Vecchi comici sovrani, Re Faruk

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Negli anni Cinquanta, spiccava nelle cronache romane e nazionali un personaggio che dava molto lavoro ai giornalisti e non meno diletto ai lettori. A suo modo, un benemerito. Si chiamava Fārūq ibn Fuʾād, ma in Italia era stato familiarmente traslitterato in Re Faruk. A sedici anni, alla morte del padre, era diventato “Sua Maestà Faruq I, per grazia di Allah, Re dell’Egitto e del Sudan, Sovrano di Nubia, del Kordofan  e del Darfur”. Il suo regno era terminato bruscamente nel 1952 ad opera di un colpo di Stato, architettato da Nasser e da altri generali. Di qui, l’esilio a Roma. Una ricchezza quasi inesauribile consentiva al sovrano di dedicarsi alle donne e al gioco con una tenacia e un’esuberanza di mezzi che facevano fantasticare gli italiani, ancora piuttosto acciaccati dalla guerra. Era tanto sopra le righe, il monarca, che le sue gesta, anziché generare indignazione proletaria, inducevano al riso, come capitoli di una fiaba libertina e tanto iperbolica da risultare in fin dei conti buffa. I racconti, catturati dai buongustai alfabetizzati sulle cronache dei giornali, si diffondevano oralmente come ghiottonerie preziose che non costavano nulla, come le fantasie. Piaceva molto, ad esempio, il fatto che Re Faruk non toccasse mai denaro e che incaricasse i suoi segretari di ricompensare i facchini delle stazioni che gli caricavano i bauli sul treno con dei cronometri d’oro (parendogli più elegante che quegli umili faticatori ricevessero un ricordo di Sua Maestà al posto di qualche volgare e caduca banconota). Ma i racconti che divertivano di più erano quelli del tavolo di gioco; piacque in particolare uno scontro del Monarca intorno a una posta colossale. Dopo una lunga serie di rilanci, l’avversario decise di andare a vedere l’ultima puntata di Faruk e col piglio del giocatore che ha la partita in pugno disse al Re: “Poker di Fanti”. Quando calò le carte, Faruk rispose semplicemente: “Poker d’Assi”, guardandosi bene dal mostrare le sue. Quando l’avversario protestò che era suo diritto verificare il punto, il sovrano disse semplicemente: “Parola di re”, e con un gesto ampio e regale che abbracciava la montagna delle fiche s’intascò la puntata (che sarebbe la traduzione mimica del romanesco “famo a fidasse”)
Ecco, questo racconto fece molto ridere gli italiani, ma sono passati tanti anni.

 

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