JANIS, UN CAPRO ESPIATORIO “RIBELLE”

janis joplinJanis canta Summertime (1968)

https://www.youtube.com/watch?v=ZXkW9t5dH8I

Janis Joplin era una ragazza che ha ricevuto il dono, misterioso e affascinante, del canto. Era una ragazza come tante, forse interiormente più contraddittoria, ma la cui “bellezza” non riusciva ad essere riconosciuta da quella provincia americana degli anni Cinquanta ricca solo di stereotipi e pregiudizi. E quei pregiudizi, mescolati a luoghi comuni e immagini/pensieri indotti e passivamente accettati, li ha sofferti profondamente e pesantemente fino alla emarginazione e alla beffa più atroce (nel giornale del college fu eletta dai suoi coetanei “l’uomo più brutto” dell’università).
Ma Janis Joplin è riuscita a trovare nel canto e nella sua voce straordinaria la via della sua liberazione, una liberazione che però va oltre gli stessi schemi e stereotipi della “rivoluzione”, purtroppo solo musicale, della San Francisco degli anni Sessanta. Perché la sua liberazione personale è anche, se non soprattutto, un tentativo, una offerta di riscatto di tutto quel mondo di relazioni anche affettive, a partire dalla famiglia e dagli stessi compagni e luoghi di un tempo, che pure non l’avevano capita, continuando a non capirla, e da cui voleva, sempre e testardamente, essere riconosciuta e dunque “amata” solo per quello che effettivamente era, come tanti di noi.
Una ribellione ed una liberazione dunque che sono diventati una sorta di “sacrificio”, ma un sacrificarsi non indotto o costretto, bensì agito e quasi rivendicato a riscattare tutto quel mondo la cui sofferenza e limitatezza ha sempre vissuto empaticamente, fin in maniera osmotica, dai perduti riti della Port Arthur della sua infanzia e adolescenza.
La stessa “pratica” sempre più accentuata della droga e dell’alcool non appaiono così il “facile” crisma generazionale della sua ribellione, ma quasi il tentativo di attenuare quel dolore che l’ha sempre attraversata e che ha provato sempre, senza riuscirvi in altro modo, a superare.
Che la sua morte sia il risultato di un “errore” o di un tentativo non più rimosso di suicidio poco importa oggi, quello che importa è che quel gesto appare l’ultima frattura tra Janis e noi, l’ultima frattura che forse avrebbe potuto ma non è stata più ricomposta, una frattura che riguarda e riguarderà molto più ciascuno di noi che Janis Joplin, il cui offrirsi sofferto e consapevole sopravvive ora nelle sue musiche.
“Janis” è il titolo del bel documentario (biopic come si dice oggi) di Amy Berg che con sapienza e rispetto narra tutto questo.

Maria Dolores Pesce

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