XXIX Salone Internazionale del libro di Torino. Per qualche grado di euforia in meno

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Nonostante  la pioggia, le nuvole dell’euforia s’infilano sulle scie dei taxi e dei mezzi pubblici che portano al Lingotto. Finalmente si legge. Sotto il patrocinio degli enti, sotto lo sguardo dei docenti di ogni grado, il bouquet del libro si decanta e si spande. I media sparano dirette, i bambini compitano – quelli in età prescolare ritagliano e pasticciano con le dita più eccitate che mai (è la spontaneità da Salone); i liceali muovono i primi passi sui sentieri della critica, gli universitari girano fra gli stand con in tasca il romanzo dattiloscritto dell’anno prima (non se ne può scrivere uno ogni anno). Le tipografie hanno appena sfornato le citazioni da esporre come bandiere (“Un uomo che legge ne vale due”. Valentino Bompiani). Le postazioni sgranchiscono i tentacoli in previsione delle prede (“E’ appena giunto alla nostra postazione Maurizio Corona!”). Tutto gira. Il 17 maggio sapremo quanto velocemente avrà girato, quanti visitatori si saranno accalcati. E qualcuno, commentando i lusinghieri risultati, concluderà con una certa fierezza: “Da domattina, al lavoro per la XXX edizione del Salone!”.
Invece noi, prima del vortice, ci fermiamo su una pagina di Maurice Blanchot, un antieuforizzante molto efficace.

Nei quaderni di viaggio degli scrittori, non è strano trovare confessioni del genere: «Tutti i giorni questa angoscia al momento di scrivere», e quando Lomazzo ci parla dello sgomento che coglieva Leonardo quando si accingeva a dipingere, questo lo capiamo, intuiamo che potremmo capirlo.
Ma uno che ci confidasse: «Sempre ansioso al momento di leggere», un altro che non potesse leggere se non in rari momenti privilegiati, oppure quello che trascorresse un’esistenza fra i tormenti, rinunciando a vivere, a lavorare e alle gioie del mondo per aprirsi un cammino verso rari istanti di lettura, certo gli troveremmo un posto accanto a quella paziente di Pierre Janet che non leggeva volentieri perché, diceva, «Un libro che si legge diventa sporco».
La musica, la pittura son mondi nei quali penetra solo chi ne possiede la chiave. Questa chiave sarebbe il «dono», questo dono sarebbe l’incantamento e la comprensione di un certo gusto. L’amatore di musica, l’amatore di quadri sono personaggi che indossano palesemente le loro preferenze come un male delizioso che li isola e del quale sono fieri. Gli altri riconoscono modestamente di non avere orecchio.
Leggere non richiede alcun dono e fa giustizia di questo ricorso a un privilegio naturale. Autore, lettore, nessuno ne è dotato, e chi se ne sente dotato, sente soprattutto di non esserlo, si sente infinitamente disarmato, privo di questo potere che gli viene attribuito, e come essere «artista» è ignorare che esiste già un’arte, ignorare che c’è già un mondo, leggere, vedere e capire l’opera d’arte esige più ignoranza che sapere, esige un sapere che investe un’immensa ignoranza, e un dono che non è stato in precedenza donato, che bisogna ricevere ogni volta, acquisirlo e perderlo, nell’oblio di se stessi.

Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, “Leggere”

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