeva mai del tutto, lasciava sempre la serranda a metà – era un po’ scomodo per la schiena, ma ne valeva la pena.

Nubi senza cielo (National Geografic Italia)

Bemdnaut Smilde crea nuvole nei luoghi in cui non si troverebbero in natura. Le sue installazioni durano cinque secondi – 10 al massimo – poi svaniscono.
Il suo progetto, Nimbus, indaga sull’effetto creato dalla visione di una nuvola in ambientazioni come l’interno di una chiesa, di un museo o di un castello. La brevità della scena ne acuisce l’intensità.

Leggi il seguito dell’articolo: http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2019/03/22/foto/nubi_senza_cielo-4333240/1/

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