Le grandi signore della scena

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Si vuole che le grandi signore della scena, e in qualche misura anche i loro omologhi maschi, ma assai meno, indossino in pubblico la maschera di un ascetico – a volte persino tremebondo – distacco e che inorridiscano di fronte a tutto ciò che riguarda il denaro, i contratti, il successo; si tratta di una maschera, naturalmente, ma nessuno chiede loro di essere autentiche; di recitare bene, invece, sì. O se non proprio bene, almeno con un minimo di stile. Per le grandi signore, il successo non esiste (non il loro, non l’insuccesso altrui). Anzi, esse si chinano sull’affanno delle colleghe derelitte con una sollecitudine materna e ricostituente: «Non dimenticherò mai l’occhiata che hai lanciato a quel trombone che fa il protagonista… come si chiama?… non ha importanza… quando l’hai guardato, dal basso in alto, così minutina come sei, con quel vestitino dimesso, per un attimo ho visto la Magnani. E quando gli hai voltato le spalle e subito sei uscita a passi decisi? Una regina!» (In quella scena la piccola attrice non aveva nemmeno una battuta). Per le grandi signore, il successo è solo il primo stadio di un vettore che le ha proiettate nella Storia dello spettacolo e che si è disintegrato tanto tempo fa nel cosmo non meno che nella loro memoria. Non scenderebbero mai dall’Olimpo per sottolineare l’effimero successo di un mortale (paragonandolo, con un modesto rimbalzo dialettico, al loro, che credono sempiterno). Non citerebbero un Andy Warhol da Baci Perugina invecchiati in magazzino – anche perché con Warhol, là dove si trovano, ci prendono il tè ogni mercoledì. Le grandi signore della scena.

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