Si fa presto a dire impiegato. Un capolavoro da riscoprire. PIERO JAHIER, GINO BIANCHI

M.CAMPIGLI-famiglia

Massimo Campigli, “La famiglia Cardazzo”, 1938

Il personaggio è un impiegato posseduto dal lavoro, imbevuto di lavoro, che ha introiettato la visione più integralistica della burocrazia. Il suo mondo sono le scrivanie, i superiori, gli orari, le promozioni, i colleghi, il giorno 27, gli avanzamenti di carriera, i Capostanza, la carta suga (carta asciugante)i timbri, le discussioni su una finestra troppo aperta o troppo chiusa, le firme…
Con buona pace dei molti ammiratori di Paolo Villaggio e dei film, ormai cult, derivati dai suoi libri, non si tratta di Fantozzi ma di Gino Bianchi. Il suo autore non è un comico ma uno dei grandi poeti del nostro ‘900, Piero Jahier: un poeta che esordisce, nel 1915, con un romanzo crudele e, se si vuole, divertente. Lo si potrebbe sbrigativamente etichettare come satira del mondo impiegatizio, della burocrazia, ecc. Ma questo Gino Bianchi, scritto agli inizi del “secolo breve” anticipa una delle tragedie del ‘900, la trasformazione dell’individuo in macchina, e lo fa con un linguaggio che oggi definiremmo “burocratese”, dall’interno, cioè, di un mondo tanto spietato da risultare, infine e per fortuna, comico.

Il funzionario Gino Bianchi venne ad accorgersi di non essere sistemato: non aveva nessuno che gli guardasse la biancheria; le minestre sciacquine del ristorante minacciavano di rovinargli lo stomaco; frequentava i caffè non sapendo cosa fare; fornicava due volte la settimana, per i che, dopo il rincaro di tutti i generi di prima necessità, non vi era capienza nel suo stipendio.
Non farà quindi meraviglia se fu tratto a prendere in considerazione l’istituzione del matrimonio, come quella che ha per iscopo di ovviare a tali inconvenienti.
Tanto più che dal primo dell’anno era a duemilatre.
Esaminando, però, tale stipendio alla luce matrimoniale, si convinse tosto di non potersi sposar solo; bisognava che anche il suo stipendio sposasse qualcosa.
Alla necessità di Gino Bianchi di sposare una moglie, faceva riscontro quella del suo stipendio di sposare una dote.
E il problema si complicava ancora: sposare una moglie con dote o una dote con moglie?
Gino Bianchi inclinava verso la prima soluzione, ma non se ne nascondeva le maggiori difficoltà.
Tali difficoltà parvero tuttavia appianarsi quando, all’Associazione degli Impiegati Civili, gli fu presentata la Signorina Rosina Turchini.
La signorina Turchini aveva, sia pure per ragioni differenti, la stessa necessità di maritarsi che Gino Bianchi aveva di ammogliarsi.
Le sue amiche erano tutte sposate.
Non sapeva più con chi stare.
Il suo corredo, in attesa del fausto evento, minacciava di intignare.
Quando era venuta la moda della scollatura a spacco aveva mostrato le gambe e i peluzzi biondi traverso le calze velate; quando venne la scollatura completa, mostrato il canale profondo.
Non sapeva più cosa mostrare.
L’avevano fiutata a caldo, a freddo; si erano tanto abituati a vederla nubile, che nessuno aveva più il coraggio di rompere questa abitudine.
La Signorina Turchini si sentiva passar di stagione.
Eppure possedeva tutti i requisiti matrimoniali.
Era una ragazza onesta: la sua onestà non era mai scesa sotto il livello di quella che conviene alla figlia di un commerciante, – né salita al disopra.
Suo padre era Impresario di Pompe Funebri, commercio che Gino, dopo il funerale paterno, aveva imparato a apprezzare.
Se suo padre è commerciante, deve avere la dote, come io, perché sono funzionario, ho lo stipendio.
Così ragionava Gino Bianchi.
Gli avvenimenti posteriori dovevano smentire questa deduzione: Gino Bianchi si è sposato solo; il suo stipendio è rimasto celibe.

Piero Jahier, Gino Bianchi, Resultanze in merito alla vita e al carattere, Vallecchi

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