Il pieno e il vuoto alla fermata della metro. RAYMOND QUENEAU, EN PASSANT

uomo valigia contrastato

Non esistono domande sbagliate: possono essere indiscrete, improponibili, imbarazzanti, insolenti, ecc. ma non sbagliate. C’è però un tempo per ogni domanda, come c’è una stagione per ogni frutto. Ma con la frutta, un accomodamento lo si trova sempre: in fondo non cambia molto per una ciliegia nascere alla fine di maggio o a metà giugno, mentre se una domanda matura alle quattro del pomeriggio (e per di più in una metro) anziché a mezzanotte fra le lenzuola complici di una serata d’amore, rischia di cadere sul marciapiede e di essere calpestata da centinaia di viaggiatori. Contrariamente agli umani che affollano la metro, quelli che abitano questa piccola pièce di Queneau non hanno fretta: si dirigono evidentemente da qualche parte ma ciascuno secondo tempi tutti suoi, nei quali è compresa anche la digressione. Quanto al giungere alla meta, mi sembra che non sia di primaria importanza, né per l’autore né per i suoi personaggi: come sintetizza filosoficamente il titolo, si vive en passant, nella leggerezza della rappresentazione.

(Un corridoio della metro. Oltre agli altri passanti, entrano un uomo e una donna con una grossa valigia)

Irène          (fermandosi esasperata)  Non ne posso più.
Joachim      (posando la valigia) Sono sfufo.
Irène          (con disprezzo) E di cosa?
Joachim      Ti dico che sono stufo. Pesa minimo venti chili, sto furgone. Cos’è che ci hai messo dentro?
Irène          Ma allora parli di quella lì?
Joachim      E me lo chiedi?
Irène          Mi sono stufata.
Joachim      E io pure.
Irène          Tu m’ami?
Joachim      Come se è il posto per una domanda simile. Ci ho pure la vaga impressione che c’è uno spiffero.
Irène          Tu m’ami?
Joachim      Sì, cavolo. Per fortuna che è robusta, se no tutto quel che c’è dentro seminerebbe sul piancito.
Irène          Mi domando se tu m’ami.
Joachim      Sono contento che hai perduto l’altra, sai il bauletto in pelle di porco, se no avrei mica potuto trascinarla qui, quella.
Irène          A volte ti guardo e mi sembra di vederti attraverso, come se tu non esistessi più, per me.
Joachim      Lo so. Adesso, vedi, ci ho l’impressione di essere tutto quanto trasparente. La fatica mi ha svuotato.
Irène          Tu in fondo non mi ami.
Joachim      Ma sì, ma sì. Solo che, dopo uno sforzo tipo quello lì, permetti che mi riposo.

 Raymond Queneau, En passant, Edizioni l’Obliquo, traduzione Massimo Raffaeli

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