La pratica del male. WILLIAM BURROUGHS, LA MACCHINA MORBIDA

burroughsColpevolmente, non riesco a ricostruire chi scrisse, a proposito del Viaggio al termine della notte, di Céline, che solo chi era stato dalla parte sbagliata poteva raccontare l’orrore abissale di una guerra. Questa citazione mi è tornata in mente (diciamo così) qualche giorno fa, quando è scoppiato il caso di Fabio Tortosa, l’agente che in un primo tempo aveva rivendicato con fierezza la sua partecipazione alla “macelleria messicana” della Diaz per poi correggerla e attenuarla, se non proprio ritrattarla, quando il vento dei media si era fatto impetuoso – trattandosi di un’esternazione pubblicata su facebook la meraviglia dell’estensore risulta, a sua volta, sorprendente: è un po’ come pubblicare sulla propria bacheca l’intenzione di fare una piccola strage per poi meravigliarsi quando, in capo a qualche ora, si riceve la visita di tre signori dalla faccia di pietra che fanno domande indiscrete.
Precipitare in uno dei tanti abissi di cui è pieno il catalogo degli orrori quotidiani non è un’esperienza rara – lo testimoniano quotidianamente, sui giornali e sui media, le vittime e i carnefici che accompagnano le nostre giornate; scrivere la propria caduta nell’abisso è un tragico privilegio di pochi autori. Fra questi, William Burroughs, secondo Norman Mailer “L’unico scrittore americano che può meritare l’appellativo di genio”. Nell’immaginario di molti suoi lettori (e anche non lettori) l’icona di Burroughs è circonfusa da una luce tutta letteraria che rende accattivante il suo viaggio attraverso la droga e il crimine ma è la sua stessa scrittura a rivendicare la crudezza di una vita immersa nell’oscenità del male.

Così sono un agente pubblico e non so per chi lavoro, ricevo le istruzioni della segnaletica, dai quotidiani e da brandelli di conversazione che afferro nell’aria come fa un avvoltoio quando strappa le interiora dalla bocca di un altro animale. Comunque non riesco mai a stare alla pari con i casi arretrati e attualmente mi hanno assegnato all’intercettazione dei film porno girati da James Dean prima di arrivare a quei finocchi assuefatti a lui. Ma fin tanto che questo agente riesce a farsi strada tra barbieri, gabinetti della metropolitana, cinema a luci rosse e Bagni Turchi, non sarà mai legale né tollerato.
Inchiodai il primo della giornata in un pissoir del metrò: «Checca di merda!» urlai. «Ti insegno io ad attaccare la mia carne, ti insegno!». Lo pestai con il guanto di ferro e la sua faccia si spaccò come un finocchio marcio. Poi lo colpii ai polmoni e il sangue gli sgorgò da bocca, naso e occhi, schizzando su tre pendolari rannicchiati dall’altra parte della stanza dentro i soprabiti di gabardine e nei sottostanti completi di flanella grigia. Il finocchio spaccato giaceva vicino alla sua testa e bloccava il rivolo di piscio che gli colava sulla faccia e tutto il trogolo era rosa chiaro per via del sangue. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Riesco a fiutarli a metri di distanza questi froci di merda» dissi tirando su col naso in segno di ammonimento. «E ancora più squallido di un finocchio è uno che spinella erba del casso. Dunque boi tre non mi sembrate i tipi che voltano la schiena a un amico e gli staccano le palle giusto?». I tre presero posto sul pavimento come le tre scimmiette: Non Vedo. Non Sento, Non Parlo.
Vedo che siete dei nostri» dissi con calore e imboccai il corridoio dove gli scolari si rincorrevano con i machete, tra gioiose grida fanciulleschi e colpi sparati da pistole rudimentali che riecheggiavano nelle spelonche con i mosaici. Entrai di corsa in un Bagno Turco dove sorpresi un ricchione che brandiva un’erezione deforme nella sala piena di vapore e lo strangolai su due piedi con un asciugamani insaponato. Dovevo rientrare alla base. Ero smagrito, esausto ormai, e nella carne prosciugata avevo a malapena la forza di finire quel ricchione rammollito. Fra tremori e sbadigli rientrai nei miei vestiti e m’infilai nel drugstore del terminal. Mancavano cinque minuti alle dodici. Cinque minuti al rifornimento Mi avvicinai all’impiegato del turno di notte e gli gettai il distintivo.

William Burroughs, Agente pubblico, “La macchina morbida”, Adelphi, Traduzione Katia Bagnoli

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