Il retrogusto amarognolo del palcoscenico. NATALIA GINZBURG, TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA

vitti albertazzi

Monica Vitti e Giorgio Albertazzi nel film diretto da Luciano Salce (1967)

Perché ci si sposa? Giuliana ha sposato Pietro “anche per i soldi”, quando pur di pagarsi i debiti e era pronta a sposare anche un vecchio “con le guancione gonfie gonfie, quegli occhi da gufo”. Lui l’ha sposata “anche per pietà” oppure no, ché “se uno dovesse sposare tutte le donne che gli fanno pietà, starebbe fresco. Metterebbe su un harem”. L’ha sposata perché le altre “erano delle vespe” e lei non aveva il pungiglione ma, soprattutto, perché ha sempre sentito, guardandola, “una grande allegria”.
Ma su cosa si basa un matrimonio?
Quando Natalia Ginzburg scrive questa pièce per l’amica e splendida attrice Adriana Asti, in Italia convolare a nozze è cosa ben seria visto che ancora (e per il lustro seguente) per divorziare ci si deve armare di passaporto e partire all’estero: eppure di divorzio se ne parla, e molto, nella pièce, così come si parla di morte, di suicidio, di aborto. Temi molto densi che si insinuano nella quotidianità tra un cappello smarrito, un pollo ruspante da mettere in tavola, una suocera invitata a pranzo, un bicchiere di latte a mezzogiorno. Ciò che più emerge è proprio la voglia di parlare, raccontare e raccontarsi, mentre la solidità del modello borghese si incrina a poco a poco e dalle crepe si intravedono le questioni che negli anni settanta diventeranno battaglie.
Notevole il fatto che un aborto praticato clandestinamente, citato en passant e senza dramma nella pièce, un paio d’anni dopo diventi nel film di Luciano Salce un incauto tuffo in piscina seguito da manifesti sensi di colpa: a teatro si può dire più che al cinema?

Roberta Sapino

GIULIANA: E lì, a quella festa, ho conosciuto Pietro. Era seduto sul primo scalino e chiacchierava con una ragazza con dei pantaloni arancione, che ho poi saputo che era sua cugina. E alla fine io ero completamente ubriaca, non trovavo più il fotografo, e ballavo sola con le scarpe in mano. E mi girava la testa, e sono caduta proprio vicino a quei calzoni arancione. E ho detto: si ricordi che coi calzoni, non si portano i tacchi alti! […] E quella rideva, rideva… io sono svenuta. […] Poi Pietro mi ha riaccompagnato a casa. […] E abbiamo abitato insieme per dieci giorni, fino a quando è ritornata la Elena. E in quei dieci giorni, io ogni tanto gli chiedevo: Trovi che ho stile? E lui diceva: No. […] E poi, quando stava per tornare la Elena, gli ho detto: Peccato, adesso non potrai più stare qui, torna quella noiosa della Elena, che del resto la casa è sua. E lui ha detto: Sì, peccato. E io gli ho detto: Sposami. Perché se non mi sposi tu, chi mi sposa?
VITTORIA: E lui?
GIULIANA: E lui ha detto: È vero. E m’ha sposata.

Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria, Einaudi

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