La rappresentazione dell’allegria. HEINRICH BÖLL, L’UOMO CHE RIDE

zalone più x

“Parlare di Checco Zalone sta diventando complicato”, scrive Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano. Verrebbe da dire: non sforziamoci troppo, ma poiché sembra che da “Quo vado?” dipendano le sorti del cinema italiano, della politica culturale del governo e la stessa sopravvivenza si una sia pur minima dialettica politica, parliamone. Indirettamente, per analogia, con questo breve racconto di Heinrich Böll.

Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parruc­chieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confes­sioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda “Vive di questo, lei?”, devo rispondere “sì”; il che è vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma la verità è che rido. Non sono né un clown né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria. Sono diventato indispensabile, rido su di­schi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con ri­guardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti de­boli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi: “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimi­sta. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere.
Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso vera­mente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo cono­sco.

Heinrich Böll, L’uomo che ride, in “Racconti umoristici e satirici”, Bompiani
Traduzione Lea Ritter Santini

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