Galleria. Way out

Era fatta. Non credeva che ci sarebbe riuscita. Lui glielo l’aveva martellata continuamente per un anno, da quando le cose avevano incominciato a non funzionare: «Dici di volertene andare, ma sei patetica, te ne rendi conto? Non resisteresti una settimana da sola. E poi, andare dove? Da un altro? Per una come te sarebbe l’unica soluzione, ma dici che non hai nessuno. Io ti credo, sai?, e proprio per questo mi viene da ridere pensando a quello che dovresti fare. Affittare un appartamento – diciamo, più realisticamente, un monolocale – e già qui non ti ci vedo proprio in giro per agenzie, alle prese con il contratto, la caparra… A proposito, lo sai cos’è una caparra? Per non parlare poi della questione economica: con quello che guadagni, te le sogni un paio di scarpe al mese. Vedi bene che non ha senso, quindi smettiamola con queste stronzate e dormiamo, sono già le due.»
Invece era fatta, o quasi. Aveva portato con sé lo stretto necessario; il resto l’aveva lasciato nella casa in cui non sarebbe tornata: vestiti, scarpe, tutto. Le scarpe erano sessantaquattro paia. Pazienza. Per il momento le bastavano quelle che aveva ai piedi.

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