L’obolo, lo sdegno e le mutande

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http://www.lecodelsud.it/scusate-terremoto-non-do-neanche-un-euro

Forse, andare controcorrente è una pratica tonificante, un massaggio per il corpo (l’acqua che oppone resistenza e che al tempo stesso picchietta sulla pelle con piccoli spruzzi), nonché una lusinghiera frizione per il proprio Ego. “Ma tu guarda dove vanno tutti quei coglioni. E devono necessariamente esserlo, coglioni perché, in quanto moltitudine, essi sono l’opposto dell’Uno, che sono io. Ora, poiché non è possibile che il mio sia un Ego coglione (l’apriori è lampante), la deduzione viene da sé”. Dunque si va. Controcorrente. Dicevo che forse è tonificante perché non l’ho mai sperimentato. Mi sono sempre limitato ad andare, semplicemente, come molti. Compiendo, a volte, delle serpentine elicoidali, tornando indietro o svoltando con bruschi e imprevedibili (anche ai miei occhi) angoli retti, ma la corrente mi sono sempre sforzato di ignorarla, senza seguirla né risalirla.
Non è un esercizio facile, quello di tenere i piedi fuori dalla corrente: assomiglia più che altro a un tentativo, spesso frustrante, altre volte goffo e mal riuscito, ma credo che sia la ginnastica più interessante, anche se è la meno comoda e la meno spettacolare.
Lino Ricchiuti, presidente del movimento politico “Popolo Partite Iva”, pone un’argomentazione squillante e peraltro assai diffusa, quella dell'”Abbiamo già dato”. Dentro le mie, le nostre tasse c’è già tutto: alluvionati, senzatetto, derelitti generici, orfani e ragazze madri; andate dunque dai politici (ladri, magnaccia e magnaccioni, farabutti, mafiosi, mangiapane a tradimento, ecc.) che hanno intascato i miei soldi e chiedete conto a loro. A fare da sponda a ciò, le non dette da Ricchiuti ma implicite considerazioni sulla carità come falsa coscienza: in uno Stato serio (non diciamo giusto perché complicheremmo troppo), non deve esistere la carità, in quanto è la società a far fronte alle esigenze di tutti, a incominciare dai più deboli. Tutto quello che possiamo fare, dice Ricchiuti, è esprimere il nostro sdegno.
Convincente, vero? Sì, a parte lo sdegno che da qualche tempo, per inflazione, si è trasformato nel più indigeribile dei luoghi comuni (chissà cosa ne avrebbe scritto Flaubert nel suo sciocchezzaio,
se come noi fosse stato punzecchiato da questo ipocrita insetto). Dicevo convincente. Tanto da suscitare, se non altro per ragioni di metodo, qualche sospetto.
Mi accorgo che questo post sta diventando troppo lungo, sia per me che per il lettore, quindi prendo la scorciatoia dell’aneddoto/apologo.
Siamo nella Parigi degli anni Venti. Kiki de Montparnasse, la sublime, scandalosa ispiratrice di Man Ray e di tanti artisti, la ragazza che non aveva mai avuto una sua camera da letto, s’imbatte in una vecchia signora molto malridotta. Racconta Kiki nelle sue memorie: “Si lamentava di non avere soldi per pagare il funerale di suo figlio. Mi si intenerì il cuore. Senza dire nulla entrai nel vicino ristorante e girai per i tavoli alzando la gonna chiedendo qualche spicciolo per “lo spettacolo”. Poco dopo tornai al caffè con il cappello pieno di banconote. Le consegnai alla donna dicendole: “Qui ci sono soldi per pagare il funerale, e anche per comprarti un vestito”. Per completezza, conviene ricordare che Kiki non indossava mai le mutande.
A parte la natura forse troppo edificante di questo piccolo episodio, l’elemento che lo caratterizza sono proprio le mutande, o meglio la loro assenza. Questa disinvolta abitudine fa sì che Kiki, quando agisce, quando scende in campo, lo faccia senza riserve, senza petizioni e soprattutto senza sdegno.
Che poi ci siano altri ladri, altri farabutti, altri delinquenti che intercettano e rubano gli oboli destinati ai primi soccorsi, è un altro discorso, e ciascuno si regola come meglio crede. Preferibilmente con cautela.

 

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