Galleria. La padrona

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Non la si poteva dire una cattiva padrona: disordinata, piuttosto, e non solo perché riempiva la ciotola quando si ricordava, ma anche perché gestiva la casa con un temperamento ventoso e imprevedibile; era capace di giacere in uno stato di torpore per una settimana lasciando che la polvere si depositasse ovunque, che i vestiti si ammucchiassero in camera da letto, in soggiorno, dappertutto, poi una mattina si svegliava, strillava: “Che orrore!” e incominciava a spostare, lavare e rassettare furiosamente come una pazza. In quei giorni era insopportabile, gridava continuamente: “Pascal, levati dai piedi!” (gli aveva messo quel nome esagerato che lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri cani del quartiere). Lui si spostava, ma sempre nel posto sbagliato, evidentemente, perché dopo un po’ lei lo sbatteva fuori di casa. Poi, a lavori terminati, erano baci, carezze e bocconcini. Però era stressante. La vita sentimentale della padrona non era meno turbinosa. Gérard le piaceva, ma non abbastanza da sopportarlo per più di una settimana, infatti spesso, già di mercoledì lo cacciava nel pieno della notte, tranne poi pentirsi e telefonargli alle due del mattino del venerdì intimandogli di venire subito perché non poteva stare senza di lui (mai che le tempeste si scatenassero di pomeriggio); ma nel frattempo, il giovedì sera, Armand, dopo un lunghissimo happy hour solitario, aveva un ritorno di fiamma e si attaccava al campanello mentre menava grandi colpi sulla porta. Lei non gli apriva subito, prima gli strillava da dentro che lui le aveva rovinato la vita e che piuttosto preferiva morire. Infine cedeva, perché, come ormai tutti sapevano, Armand a letto aveva un qualcosa in più. A volte, quando si annunciava l’alba, suonava anche Raymond, il marito separato, col pretesto di certe camicie che aveva lasciato nel cassettone due anni prima e delle quali aveva urgente bisogno. Naturalmente lei si guardava bene dal rispondere e lui incominciava a gridare: “Sei sempre la solita puttana!” fino a quando non apriva il bar vicino casa, allora se ne andava a far colazione.
Un pomeriggio, la padrona guardò Pascal negli occhi e gli disse: “Lo sai che non ne posso più?”, e poi, con uno dei suoi impeti improvvisi:” Vieni, andiamo al mare.” Detta da qualunque altra padrona, sarebbe stata una frase innocente, ma con lei c’era da preoccuparsi, anche perché, giunta sulla spiaggia deserta, aveva subito incominciato a spogliarsi. Era solo la fine di maggio, troppo presto per una nuotata. Sono cose brutte da pensare, ma bisogna essere realistici: Pascal si disse che se quella squinternata avesse compiuto un gesto insano lui non sarebbe stato in grado di trascinarla a riva. Decise comunque di non guardare e incrociò le dita. Ma era stressante.

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