Dall’immigrato al rifugiato, una vertigine di venticinque anni. MARIO FORTUNATO, SALAH METHNANI, “IMMIGRATO”

Schermata 2016-06-18 alle 16.56.06.pnghttp://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/17/giornata-mondiale-del-rifugiato-a-parigi-i-migranti-fanno-gli-chef-per-una-sera-in-cucina-i-sapori-di-terre-lontane/2837262/

Oramai è scritto che ogni cosa debba sempre finire in food (teatro, musica, convegni di filosofi e di matematici, tutti contrappuntati  dalla sinfonietta dei piatti e dei bicchieri, dal gorgoglio dei vini, dallo schiocco delle lingue avide di acquisire chissà quale status sociale e dal tirar su dei nasi convinti che la ricerca dell’organolettico conduca dritto dritto al paradiso dell’aristocratico ). Non sarà tanto facile liberarsi di questa falsa ideologia del cibo: vigliacca e proteiforme come un’anguilla malvissuta, quando t’illudi di averla afferrata e di poterla finalmente finire contro il primo masso a portata di mano, essa trova sempre qualcuno che la coniuga fantasiosamente, rigenerandola: in questi giorni, sul paradigma del rifugiato, un soggetto così tragico e forte da inibire, comprensibilmente, qualunque critica o perplessità.
Dunque ce ne asteniamo e assecondiamo, invece, un’associazione mentale. Che ci porta a un libro pubblicato nel 1991, Immigrato. Il protagonista è Salah Methnani, un giovane tunisino immigrato in Italia per cercare lavoro e una migliore condizione di vita. Tornato in Tunisia per una breve vacanza, dopo una serie di vicissitudini trascorse nel nostro paese, ritrova i luoghi della sua infanzia calati in un’atmosfera nuova, per molti aspetti estranea alla sua nuova condizione, che gli impedisce di recuperare completamente la sua identità precedente e gli fa prendere coscienza, invece, della sua nuova e complessa condizione di emigrante. Il suo racconto viene raccolto da un giornalista de L’Espresso, Mario Fortunato, e pubblicato da Theoria nel 1991. Quando lo lessi, appena uscito, mi parve che quel viaggio andata/ritorno del giovane tunisino, pendolare fra l’Italia e la sua terra d’origine, fosse una porta che, socchiudendosi, lasciava intravedere mondi e pensieri liberamente comunicanti; non potevo certo immaginare che il giovane Salah fosse il primo e l’ultimo esempio di un’individualità ancora raccontabile e che nei decenni seguenti i suoi successori sarebbero diventati numeri di una macabra contabilità.

Per un anno, rimasi in collegio. Avevo nove anni, più o meno. Mio padre e mia madre erano già separati da parecchio. Lui viveva ancora a Tunisi, appena fuori città: aveva una villa e un’amante, credo. Mia madre invece abitava nel quartiere in cui sono nato: a Beb El Djazira. Avevano passato la vita a litigare, non so perché, e così, poco prima che io venissi in questo mondo, lui era andato a vivere da un’altra parte. Lo vidi la prima volta durante la causa di divorzio. Il collegio era a Mateur, a una sessantina di chilometri da Tunisi, nell’interno. Con me c’era anche mia sorella. Ci sentivamo in una specie di esilio, in un limbo. Mio padre veniva a prenderci ogni sabato. Ci portava in città per il fine settimana. Ricordo che aveva una Simca Ariane celeste e che in quell’anno, per la prima volta, sentii parlare dell’Italia. A dire la verità, non sentii parlare proprio dell’Italia: sentii l’italiano. In macchina, mio padre parlava e parlava. Io stavo sempre seduto davanti, accanto a lui; mia sorella dietro. Lui parlava quasi soltanto con me perché io ero il figlio maschio, benché più giovane. Ascoltandolo appena, mi incantavo a guardarmi intorno: mi piaceva fissare quel paesaggio, piatto, ininterrotto: un susseguirsi di vigneti con qualche raro albero. La luce era vuota, pulita. Faceva caldo ma, con il finestrino abbassato, il vento mi scompigliava i capelli dandomi l’illusione di compiere un viaggio lunghissimo. Un viaggio in un Paese lontano, perfino un po’ esotico. Mia sorella a un certo punto si addormentava, o almeno così ci sembrava. E allora mio padre cominciava a farmi grandi discorsi sulla vita e il destino e la responsabilità di essere uomini e cose del genere. Diceva: « Devi essere forte, non devi chiedere niente a nessuno. Devi farti una cultura, studiare, imparare a stare nel mondo ». Poi di colpo balbettava qualche parola in altre lingue. Parlava in francese e anche in inglese. Se la cavava con le altre lingue perché, a quel tempo, lui lavorava spesso con imprese straniere. Era una specie di geometra. Un giorno, su quella strada stretta e piena di buche, mio padre mi insegnò a contare in italiano. Ripeteva: « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Arrivava fino a dieci, si interrompeva un attimo e subito riprendeva. In realtà, credo che non conoscesse altre parole italiane, se non, forse « Grazie» e «Arrivederci ». Ma quel giorno continuava a dire « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Io ripetevo, e ogni volta, ricordo, inciampavo nel dieci. Dicevo: « Diaci ». Proprio non ci riuscivo a pronunciare quella “e”. Non so se davvero quel pomeriggio sia nata in me la voglia di conoscere l’Italia. Non so se un episodio cosi minuto possa servire da spiegazione a scelte e azioni di molti anni dopo. Certo è che da quel giorno, chissà perché, ho cominciato a pensare all’Italia come a un Paese incantato, felice. E ogni volta che, ancora bambino, volevo dimostrare la mia forza e superiorità a un coetaneo, mi mettevo a ripetere quel magico abracadabra: «Uno, due, tre, quattro, cinque…», puntualmente inciampando in quel maledetto «diaci».

Mario Fortunato e Salah Methnani, Immigrato, Theoria

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...