Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, DOVE FINISCE LA GONNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Ecco il racconto che Mario Giorgi ha tratto da questa fotografia che gli abbiamo sottoposto.

bimbo guarda

Mia zia è sorella di mio padre.
D’accordo, chiaro. Ma mio zio?
Mio zio è marito di mia zia, e per questo è mio zio.
Ogni volta me lo devo ripetere. Non mi va giù.
Cosa mi ha fatto mio zio? Niente. Le solite cose dei grandi quando scherzano con i bambini come se non fossero bambini.
Non mi piace. Non mi piace come ride. Soprattutto quando guarda mia zia o mia madre e poi guarda me. Soprattutto quando si alzano dal divano. Mentre se ne vanno sussurra «Dove finisce la gonna…» e pretende che io continui. Insiste.
Un pomeriggio mia madre si era rotta una calza. Una smagliatura, hanno detto dopo. Io però l’avevo vista per primo. Mi sono infilato tra mia madre e mio zio, sul divano, e stavo stretto stretto a lei, e le coprivo la gamba, così lui non poteva vederla. Ma poi lei si è stancata, mi ha preso in braccio per spostarmi sulla poltrona vicina, e a quel punto lui ha notato la calza. Speravo tanto che non girasse gli occhi nella mia direzione e invece uno sguardo gli è sfuggito. Per fortuna, almeno, non ha pronunciato la solita frase.
Cosa pretende che io risponda? Dovrei dire «… inizia la donna», per completare. Insiste, e ride. Ho finito per capire che il mio mutismo lo diverte, è proprio il mio rifiuto che lo fa ridere in quel modo. Non che non rida, ora, ride eccome, ora che lo assecondo e mormoro il mio spezzone di frase, di tanto in tanto. Ma è meno fastidioso, si placa quasi subito. E non insiste. Preferisco comunque come ride mio padre, più disteso, e non cerca i miei occhi per significare qualcosa.
Due sere fa siamo stati in un locale. Mia madre e mio padre erano via, io dovevo stare con mia zia e mio zio, e con loro sono andato in quel locale. Era tutto nuovo per me: gli odori, i rumori, il fumo, le voci, la musica. Stavamo seduti a un tavolino, la sala era piena di risate e mio zio ogni tanto mi guardava. Per evitare che cominciasse a ridere di me, appena ho potuto mi sono allontanato. Quelle signore, sul momento, non le collegavo a mia madre o mia zia. Mi sono avvicinato perché erano più in alto e da lì proveniva la musica. Non so cos’è avvenuto, improvvisamente era tutto ovattato intorno a me, tutto strano e sfocato, e mi è salita al cervello la frase di mio zio.
Allora sono corso via, al tavolino, a rifugiarmi tra le braccia di mia zia. Lei mi consolava, mi accarezzava e mi chiedeva «cosa c’è?». Lo zio, però, era ancora lì, si era alzato ma restava vicino, in piedi, abbastanza vicino, e naturalmente mi guardava di sottecchi e sogghignava.
Lo detesto. Vorrei non vederlo mai più. Anzi no, vorrei rivederlo, da soli io e lui, tornare in quel locale insieme a lui, e che una buona volta mi spiegasse cosa c’è da ridere.

Mario Giorgi

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...