Galleria. Il romanzo del professore

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Nel locale lo chiamavano professore perché portava sempre con sé qualche pubblicazione. I camerieri più sfrontati sostenevano che non leggesse davvero: «Non si capisce, è capace di stare davanti alla stessa pagina per mezz’ora. Mio figlio che fa la seconda elementare e che è anche un po’ ciuco va molto più spedito.» La padrona strillava che i ciuchi erano loro: «Cosa volete saperne di quel che passa nella testa di un professore! Loro leggono in un modo tutto speciale, mica come voi che non andate oltre i titoli della Gazzetta dello sport!» I camerieri non replicavano perché la padrona aveva un debole per lui, lo serviva personalmente e intanto ne approfittava per dare una sbirciata a quelle pagine, per lo più senza ricavarne nulla. Qualche volta, invece di un libro o di un giornale, il professore si portava certe lettere scritte con inequivocabile calligrafia femminile; in quelle occasioni la curiosità della padrona si faceva più forte, e non potendo essere soddisfatta generava delle fantasticherie che col tempo erano diventate un embrione di romanzo. Si trattava di un grande amore infelice, ne era sicura, perché quando gli chiedeva: «Professore, ci vuole il cacao sul cappuccino?» lui s’immalinconiva, come se il cappuccino (oppure il cacao) evocassero un momento molto doloroso. Dal che la padrona deduceva che quella storia doveva essere stata tristissima, in quanto esclusivamente epistolare: erano sentimentalmente impegnati?; vivevano in città irrimediabilmente lontane? Questo e tanto altro, sperava, sarebbe stato rivelato dal seguito del romanzo. La padrona Narratrice era arrivata alla conclusione che i due si erano incontrati una sola volta, per una crudele mezz’ora, al bar della stazione di Piacenza durante un cambio di treno (lei diretta al nord, lui al sud); consapevoli che quel rendez vous sarebbe stato, oltre che il primo, anche l’ultimo, erano entrambi dominati da un forte imbarazzo che nel professore aveva assunto le proporzioni di un marasma. Di qui l’incidente, forse generato da un banale cappuccino. Ma qual era stata la dinamica? Nonostante la Narratrice avesse una bella fantasia, le era impossibile immaginare quel che può combinare un professore in preda a una tempesta emotiva, eppure qualcosa di fatale doveva essere accaduto, perché la signora dopo dieci minuti si era alzata e aveva salutato freddamente dicendo che temeva di perdere il treno.
È il mistero che nutre i romanzi popolari, e questo col tempo era diventato popolarissimo perché la padrona non mancava di diffonderlo oralmente fra i suoi dipendenti – ai quali, per la verità, il professore sembrava più un vecchio attaccapanni che un eroe romanzesco.
Un giorno, senza che nulla lo lasciasse prevedere, il professore non si presentò. La padrona ci rimase male, non tanto per lui, che non era particolarmente interessante, quanto per il romanzo che rimaneva fastidiosamente incompiuto. Col tempo, la figura, già evanescente, del vecchio evaporò del tutto. Ogni tanto, tornava ad aleggiare nel locale quell’odore di muffa tipico dei romanzi non risolti, ma la padrona, che non era donna incline alle nostalgie, diceva ai sottoposti: «Su, apriamo un po’ le finestre!»

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