Una timida pochade. CESARE ZAVATTINI, DONNA DI BREST

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Mino Maccari, “Passeggiata”, olio su Tela

Quando scrisse questi racconti, fra il 1927 e il 1940, Zavattini aveva alle spalle una già consistente attività di sceneggiatore, ma i grandi film doveva ancora scriverli (I bambini ci guardano, Ladri di biciclette, Umberto D, Miracolo a Milano…); Al macero, dunque, si può considerare una raccolta giovanile, forse un laboratorio nel quale Zavattini si esercita a lavorare sul piccolo, o forse si potrebbe dire “sui palpiti”, come un orologiaio cui il tic tac della macchina interessi  più degli ingranaggi del congegno stesso. La scrittura, non vicaria, non funzionale alle esigenze di un’opera così collettiva come è un film, può dedicarsi alle piccole storie, spesso fragili come bolle di sapone che, quando scoppiano, lasciano sempre un pulviscolo di umido sul naso.

Sono disceso dalla corazzata Beresina due giorni fa. La squadra si ferma a Brest dieci giorni. Sta bene, berremo qualche buon whisky al porto, da Lalatte, conosceremo qualcuna di quelle donnine bionde, dal passo elastico, che verso il tramonto gremiscono la passeggiata a mare. Eccola, è il mio ideale… carnagione bianca, falsa magra, gambe tornite. La seguo. Com’è difficile abbordarla: ci siamo fermati a tutte le vetrine del Corso Toulouse. Finalmente!
«Gradite un the?»
«No, un gelato.»
Siamo insieme da quattro ore, ma il paradiso non è stato raggiunto ancora. Abbiamo comperato una boccetta d’origano, molte calze, un anellino d’oro… A pranzo ha voluto lo Chablis, perché gli altri vini le dànno l’emicrania. Guarda l’orologio a un tratto: «Quasi le cinque!»
Mi pare che il suo viso s’imporpori lievemente, e le domando con un filo di voce: «Sì?»
«Sí.»
Sono felice, benedico le donne di Brest e i viaggi di circumnavigazione. Ci avviamo. Mentre camminiamo, io penso a quelle trine candide che lasciano trapelare dalla camicetta un orlo di pizzo, penso a tante cose meravigliose. A un tratto essa si ferma, mi afferra per un braccio, costernata: «Mio marito… Aspettatemi qui.»
E scompare dentro a un portone. Passano marinai, ufficiali, pescatori, emigranti. Cerco di indovinare tra quella folla il coniuge, ma invano. Forse quel giovane bruno e alto che entra nel portone? Trascorrono i minuti, io penso alla cara donnina, rannicchiata su una rampa di scale, forse, con il cuore in tumulto… Né io posso muovermi, potrei compromettere la situazione. Sarà in agguato, il marito? Passa circa una mezz’ora. Forse siamo spiati: io cammino su e giù davanti alla casa con aria indifferente. È una casa antica, il numero 5. La mia compagna ritorna, mi pare un po’ pallida, guarda intorno come spaventata.
«Arrivederci a domani mattina, al porto, da Lalatte. Devo correre a casa, capite… »
Ho passato una notte insonne, e i giorno dopo la rivedo. Dopo il pranzo, facciamo alcuni acquisti nei bazar della città vecchia. Le stringo il braccio, un braccio morbido, che pare ancora piú morbido sotto la veste di seta. «Andiamo?»
«Andiamo.»
Cammina cammina, ella improvvisamente si arresta.
«Mio marito. Per favore, aspettatemi, eccolo… »
E scompare dentro a un portone. Mi accorgo che è lo stesso portone del giorno precedente, casa numero 5. Suo marito bazzica da queste parti, maledizione. Ma non conosce altri siti, questa sciocca? Scende dopo mezz’ora e subito ci separiamo.
«A domani, Tommy…»
Ma il domani è oggi, la mia corazzata parte stasera da Brest. In un caffè, un’ora prima della partenza, ascolto le chiacchiere di un gruppo di clienti. C’è un giovanotto alto e bruno (ma dove l’ho visto? non mi pare un viso nuovo) che racconta qualche cosa di interessante.
«Credetemi, una gran bella donna. Ma strana, misteriosa Mi dà appuntamento alle cinque in una vecchia casa dove una certa signora affitta camere. È stata con me la sera precedente, mi ha fatto spendere un occhio della testa. Ma che importa? Vale un milione quella donna. Arriva all’appuntamento dunque, ne sono pazzo di gioia: essa si leva il cappello, si sfila le scarpette, sta per togliersi la camicetta, e intanto guarda giú in istrada, dalla piccola finestra. A un tratto grida: “Mio marito è giù in istrada; egli crede che io sia qui da una mia amica…” Mi bacia, esce più svelta del lampo. Guardo in istrada. Ecco, la vedo allontanarsi con un ufficiale… Ebbene, amici miei, il giorno dopo la stessa scena… Siamo lì per…»
Il cliente interrompe il racconto, pare mi guardi, anzi sul suo volto si dipinge la sorpresa. Io pago, mi alzo, esco dal caffè, e faccio appena in tempo a cogliere un frase sommessa del narratore: «Ma è lui, parola d’onore, è lui, suo marito…»

Cesare Zavattini, Al macero, Einaudi

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