EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO? (2)

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Assecondando la richiesta di alcuni amici del blog, pubblichiamo una seconda tranche del “Perché scrivo?”, di Eugène Ionesco, sperando di fare cosa gradita a molti altri.

Quando ero alla scuola comunale, i “grandi” del corso medio mi dicevano che si davano loro da fare compiti strani, e difficilissimi: alcuni temi da svolgere. Si chiedeva loro di scrivere racconti e qualche volta di trattare argomenti liberi. Rimasi turbato e mi dicevo che in effetti doveva essere molto duro, ma molto bello. Avevo fretta di poter provare. Per la maggior parte dei miei compagni, questa era la fatica peggiore. Per me aveva qualcosa di misterioso. Finalmente, l’anno dopo, essendo passato dalle elementari alle medie, fui messo alla prova del tema. C’era appena stata la festa del villaggio. Ci venne chiesto di raccontarla. Io raccontai la festa di un villaggio immaginavo, con alcuni dialoghi. Ebbi il miglior voto e il maestro lesse il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe. E lo impressionava sopra tutto il fatto che il racconto era dialogato, contrariamente a quello di tutti gli altri. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo, che, mi disse, del resto era già stato inventato da tempo. Feci molti temi in seguito, con la stessa gioia. Siccome a scuola non ce ne davano da fare abbastanza, scritti qualche storia per me stesso. Posso dire ci essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare  una cosa differente dalla letteratura. La letteratura mi ha dato molto piacere, il mio e quello degli altri. Mi sono messo ad amare anche i quadri e amo ancora i quadri aneddotici, per esempio, quelli di Brueghel, in cui ci sono delle kermesse con molta gente, quelli di Canaletto, in cui anche si vede molta gente che passeggia, irreale, nella irreale città di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e diventato immaginavo, e poi gli interni olandesi, e poi i ritratti antichi, in cui la quantità della pittura si accompagna alla qualità documentaria, umana. Sì, sì, c’è tutto un mondo di cui non si sa se è vero o falso, un mondo che mi dava quasi una sorta di grandissima nostalgia per le cose che sarebbero potute essere o che sono state e che non sono più, come universi proposti o defunti. E io facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. Proprio nell’infanzia dunque ho avuto il piacere più puro di scrivere e la mia vocazione si è manifestata. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Fare creazione.

Eugène Ionesco, in “Antidoti”, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

 

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