GALLERIA. I prototipi

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Era cresciuto in una famiglia di gente semplice, che gli abitanti della piccola comunità evitavano di definire bestiale solo per timore e pietà. I suoi primi anni erano trascorsi nella più stretta parsimonia, non solo di cibo e di abiti, ma anche di parole: tutte le energie erano destinate alla sopravvivenza e non si dovevano sprecare in chiacchiere, un centinaio di suoni gutturali erano più che sufficienti per gli scambi interpersonali e per cacciare i corvi che planavano sulla capanna prima di assalire il desco – a volte, quando i corvi erano molto affamati, la voce non bastava più, allora bisognava usare il bastone, proprio come con i membri della famiglia quando si contendevano una talpa o un riccio, prede insufficienti a sfamare tutti i parenti.
Poi, da un giorno all’altro, gli si erano spalancate le porte di un’altra vita, grazie all’interessamento di un benefattore che, dopo essersi sperduto fra quelle gole maledette e aver trovato in quella capanna sbilenca un rifugio (non disinteressato, perché durante la notte era stato depredato dal padre di famiglia), aveva preso a benvolere quel ragazzo quasi muto e se l’era portato via, nella città in fondo alla valle, dove gli aveva fatto studiare Storia e Teoria e Dinamica dei Media: una buona idea, perché ben presto il ragazzo aveva trovato un posto in un’agenzia di informatica. Lì si trovava bene, lo stipendio era accettabile (stratosferico, ai suoi occhi) e i superiori lo tenevano in considerazione, ma qualcosa dell’antica selvatichezza sopravviveva in lui: durante la pausa mensa non si univa al colleghi, se ne stava in disparte a collaudare i prototipi della ditta, soprattutto le futuribili parabole da passeggio, con le quali, irragionevolmente, si illudeva di catturare lo stridere dei corvi assaltatori, così veniva considerato da tutti un ruffiano, se non proprio una spia.

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8 pensieri su “GALLERIA. I prototipi

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