Un poeta in penombra. Roberto Rebora

imageIn quegli anni si andava a Milano. Gli anni erano i primi Sessanta, noi eravamo io e un amico scrittore e scienziato. Si andava a Milano perché ci pareva che tutto dovesse accadere là, se non proprio subito, da un giorno all’altro coinvolgendo anche noi, nonostante provenissimo da Bologna, che consideravamo una specie di periferia di Milano, partendo la mattina presto e tornando la sera tardi – un’andata e ritorno di quattro ore ci parevano il minimo pedaggio per una camminata su e giù per il centro del mondo. Non avendo ben chiare le proporzioni, affrontavamo i percorsi milanesi con la logica di quelli bolognesi, quindi il pellegrinaggio era di svariati chilometri. Per lo più si andava in Feltrinelli, casa editrice aperta, dinamica, perfino giovanile. Le parole “industria culturale” apparivano ai nostri occhi stampate in caratteri leggeri, eleganti (un font Bodoni light, per intenderci), incoraggianti: in nessun modo lasciavano intravedere trame, strategie, guerre per il mercato; perfino il denaro sembrava irrilevante: tutto, secondo noi, nasceva lì su quei tavoli di via Andegari e si decantava in un ristorante nei pressi, molto milanese, dove si mangiava bresaola. Non solo, ma direi prevalentemente, soprattutto d’estate. Ci pareva che un intellettuale dovesse indossare un abito di gabardine e mangiare prevalentemente bresaola, arrotando la erre con una certa sensualità aggressiva (brrrrresaola) nell’ordinazione – questi ingredienti non li avevamo proprio in repertorio: i nostri abiti erano di cotone cotone e non stazzonati (le madri li stiravano, borghesemente) quanto alla bresaola, non era entrata nelle abitudini alimentari bolognesi, quindi ne mangiavamo moltissima, in quelle sortite milanesi, come le signore facevano incetta di riviste di moda quando andavano una volta all’anno a Parigi.
Poi improvvisamente ci dicevamo: dobbiamo andare a trovare Rebora. Con un certo senso di colpa, perché eravamo sicuri che Rebora, di bresaola, non ne mangiasse mai, è un piatto che si consuma con un contorno di intellettuali scettici, e lui se ne stava sempre solo, almeno nella nostra immaginazione. Rebora era un critico teatrale che collaborava a Sipario, ma noi, giovinastri teatranti, sapevamo che non avrebbe mai scritto una recensione su un nostro spettacolo, se non altro per la buona ragione che Milano era inaccessibile, in quegli anni, al nostro teatro. Si andava tuttavia da Rebora. Nel mio ricordo non riesco a immaginare come e quando ci si conobbe, quindi la sua figura affiora oggi da una nebbia che avvolge e nasconde anche le ragioni di quelle nostre visite. Certamente pensavamo, da ingenui assatanati, di trarne qualche utile, ma quale? Quanto al Rebora, forse anche lui si chiedeva perché dovesse ricevere le visite periodiche di quei due casualissimi autori. Ci accoglieva, tuttavia, con molta gentilezza. Ci accomodavamo nel suo studio, sempre avvolto da una penombra fresca e che dava un po’ sul confessionale. Si parlava. Di teatro, naturalmente, ma non saprei ricordare niente di più preciso. Tutto ciò era molto affascinante come può esserlo un disegno zen; fra un tratto e l’altro dell’inchiostro di china c’erano spazi che allargavano la mente: verso che cosa? Il sereno che s’insediava in noi dopo gli arrotamenti della bresaola feltrinelliana era dovuto anche alla voce del Rebora, fresca come la sua penombra e pacata come la sua poesia. Che fosse poeta lo sapevamo, avevamo letto i suoi versi e Luciano Anceschi lo aveva inserito nella sua importante antologia “Linea lombarda”, ma durante quelle visite la poesia non si affacciava mai. Circolava,  piuttosto, senza far rumore, come pattinando su quelle pezze felpate che certe padrone di casa pretendevano si usassero dopo che avevano dato la cera.
Credo che ce ne siamo nutriti, di quella poesia, non per endovena come si usa di solito, ma in forma di compresse, di quelle a lungo rilascio.
Ne riportiamo, qui sotto, una.
Roberto Rebora morì ottantaduenne, nel 1992. Negli ultimi due anni di vita, grazie all’interessamento di Paolo Volponi, gli fu assegnato il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli per gli scrittori indigenti.

Verità?

E’ una vita di pochi giorni
l’ho incontrata sul filo dell’aria
svoltando da una piazza solitaria
in un vicolo di misteri.
Misterioso semplicemente
mentre l’aria lo stava pulendo
lungo le pietre risalendo
con una gioia repente.

Non c’era nessuno nel vicolo
la gente si era dispersa
ma quell’aria non era persa
che nasceva con tanto impeto.
Era un vicolo misterioso
perché la vita vi appariva
era deserto e non moriva
accanto al mondo furioso.

Su quelle pietre voglio passare
e godere l’aria fina
non c’è bisogno di scrutare
il nero specchio dell’indovina.

L’indovina non vede nulla
solo un’immagine indecorosa
la sua bocca polverosa
definitivamente murata.

Roberto Rebora, “Il verbo essere”, Scheiwiller

 

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