Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

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Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse.
Il bercio, insomma, finisce per coincidere (è equivalente a?) col belato più conformistico e qualunquistico, soprattutto quando incomincia con “In Italia…” Sarebbe una buona cosa se i conduttori televisivi fermassero subito l’intervenuto, con dolcezza pedagogica e senza prevaricazione: “Perché non prova a iniziare con altre parole?” “Invoco la mia libertà d’espressione. Hanno abolito anche quella?” “Certamente no, il mio è solo un suggerimento. Un incipit meno pericoloso potrebbe essere: ‘Fin da quando ero ragazzo…’ Sente?, ha tutto un altro respiro…” Invece “In Italia…” ha un fascino irresistibile, è la mazza dell’uomo che si sente mazzuto, è l’ariete immaginario col quale il malato terminale, reso demente dai suoi tanti guai, spera di colpire le porte blindate di un potere non meglio identificato – e del tutto indifferente, come il pastore.
Ritorna in mente, per contrasto, l’opera di Luciano Fabro, uno dei più importanti esponenti dell’Arte Povera, che a cavallo fra gli anni ‘60/’70 realizzò alcune Italie disposte in vari modi; quella illustrata nella foto è forse la più eloquente. Un’Italia col sangue alla testa? Alla gogna? Appesa per i piedi ed esposta in un nuovo Piazzale Loreto? O la rinascita di un Sud, stanco di vivere come un tacco che sostiene un corpo lungo e arrogante? Comunque si voglia leggere l’opera, lo si deve fare nel silenzio, se si vuole sentire il grido contenuto in essa, che è tutto interiore.
P.S. Luciano Fabro era (ma occorre dirlo?) una persona riservata, delicata, che parlava a bassa voce.

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