Le figurine di Radiospazio. L’amante sciocca

Pian piano, il poeta l’aveva condotta di là, nella sua stanza. Sovra una scansietta di legno scolpito, sostenuta da una gran mano di bronzo, erano, in legature fini di pergamena, tutti i volumi di prose e di poesie di Paolo Spada. L’innamorata ne prese uno e l’aprì:
«Che bella carta…» disse, passandovi sovra, lievemente, le dita. «Voi avete scritto tutto questo?».
«Sì, cara».
«È un romanzo?».
«Sì, anima mia».
«Deve essere bello. Io ho letto pochissimi romanzi» ella concluse, posando il libro. Guardò nuovamente i volumi nello scaffale: «Ci mettete molto tempo per scriverne uno, di libro?».
«Per lo più, molto tempo».
«Ah!» ella disse, chinando nuovamente gli occhi. «E siete solo quando scrivete?».
«Solissimo. Qualunque rumore mi turba. La presenza di una persona, anche silenziosa, non mi fa scrivere».
«Sì?» ella disse, con un accento fra sorpreso e sgomento. «E perché questo?». «Così» egli rispose, un po’ brevemente, non volendo darle altre spiegazioni. Ella ebbe il contraccolpo di quella piccola durezza. Si sollevò verso lui, lo guardò, gli chiese:
«Mi volete bene?».
«Sì, tanto, cara».
«Vi ho seccato con quella domanda sciocca?».
«No, no, non potete seccarmi».
«Io stessa sono una sciocca, compatitemi».
«Io vi voglio bene, non posso compatirvi».
«Mi volete bene, malgrado la mia stupidità?» domandò, fra il riso e il pianto. «Malgrado la vostra stupidità, vi adoro» disse lui, lietamente e crudelmente. «Ah! Grazie».

Matilde Serao, L’amante sciocca

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