Il video della domenica. AMELIA ROSSELLI legge brani da SERIE OSPEDALIERA

Quando i poeti si leggono, riescono quasi sempre a sorprenderci. Spesso pensiamo che leggano male, ma non lo confessiamo perché ci sembra che quella lettura, in quanto coincidente con la fonte della poesia, debba essere forzatamente la più attendibile. La nostra delusione non è immotivata: ci hanno insegnato, fin da piccoli, che la poesia è musicale, ma senza avvertirci che la musica può essere concreta, atonale, dodecafonica, ecc. Quando, cresciuti, abbiamo ascoltato gli attori che leggevano versi, le loro voci vibranti, le loro casse toraciche risonanti, loro fosse nasali perfettamente lubrificante, le loro corde vocali tirate a lucido hanno arrotondato, ripulito e riplasmato la parola. Così, quando il poeta si legge ci sembra sempre nudo, con quella sua voce inadeguata in quanto semplicemente umana, e soprattutto con quella stramba musica alla quale intona, sorprendendoci (deludendoci?) i suoi versi. Quando i poeti si leggono, appaiono sempre inadeguati a quella “buona forma” che abita in noi e che ci impone passeggiate sempre uguali nella routine del Bello. Vale la pena di sottrarsi, non senza fatica, a questa noiosa tiranna per riscoprire la fatica del discorso poetico in costruzione. 

Nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti in un contesto fitto di tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» – nel profilo psicologico, intellettuale e artistico della Rosselli ebbe grave impatto, nella già problematica vicenda familiare, avere assistito, a sette anni, all’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, perpetrato dai fascisti dinnanzi all’intera famiglia.
Il periodo della prima giovinezza fu contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l’Europa e l’America. Il trauma dell’assassinio del padre, aggiunto alla malattia mentale e morte della madre, indussero uno stato di psicosi nella Rosselli, a causa del quale seguirono ripetute degenze presso ospedali psichiatrici.
Nel 1958 pubblicò il poemetto La libellula. Nel 1964, usciva con Garzanti la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969 da Serie Ospedaliera.
Nell’Italia post-bellica, la Rosselli affiancava all’attività di poeta quella di musicista, sia come etnomusicologa, sia come esecutrice. Svolse attività di traduttrice letteraria, consulente editoriale e collaboratrice di riviste, che richiamarono sulla sua opera l’interesse di poeti come Zanzotto, Raboni, e Pasolini.

Nel 1969, le fu diagnosticato il morbo di Parkinson.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella mansarda in via Del Corallo a Roma, dove, nel 1996, si tolse la vita.

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