Politici di campagna. GIOVANNI FALDELLA, L’ELEZIONE DI TOMMASO PANADA

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Nonostante il ricambio politica/società civile tenga il campo da svariati anni, continua a sembrarci un’invenzione piuttosto moderna, grazie anche alla variante aggiornata dei “cittadini” selezionati dalla rete. Per chissà quale associazione mentale, questi riflettori continuamente accesi  sui sindaci novi mi hanno ricordato uno scrittore scapigliato della seconda metà del XIX secolo, Giovanni Faldella, autore, nel 1875, di un libro tanto ricco quanto ingiustamente dimenticato, Le Figurine (lo trovate in pdf anche su Liber Liber, oltre che in edizione cartacea). La lingua di Faldella si modella sul pastiche, vi confluiscono dialettismi (piemontesi) forme d’italiano arcaico e termini che, se non si possono definire neologismi, ci appaiono strizzati, stirati e deformati al limite dell’inintellegibile. In quegli ultimi decenni di secolo Faldella non era l’unico ad operare sulla lingua con tanto gioioso furore; c’era la pattuglia degli scapigliati lombardi e soprattutto quel Carlo Dossi che sarebbe stato un fondamentale punto di riferimento per il Gran Lombardo antonomastico, Carlo Emilio Gadda. Tornando al sindaco, in questa “Figurina” si racconta di Tommaso Panada, “un bel paesanotto dalla faccia rossa, carnosa, levigata e splendente come un miraggio”. La sua appartenenza alla società civile, lontanissima dal Palazzo, è scritta nel suo curriculum che lo registra come lavoratore dei campi, bovaro e soldato cannoniere. All’improvviso, la politica folgora Tommaso che si presenta alle elezioni comunali col piglio del sollevatore di popoli. Viene infine il gran giorno, e con esso l’esito di quella paesana tornata elettorale.

Fatto sta ed è che dopo tanto armeggio, tramenìo e discorsi e regali, a Torre Orsolina di dugento elettori andarono ad imborsare il voto appena dieci. Il parroco, i preti, i fabbricieri, mancomale non si mossero da casa. Pure niuno degli antichi consiglieri fu confermato nella carica, Tommaso Panada fu eletto con sette voti.
Benché nominato con quella miseria di fave, Tommaso scappò trionfante a casa, abbracciò largamente e rotondamente la moglie, lasciando molto spazio e molt’aria fra le proprie braccia e il fusto di lei; e poi le disse amorosamente e quasi pudicamente: «Cunegonda! Bacia tuo marito, ché baci un consigliere comunale!»
Sentiva nel petto un rullo, uno scampanìo e un bagno di festa: ed in mezzo a quella galloria festiva nuotava anche una gioia funerale, la gioia di morire consigliere, di far suonare il campanone grosso per la sua sepoltura, quel campanone che a Torre Orsolina si suonava soltanto per la morte del parroco, dei laureati e dei consiglieri comunali.
Andò lo stesso giorno dal calderaio ad ordinargli che gli confezionasse una penna indispensabile per la nuova sua carica, dovendo scrivere, come egli diceva, all’intendente, ai generali ed anche ai ministri. Il calderaio gli fabbricò addirittura un’alabarda. Bisognava vedere come Tommaso, appena ebbe quella nuova penna, che gli costò il coperchio di un pajuolo, si mise subito ad usarla, stintignando il suo nome sopra un cartolaro, tenendosi discosto dalla madia per un mezzo metro, a fine di poter allungare meglio le braccia, e scarabocchiando e asteggiando e arabescando con una passione scolaresca da primo premio.
Poscia si mise per esercizio con lungo studio e con grande amore a copiare gli articoli più golosi e più peccaminosi, a detta del parroco, che si pubblicavano sull’Unione e sulla Gazzetta del Popolo, massime quelli di Aurelio Bianchi-Giovini sulla Critica biblica e papale, e quelli di Alessandro Borella contro il miracolo del muto che si inginocchiò davanti la Pisside: e ne copiò tanti di siffatti articoli da riempire mezza guardaroba e da far borbottare la moglie, che si vedeva mancare il posto per la biancheria.

Giovanni Faldella, Le Figurine, Bompiani

 

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