La sorpresa nella cartapesta. FLANNERY O’ CONNOR, ENOCH E IL GORILLA

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I bambini rompono: per conoscere, si capisce. Alcuni rompono il giocattolo meccanico appena regalato per vedere come funziona; altri, per vedere se ha un’anima. Altri ancora, invece, non rompono, preferiscono navigare nell’emozione del giocattolo che si muove per un inspiegabile prodigio, forse di natura celeste. Il primo distruttore di giocattoli è portato al pragmatismo della scienza, il secondo allariflessione filosofica, il terzo alla mistica o forse alla poesia. A questa terza categoria appartiene il piccolo Enoch, il protagonista di questo racconto di Flannery O’ Connor: è un piccolo tassello che si inserisce nella lunga teoria dei racconti di formazione nei quali compare, inevitabilmente, l’esperienza della delusione.

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia : «Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!»
Il furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per il primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico: «Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.»

Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui se ne andò e lo lasciò a fronteggiare la scimmia, che gli prese la mano con gesto automatico.
Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: «Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…»
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: « Ma va’ all’inferno.»
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, Traduzione. M. Caramella

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