Le figurine di Radiospazio. Betsabea

Rembrandt, Bestabea

Davide la guardò lungamente, non soltanto con bramosìa ma anche con timore o forse con l’intento di soppesarla, così come aveva guardato i Filistei prima della battaglia di Keila. Ella si era tolta il velo e l’aveva attorcigliato intorno alla mano destra.
— Come ti chiami? — disse alla fine.
– Betsabea. Il mio sposo è Uria, l’eroe.
Davide fece cenno alle guardie che s’allontanassero, voleva rimanere solo con lei..
– Quanti anni hai?
– Diciannove. Uria mi comprò da mio padre quando ne avevo tredici. Allora non immaginava quanto sarei diventata bella.
– Sai danzare? — chiese re Davide
Ella cercò di catturare lo sguardo dei suoi occhi socchiusi, ma le fessure fra le palpebre erano troppo sottili, egli sembrava aver cura del proprio sguardo come se avesse un valore inestimabile.
– È mia consuetudine danzare per Uria. Egli beve vino e io danzo.
– Tu danzerai per me, – disse il re con voce rauca e torbida
Allora Safan andò a prendere la sua cetra, e si appoggiò contro la colonna di fianco al sedile del re. La musica fluiva come olio santo e cinguettio d’uccelli dalla sua mano destra. Mentre suonava teneva lo sguardo sul re, quel povero re così facile a turbarsi. Si vedeva chiaramente che gli era accaduto qualcosa, somigliava a un animale caduto nella rete. Safan provò un desiderio quasi invincibile di accostarsi a lui e carezzargli i capelli e cullargli il capo contro il proprio petto, quasi si sentisse soffocare dalla tenerezza.
No, una danzatrice proprio non lo era. Si muoveva lenta, quasi goffa; i suoi piedi di trascinavano sul piancito di cedro, ripetutamente sollevava le braccia e si passava le dita nella pesante e lucente capigliatura, come se questa avesse potuto sollevarsi nella danza lieve e quasi sospesa nell’aria che ella stessa non era capace di eseguire; il suo ventre e le sue anche parevano rigide di castità.
Ma quando Safan accelerò il tempo con la mano destra e quando permise che le dita iniziassero a pizzicare veloci le budella di cammello ritorte, allora Betsabea finalmente lasciò cadere a terra il mantello con un suono schioccante e sibilante che parve riecheggiare, ripetuto e rafforzato, dalla gola e dalla bocca semiaperta del re.
Safan, che era l’unico a possedere la capacità di vedere gli occhi del re e di comprenderne lo sguardo, osservò come egli dapprima fissasse attentamente il volto di Betsabea e quindi il suo grembo, vide come la sua attenzione errasse fra questi due poli: il volto coperto da un profondo rossore e il grembo coperto di riccioli neri, lucenti; nel suo cuore in fiamme e straripante di emozioni egli sembrava cercare un punto d’unione fra il volto e il grembo, lo spirito e la carne, un modo di congiungerli e fonderli insieme.
D’improvviso, con una veemenza che forse dipendeva dalla paura di esplodere per la spaventosa pressione interiore, il re gridò a Betsabea che smettesse di danzare. Ella si arrestò immediatamente, ansimava e somigliava ad un bimbo confuso ma nello stesso tempo pieno di speranza, con le palme delle mani si sollevò i seni, che in realtà non avevano alcun bisogno di essere sostenuti.

Torgny Lindgren, Betsabea, ed Iperborea; trad. C. Giorgetti Cima

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