VIOLETTE LEDUC, Un’asfissia densa di parole

leduc

Leggere queste righe, scritte da Violette Leduc nel 1946, con la sensazione di avere un piede sul petto.
Leggerle prendendosi delle pause, alzando la testa, guardando il cielo crepato dagli alberi spogli, proprio come accadeva nel film sulla sua vita diretto da Martin Provost.
Poi, leggerle ancora, in assenza di aria, allora tutte d’un fiato, forse come avrebbe fatto lei, forse come le ha sentite arrivare, le parole, nella sua stanza buia in rue Paul Bert a Parigi.
Recitarle, ad alta voce, alla madre, chiedendo di essere ascoltata, elemosinando dell’amore, un gesto di tenerezza.
Urlarle, quelle parole, ad uno sconosciuto, per strada, la strada da lei percorsa avidamente tremando di paura, con la sacca piena di provviste da rivendere al mercato nero, anche se la guerra è finita. Sussurrarle, magari a se stessi, come una confidenza, come un segreto, come un’onta, la sua, quella di essere una figlia illegittima e di portare come marchiato a fuoco sul viso, il ricordo di quell’innocente colpa.
Scriverle, sentire che “le piccole frasi affannose ci afferrano alla gola”, come voleva Simone de Beauvoir, Signora, lei la chiamava così, supplicandola di placare quel dolore, di arginare il mare di ferite, di follia, di rabbia, di trovare nell’asfissia della vita, uno spazio denso di parole.

Luana Doni

“Mia madre non mi ha mai dato la mano…Mi aiutava a salire, a scendere i marciapiedi stringendomi il vestito lì dove la manica si lascia afferrare facilmente. Ne ero umiliata. Mi sembrava di essere la carcassa di un vecchio cavallo tirato per l’orecchia da un carrettiere…Un pomeriggio, mentre un calesse fuggiva via, schizzando sull’estate sinistra i suoi riflessi, in mezzo alla strada, respinsi la mano. Lei mi strinse più forte e mi sollevò da terra come un pollo tirato su per un’ala. Divenni inerte. Non andavo più avanti. Mia madre vide le mie lacrime.

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