In equilibrio fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

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In una recente inchiesta sui dieci scrittori che divertono maggiormente i lettori inglesi non compaiono alcuni grandi classici come Sterne, Dickens e Lear, soppiantati da autori contemporanei come Douglas Adams (“Guida galattica per gli autostoppisti”), Helen Fielding (“Il diario di Bridget Jones”) e dall’inossidabile Woodheuse. Nel cono d’ombra dei classici era inevitabile che finissero anche i cosiddetti minori come Thomas Hood (1799-1845), che dopo una breve escursione giovanile nei giardini di una poesia lieve e delicatamente pre-romantica, imboccò decisamente la via dell’umorismo. Ma fortunatamente la sua mano era rimasta leggera, come dimostra questo suo ritratto del sentimentale epicureo che anticipa, con inconsapevole preveggenza, gli insopportabili pseudo-gourmet che, per aver visto qualche trasmissione gastronomica, affliggono i loro compagni di cena dissertando sui rapporti fra cibo, cultura e addirittura sentimento.

RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas HoodRicordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

 

 

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