Franco Mescolini, le virtù del Malteatro

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Mi fa piacere ricordarlo così, come un membro eminente di quel club assolutamente esclusivo (e di alta, involontaria aristocrazia) che è il Malteatro: il male-di-teatro, l’innamoramento vagamente splenetico per la scena, e al tempo stesso quel malo teatro che ti randella con una battuta eccessiva o uno strabuzzar d’occhi imprevedibile; lo si potrebbe anche chiamare il santo teatraccio. Glielo ricordo oggi che se n’è andato, così come glielo dicevo nei molti anni che abbiamo lavorato insieme: “Sei un grande attore del cattivo teatro”. Rideva, mi capiva, e ne era lusingato. Parafrasando una decisiva affermazione di Céline (“Occorre essere un po’ più che morti per far ridere sul serio”, Colloqui col Professor Y), si potrebbe dire. “Bisogna essere un po’ più che guitti per essere grandi attori”. Franco Mescolini, tanto per darne un’idea, portava con sé, per ogni evenienza, la valigetta del mestiere, nella quale custodiva nasi finti, occhiali ridicolosi, baffi, baffetti e bazze d’ogni genere, papaline da turco, sopracciglia mefistofeliche e carabattole innumerevoli, più una vestaglia arabescata verde che lo poteva proiettare, se necessario, in un parodistico Esotico primo Novecento. La valigetta se la portava sempre, sia quando doveva affrontare duemila persone alla Fiera dei Vini di Verona (da solo, magari issato su un cavallo, lui, con quella mole che si ritrovava) sia quando veniva scritturato da Federico Tiezzi per la messa in scena di En attendant Godot (mirabile, del 1989, con Virginio Gazzolo e Gianluigi Pizzetti), oppure da Giancarlo Cobelli per L’uomo difficile, di Von Hoffmansthal. Era del tutto improbabile, gli dicevo, che Tiezzi o Cobelli gli chiedessero di fare ricorso alla paccottiglia della valigetta, ma lui rispondeva: “Non si sa mai”. La valigetta non era un feticcio, bensì un segno distintivo, come il camice bianco del dottore o la feluca del diplomatico; era al tempo stesso l’icona del cordone che lo legava a un teatro dell’eccesso, quale quello che Mescolini aveva praticato fin da ragazzo presso i Salesiani, che erano stati la sua vera Accademia, della quale parlava con disarmante serietà: altro che scuola del Piccolo o Silvio D’Amico: sul quel palcoscenico si accendevano le fiamme infernali ottenute con la pece greca, fra le quali volteggiavano diavoloni, santi e sante, martiri, angeli e peccatori. Roba forte e squisitamente inattuale già negli anni Sessanta, quando Mescolini, giunto a Bologna dalla natia Cesena, approdava al Teatro delle Moline giusto in tempo per un appuntamento importante, un Otello raffinatamente destrutturato per le regia di mio fratello Luigi Gozzi. Fu su quel palcoscenico familiare che lo incontrai. Da allora, abbiamo corso svariatissime avventure: spettacoli improvvisati dalla mattina alla sera e Teatri Stabili, radio rai e radioline pirata, video, pubblici duelli drammaturgo/attore e chissà cosa dimentico. In tutte quelle occasioni, il Malteatro incarnato in Mescolini esercitava la sua fascinazione sul pubblico e i suoi benefici effetti sullo spettacolo. Come tutti i grandi attori, Franco era sempre se stesso (alla faccia del mito fasullo dell’attore camaleontico) e al tempo stesso rigorosamente intonato alla drammaturgia e alla messa in scena
Poi sono venuti i film: Il Mostro, La tigre e la neve, e La vita è bella. Pinocchio, di Benigni, Pasolini, un delitto italiano, di Marco Tullio Giordana, e altri ancora. Ma vorrei dire: era solo cinema. L’attore Mescolini è quello che hanno potuto conoscere gli spettatori a teatro, e come tutti gli spettacoli è svanito, lasciando il ricordo.

P.S. La foto che compare in questo post è palesemente l’iperbole (figura retorica tipicamente mescoliniana) dell’attore impegnato a interpretare un ruolo di “cattivo”. Abbiamo ritoccato l’originale bianco e nero con un tocco di sulfureo come ultimo saluto all’amico che va a calcare altre scene.

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