Quando Dio è testimone. KAREL ČAPEK, IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Manette-Mani

Questo racconto è tanto limpido che una qualsiasi introduzione rischierebbe di guastarlo. Vale solo la pena di ricordare che Karel Čapek non è molto noto presso i lettori italiani, soprattutto  come narratore; un po’ più conosciuta è la sua opera teatrale L’affare Macropulos, messo in scena da Luca Ronconi nel 1993 con una superba interpretazione di Mariangela Melato. 

Il famigerato pluriassassino Kugler, inseguito da un vagone di mandati di cattura e da un’intera armata di gendarmi e detectives, si buscò sette palle, tre delle quali sicuramente mortali. Così, in apparenza, si sottrasse alla giustizia terrena. Ma quando la sua anima ebbe abbandonato il corpo, arrivò per Kugker l’inevitabile Giudizio Universale. I giudici erano tre, assai vecchi, consiglieri emeriti, e dai volti gravi e annoiati.«Di cosa vi dichiarate reo?» chiese il presidente. «Di nulla,» fece Kluger, da quel delinquente incallito che era. «Fate entrare il teste,» sospirò il presidente. Davanti a Kugler si sedette un gran vecchio, eccezionalmente imponente, vestito di un manto azzurro trapunto sdi stelline dorate. Al suo ingresso i giudici si alzarono.
Affascinato, contro la sua volontà, si alzò anche Kugler.
Dopo che il vecchio si fu seduto, lo fecero anche i giudici.
«Testimone, Dio Onnisciente» iniziò il presidente, «Questo Tribunale Supremo vi ha convocato perché testimoniate sulle azioni di Kugler Ferdinand. Poiché siete il Sommo Veritiero non dovrete prestare giuramento.Prego, cominciate».
Il testimone Dio tossì leggermente e cominciò : «Sì, Kugler Ferdinand. Ferdinand Kugler, figlio di un impiegato di una fabbrica, è stato fin da piccolo un ragazzo viziato; ragazzo mio, quanto sei stato cattivo! Amava moltissimo sua madre, ma si vergognava di dimostrarlo, perciò era caparbio e disubbidiente. Rubava già a dieci anni e mentiva continuamente, frequentava cattive compagnie, come quello straccione ubriaco di Dlabola, col quale divideva il cibo.»
Il presidente inforcò gli occhiali e disse blando: «Testimone, restiamo ai fatti. L’accusato ha ucciso?» Il teste Dio scosse la testa. «Nove persone ha ucciso.» «Perché ha ucciso?» chiese il presidente. «Come tutti» rispose Dio, «per malvagità, per brama di danaro, premeditatamente ed anche per caso, qualche volta per piacere, qualche altra per necessità. È stato generoso e qualche volta ha aiutato la gente. È stato buono con le donne, ha amato gli animali e ha tenuto fede alla parola data. Devo elencare le sue buone azioni?» «Grazie» disse il presidente, «non è necessario. Imputato, avete qualcosa da dire in vostra difesa?» No. Fece Kugler con indifferenza; ormai non gli importava più niente di niente. «La corte si ritira» annunciò il presidente e i quattro giudici uscirono.
Dio e Kugler rimasero nell’aula. «Chi sono quelli?» chiese Kugler indicando con un cenno del capo i quattro che si allontanavano. «Uomini, come te» rispose Dio «in terra erano giudici e lo sono anche qui». Kugler si mordicchiava le unghie. «Io pensavo… cioè, non me ne sono mai interessato, ma… mi aspettavo che avrete giudicato voi, come… come» «… Come Dio» terminò la frase il grande vecchio. «Ma è proprio questo il punto. Dato che so tutto non posso giudicare. Non è possibile. Se i giudici sapessero tutto, ma proprio tutto, nemmeno loro potrebbero giudicare; se solo fossero capaci di capire tutto, allora proverebbero compassione. Come potrei giudicarti io? Il giudice conosce solo le tue cattive azioni, ma io so tutto di te. Tutto, Kugler. Ecco perché non posso giudicarti». «E perché quei giudici… quegli uomini… anche in cielo?» «Perché l’uomo appartiene all’uomo. Io sono, come vedi, soltanto un testimone, ma del castigo, del castigo decidono gli uomini. Anche in cielo. Credimi Kugler, è giusto così: gli uomini non si meritano altra giustizia che quella umana».
In quel momento rientrò la corte e il presidente del Tribunale Supremo pronunciò ad alta voce: «Kugler Ferdinand riconosciuto colpevole di nove omicidi premeditati, rapina, rimpatrio illegale, e possesso illegale di armi, è condannato all’inferno a vita. La pena ha decorrenza immediata.»

Karel Capek, Il giudizio universale, “Racconti da una tasca
Aktis, Traduzione Susanna Chiti

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