Galleria. Salendo le scale

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Ce ne aveva messo di tempo a convincerla, nonostante fosse una di quelle donne che sua moglie definiva facili – e aggiungeva subito: “Per usare un eufemismo”. Invece con quella non era stato facile per niente: una trafila molto noiosa di fiori, bigliettini, telefonate, persino di cioccolatini. Alla fine lei, con molta degnazione, aveva detto che si poteva fare: a casa sua, per il momento, perché se la cosa funzionava lui avrebbe dovuto pensare a un appartamentino neutro e misterioso tutto per loro due. L’espressione “loro due” era spaventosa, non meno di quella scala che lo stava conducendo a un patibolo insensato. Indubbiamente era stato un idiota, ma di minuto in minuto la pena gli sembrava sempre più sproporzionata. Salire tutti quei gradini. Cercare di accendere in qualche modo il desiderio – lui che era incapace di gestire persino il boiler di casa; spogliarsi ed esporre il suo corpo massiccio al giudizio (certamente beffardo) di lei; infilare la lingua nella bocca di una sconosciuta. Sarebbe stato indispensabile anche ansimare – questo gli sarebbe riuscito più facile perché quelle scale non finivano mai.
Qualche gradino avanti, lei ancheggiava di malavoglia. Lui alzò gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuti bassi, e per la prima volta in vita sua, si fece una domanda che gli apparve inedita e forse premonitrice di tempi nuovi: “Perché mai dovrei essere interessato a un sedere?”

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