Nel paese degli immortali. JEAN PAUL, L’ORIGINE DEL SOGNO

Caspar-David-Friedrich-Zwei_Maenner_in_Betrachtung_des_Mondes-639x400Caspar David Friedrich, 1774 – 1840

Jean Paul (pseudonimo di Johann Paul Friedrich Ritter) non ebbe molti riconoscimenti, in vita – e  bisogna dire che nessuna riscoperta si annuncia, almeno in tempi brevi – ma la sua influenza sul Romanticismo tedesco fu grande. A parte Schumann, che gli era quasi fratello spirituale nella Visione, furono molti gli autori per i quali egli, dopo, fu un punto di riferimento, da Keller a Heine, a Hoffmann. Conobbe anche Goethe e Schiller ma senza destare in essi grandi entusiasmi: al primo scrisse cinque lettere che non ricevettero risposta, a dimostrazione di quanto Jean Paul vivesse in un mondo fantastico: chiunque altro se ne sarebbe astenuto: i monumenti letterari hanno troppo da fare, e i ritagli di tempo li passano misurandosi con i grandi ingegni dell’Umanità o contemplando se stessi, certo non rispondono alle lettere dei giovani autori. Jean Paul viveva nel sogno o meglio ancora permetteva, attraverso chissà quale misteriosa porta, che il sogno fluisse nella sua scrittura. Il sogno è il grande dono degli dei, come ci racconta in questa sua pagina:  ristoro ma anche inesauribile fonte di scrittura.

Quando Prometeo con una scintilla celeste infuse la vita nell’effigie di terra, trasformandola in uomo, Giove si indignò e disse: “Il tuo uomo morirà ogni giorno e, per metà della sua vita, ti giacerà davanti privo di sensi e di pensieri, finché si estinguerà per sempre”. Alla sera l’uomo nuovo si accasciò al suolo per piombò nel sonno. Un giorno le Muse, le dolci figliole di Giove, lo trovarono addormentato, e guardarono piene di amore e di compassione gli occhi chiusi di colui che moriva ogni notte. “Povero caro essere,”, discepole Muse “bello e giovane come Apollo! E ogni giorno, se vuole riposare, deve perdere il cielo e la terra, circondato dalle dense, fredde ombre dell’Ade?”.
“Penetriamo nel suo Ade,” disse Calliope, la Musa più ardita “offriamogli i nostri doni e diamogli un mondo più bello e l’olimpo, finché il padre severo gli permetterà di gustare di nuovo il giorno dei vivi!
Allora le dee che allietano le divinità dell’Olimpo sfiorarono il mortale, la nobile Musa della poesia con la tuba – la Musa dei suoni con il flauto – Talia con i campanelli del giullare – e Urania con la sfera stellata – e Erato con la freccia dell’amore – e persino Melpomene con il pugnale – e tutte le altre Muse lo toccarono.
D’improvviso il cadavere della notte, il dormiente, rifiorì, perché il sogno giungeva e gli creava intorno un cielo e una terra e glieli offriva – figure ardite e lievi rappresentavano la loro vita davanti a lui ed egli stava in mezzo a loro – frutti si trasformavano in boccioli e i riccioli in fiori che rimanevano frutti, e la giovinezza più bella ringiovaniva ancora – la tela aveva perduto la sua pesantezza e uno zefiro lieve muoveva le alte montagne davanti al tramonto – una spina di rosa, che aveva l’aspetto del pugnale di Melpomene, scalfiva il petto, e il sangue diventava una rosa bianca o rossa – suoni di flauto restituivano alla beatitudine un desiderio struggente e difendevano in un soffio, dai cieli più lontani e profondi nel cuore. –
L’uomo addormentato sorrise felice e pianse. Allora il dio delle Muse sveglia l’uomo con la luce del sole, affinché il mortale non scorgesse gli immortali.

Jean Paul, Sogni e Visioni, Mondadori, Traduzione Marina Bistolfi

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