Novecento. Giorgio Morandi fermo sull’angolo: perplesso

morandi e studio

Non avrei mai pensato che un uomo così grande avesse potuto passare gran parte della sua vita in uno studio tanto piccolo. Lo scoprii molti anni dopo la sua morte, quel minuscolo studio che in pochi metri quadrati racchiudeva bottiglie, colori, cavalletti e un piccolo letto singolo, dal quale probabilmente spuntavano, la notte, i lunghi piedi dell’uomo grande; quel bric à brac era stato ricostruito con i pezzi originali dal Comune di Bologna nell’ambito di una mostra su Giorgio Morandi. Le stanze intime dei Grandi Trapassati sono impregnate di assenza, come suggeriscono i custodi compunti: “Questo era il tavolo del Maestro”, “A questo pianoforte sedeva…”. Invece, in quello sgabuzzino gli oggetti non comunicano né distacco né cordoglio: stanno bene, possono permettersi il lusso di essere oggetti materiali, la loro sublimazione è già avvenuta sulle tele del loro padrone. 
Negli anni Cinquanta mi capitava di incontrarlo spesso, Morandi, a Bologna, all’incrocio fra Strada Maggiore, dove abitavo, e via Fondazza, dove abitava lui. Su quell’angolo sostava a lungo come  perplesso sulla direzione da prendere e durante quella sospensione temporale stazionava davanti a un negozietto di scarpe e pantofole impolverate, esposte in vetrinette di legno giallino che sembravano recuperate dalla demolizione di povere culle proletarie precocemente abbandonate  – in quell’epoca, i bambini non stavano a perdere tempo: dopo qualche mese c’era la strada che li chiamava. Davanti a quella vetrina il Maestro sostava, e giacché sostava, fingeva di guardare: certo non aveva intenzione di comprare pantofole (non avrebbe mai condiviso la sua intimità pedestre con quella di un commesso) ma perché gli piaceva indugiare nell’incertezza di quel crocevia che, pur collocato a pochi metri da casa, gli offriva fantasiose prospettive di fuga: a destra si profilava la Via Emilia, quindi il mare, e poi chissà… a sinistra lo aspettavano le processionarie città emiliane, Modena, Reggio, Parma, oltre le quali c’era il nord vero, non quello ruffiano di Bologna… Durante quei brevi minuti sull’angolo del destino, il Maestro faceva scorrere i film delle sue vite virtuali: Morandi al mare… Morandi davanti al Duomo di Milano… Durante queste proiezioni sorrideva di meraviglia, come un bambino poco abituato all’inverosimile delle pellicole cinematografiche, quindi, reagendo all’inconsistenza di quei viaggi, se ne tornava nella sua Fondazza 36.

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