La malinconia del gianduiotto

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Avete mai sentito un narratore che dice del suo romanzo: “Si ride… si ride molto?”. A me non era mai capitato. E giurerei che non l’abbiano mai detto autori come Jerome, Campanile, Courteline, Twain; per non parlare di Flaubert, che pure scrisse uno dei libri più divertenti e al tempo stesso crudeli, Bouvard e Pécuchet.
Invece quel narratore c’è, l’ho sentito io alla televisione, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo. È Andrea Scanzi. La cosa è andata così: al termine del talk, la Gruber, accomiatandosi dai suoi ospiti, ricordava I migliori di noi, l’ultima fatica narrativa di Scanzi, di prossima uscita (ormai sarà in libreria da qualche giorno). Questa di ricordare il libro di un ospite, anche se non c’entra nulla con l’argomento della puntata, è una carineria del conduttore, ormai entrata nell’etichetta, è un viatico che praticano anche due ristoratori miei amici, i quali, dopo il conto, ti presentano un vassoio di gianduiotti. Dunque, l’impeccabile padrona di casa Gruber, credendo di far bene, dice qualche parola sul romanzo di Scanzi: la storia di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo. Il destino li ha separati. Affiorano i ricordi, gli affetti. Forse i rimproveri: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa.” (Cito dal materiale promozionale in rete, non ho ancora visto il libro, ma non è questo il punto). Siamo, insomma, sulla china dei sentimenti. Scanzi, di solito così accorto, si abbandona, entra nel ruolo romanziere importante, “di spessore” (d’ora in poi denominato Scanzi 2), e si lascia sfuggire la parola malinconia. Ma prima che l’abbia terminata, si risveglia in lui il suo Daimon (d’ora in poi denominato Scanzi 1), che gli tira uno scappellotto come facevano una volta i maestri con gli scolari sventati – il Daimon era invisibile, in quanto all’interno dello Scanzi televisivo (Scanzi 3), ma l’effetto si è visto in primo piano: per un attimo il romanziere Scanzi 2 è rimasto impietrito, ha visto il grafico delle vendite franare subito dopo il lancio gruberiano, forse gli è comparsa davanti, per un attimo, la faccia del suo editor, che non sarà stata raggiante, e si è immediatamente corretto: “Ma si ride, intendiamoci, si ride molto…” Troppo tardi, la malinconia, sia pure evocata di sfuggita, aveva macchiato lo spot come una goccia di caffè sul pantalone di lino bianco. Rimane, per i fan di Scanzi, il dubbio: “Davvero si riderà tanto?” Non più di tanto, azzarderei: come disse Céline, per far ridere davvero bisogna essere un po’ più che morti, e tutti gli Scanzi hanno troppo da fare per perdere il loro tempo con i viaggi oltremondani.

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