Annibala

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Tanti anni fa, un vecchio e caro amico attore mi raccontò un piccolo episodio che divertì molto me e i presenti. Devo essere più circostanziato, perché la data è importante. Era il Natale del 1979, e i carri armati sovietici avevano appena fatto il loro ingresso in Afghanistan occupando Kabul. L’invasione aveva provocato una forte reazione internazionale; incominciava un decennio di occupazione, di distruzione e di guerriglia, di morte. Solo due anni prima, nel 1977, a Mosca, durante il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, Berlinguer, presente Breznev, aveva affermato che democrazia e pluralismo sono preminenti, al punto da motivare l’abbandono definitivo del concetto di dittatura del proletariato. Lo strappo con il PCUS era diventato un solco profondo. Ma tutti i partiti hanno diverse anime, e nel PCI l’anima stalinista non era morta (d’altra parte, questa è la principale prerogativa delle anime, come hanno scritto in molti, da Agostino a Pomponazzi); in particolare c’era un’animula stalinista ed euforica che abitava nel sindaco di una bella città romagnola. Torniamo al racconto del mio amico attore, che in quegli anni era consigliere comunale: alla prima riunione di giunta dopo le vacanze di Natale, il sindaco aprì i lavori dando una manata sul tavolo e scandendo, con un sorriso trionfante: “Avàn ciapè Kabul!” (“Abbiamo preso Kabul!”).
Lo strappo, la linea del partito, la difficile navigazione di Berlinguer, tutto era spazzato via da quella gioiosa manata sul tavolo. Come dicevo, a quel raccontino ridemmo del vecchio dinosauro stalinista, della sua goffaggine, della sua estraneità ai tempi e al travaglio politico in atto. Ridemmo, perché i giovani pensano, da sventati, che lo stato presente delle cose sia acquisito per sempre. Pensavamo infatti che nessun sindaco, nel futuro che ci aspettava, avrebbe mai più preso questa o quella città, con o senza carri armati alle spalle. Sbagliavamo. In questi giorni Virginia Raggi ha annunciato che il suo esercito ha già  incominciato la conquista:
“Siamo entrati nelle istituzioni, piano piano, poi abbiamo preso qualche città, poi abbiamo preso due città importanti, Torino e Roma, adesso tocca a Palermo, poi tocca alla Sicilia, e poi tocca all’Italia!”
Credo che salire da rockstar su un palco circondati da un delirio come quello di Palermo dia le vertigini, forse ti scorrono agli occhi davanti le immagini di tutta la tua vita. In questo veloce rewind, Virginia si deve essere fermata agli anni del liceo (scientifico Newton). Versione in classe dal latino. Tito Livio, Ab urbe condita, Libro 23°:  “Recepta Petelia Poenus ad Consentiam copias traducit, quam minus pertinaciter defensam intra paucos dies in deditionem accepit.” (“E chi è questo Poenus?… Ah, il punico… Annibale”). Dunque, “Arresasi Petelia, Annibale condusse l’esercito a Cosenza, che dopo una difesa meno tenace si arrese in pochi giorni.”E via con le reminiscenze, alimentate dai film peplum, di assedi per fame, di scalate con le corde agli spalti, di frecce incendiarie.

Per quanto giovane sia la sindaca, sono passati più di vent’anni da quando sedeva al liceo; qualcuno dovrebbe averle detto che fra l’Italia contemporanea e l’Impero romano c’è qualche differenza: oggi,  le città e le nazioni non si “prendono”, almeno dalle nostre parti, ma si governano, si amministrano in virtù di un voto democraticamente espresso dagli elettori. Senza elefanti. Se Virginia riuscirà a farne a meno (anche di quelli cuccioli) sarà un bene per tutti.

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